Premio Polverini 2026: motivazioni della giuria e serata di premiazione

Il Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini nasce nel 2026 per custodire e rilanciare l’eredità di Pietro Polverini (1992-2023), una delle voci poetiche italiane più intense della sua generazione. Promosso dal Comune di Fiastra, con la collaborazione di MediumPoesia e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra, il Premio intende valorizzare i libri di poesia italiana contemporanea più originali e incisivi, selezionando tre opere finaliste attraverso una giuria altamente specializzata e riservando una particolare attenzione anche alle voci delle nuove generazioni mediante apposite segnalazioni di merito. Il vincitore assoluto viene designato il giorno della premiazione da una giuria popolare, creando così uno spazio d’incontro tra autori, critica e lettori nel paese di Fiastra (MC), profondamente legato alla biografia del poeta.
L’opera di Pietro Polverini vive nelle raccolte Indice di sbiadimento sommario (PeQuod, 2022) e La nostra villeggiatura celeste (Interlinea, 2025), pubblicata postuma, nelle quali la fragilità dell’esperienza individuale e la meditazione sulla fine si aprono a una costante ricerca di relazione e di verticalità. Questa prima edizione del Premio desidera mantenere vivo il dialogo con la sua poesia, affinché la sua voce continui a interrogare il presente e ad accompagnare i lettori che verranno.
Giuria: Franco Buffoni (Presidente Onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Francesco Ottonello (Segretario del Premio), Luigi Socci
Coordinamento organizzativo: Luca Chiurchiù
Illustrazione: Daniela Vizzino
Grafiche: Markéta Kurucová
Foto/Video: Giacomo Alessandrini
Musica Live: Lorenzo Sbarbati, Cristina Priorelli, Emanuele Franceschetti
Mostra fotografica: Riccardo Pensa
Motivazioni del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini – I edizione (2026)
Finalisti
Andrea Breda Minello, Il tempo della guarigione, L’Arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2025
Da cosa si guarisce in Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello? Lo dichiara già la prima pagina: dal tempo passato a nascondersi, dal senso di inadeguatezza, dalla paura di venire sorpresi come “corpo / esposto / a carenza d’amore”. Il processo di guarigione è innescato quasi per caso, da uno sguardo più attento e un’offerta semplice: “ti accompagno, il percorso / è quasi lo stesso”. Ma forse non vi è alcun caso nell’attrazione, ché tutto l’universo dell’arte e del mito, delle storie e delle lingue, sembra convergere in quell’istante, in quel verbo al plurale: “di tempo / ne abbiamo”. L’incontro con l’altro sottrae il soggetto alla sua chiusura, lo sospinge fuori da sé, verso il desiderio. Chiamiamolo col suo nome: è l’eros che sgretola i confini in cui l’io si era arroccato e lo orienta verso un’altra presenza. L’eros trasforma i due amanti e tutto ciò che li circonda. Ancora di più quando la tensione è omoerotica, e una parte del mondo ne balbetta appena la grammatica. A comporre il discorso amoroso anche le citazioni dalle canzoni e dall’opera, e le incursioni nel sardo e nel veneziano, ben più che dialetti, in una partitura che rende cristalline le certezze del sentire. Non meno decisiva è la geografia: prima Venezia, testimone e compagna delle passeggiate urbane attraverso cui i due protagonisti cominciano a conoscersi, poi la Sardegna. Tra le calli e i ponti, sulle spiagge e le rocce, seguiamo in presa diretta la delicata costruzione della relazione. Lo stesso ambiente circostante viene trasformato dalla connessione affettiva: “ogni cosa ricomincia / nella presenza l’uno dell’altro”. Noi che leggiamo accompagniamo con trepidazione il dipanarsi di questo tempo nuovo, fatto di gesti discreti e intese crescenti, di esitazioni, paura del separarsi, e scoperta, sempre nuova, della sostanza dell’amore. Per la limpidezza con cui dà voce a una guarigione affettiva e conoscitiva, per la capacità di intrecciare esperienza, cultura letteraria, lingue incarnate e paesaggio vivo, per l’intensità con cui restituisce all’eros la sua forza trasformativa, abbiamo scelto Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello come finalista del Premio Polverini.
Maddalena Lotter, Non è la fine del mondo, Mar dei Sargassi, Portici (NA) 2025
Lavorato con perizia e meditato nella sua struttura e nei singoli testi, Non è la fine del mondo, terzo libro di Maddalena Lotter, giunge al lettore nella sua estraneità e unicità rispetto al panorama della poesia contemporanea italiana, simile a uno di quei relitti del futuro a cui dà voce, proveniente da un tempo che ci precede e insieme ci aspetta. Riferimenti tematici e formali spaziano dalla fantascienza all’ecopoesia e accolgono insieme al verso e alla prosa anche la forma del diario di viaggio o report, tra scenari di abissi sottomarini e di avventure interstellari. Quest’apertura alle più attuali correnti di ricerca in campo filosofico e letterario porta in risalto un nucleo originario e precedente alla storia, che da sempre appartiene alla poesia, ossia il tentativo di spingersi in un territorio solitario e inesplorato, là “dove le parole non sono più sufficienti”. Nonostante le immagini di cataclismi e rovine, fin dal titolo questo libro ci conduce infatti verso una dimensione circolare, in cui gli scenari della fine della civiltà umana, così come l’abbiamo conosciuta, non sono altro che l’inizio di qualcosa che, immergendoci nel silenzio, possiamo ritrovare come memoria di un’altra forma di esistenza, che ci appartiene: oltrepassando i confini della soggettività individuale, capovolgendo la nostra prospettiva antropocentrica: “Infinita oltre lo sguardo si allunga rigogliosa la macchia // e due occhi antichi / emergono dal fiume per guardare”. Questo libro di Maddalena Lotter è un viatico per riconoscere l’energia generativa che attraversa il nostro presente di crisi climatica ed “eco-ansia”; ci guida a incontrare la vita nelle sue molteplici forme di intelligenza, nella sua “soggettività diffusa” che “brulica e sogna”, e chiede il coraggio di accogliere il mistero, smettere di indagare e fermarci a contemplare, abitare pienamente l’avvicendarsi senza fine della sua bellezza.
Davide Nota, Demotape, Prufrock, [s.l.] 2026
Utilizzando la metafora del demotape, cioè del nastro audio in cui i musicisti incidono la prima versione di brani che solo successivamente troveranno la loro forma discograficamente compiuta, Davide Nota ci consegna un poemetto di formazione scritto negli ultimi tre anni, coerentemente diviso in lato A e lato B proprio come in un vecchio vinile, in cui però il primo e l’ultimo testo, non a caso definiti INTRO e OUTRO in continuità con la metafora discografica, sono frutto di un ripescaggio di testi dell’adolescenza risalenti a trent’anni fa. Si sviluppa così un intenso dialogo tra il presente e la memoria personale e familiare, in cui il poeta maturo, almeno a livello anagrafico, guarda, più con tenerezza che con indulgenza, al sé stesso sedicenne tentando di ricalcarne la purezza di sguardo e d’intenti. Con la devozione al canto che contraddistingue da sempre la sua poetica, Nota ne sottolinea la vocazione musicale con continui riferimenti anche lessicali come quando scrive: “Avrei sempre voluto scriverlo in una canzone”, o anche “vorrei cantare la canzone più felice”, e ancora “e questa è solo una canzone” e in chiusura, per confessare il timore che la vita adulta possa insterilire la sua vena “Senza silenzio non ho più canzoni”. Poesia lirica moderna, memore della grande tradizione italiana, quella di Nota ha il merito di non rinchiudersi all’interno del proprio steccato iper-soggettivo ma di sapersi aprire, in questo fedele al modello pasoliniano, a un continuo dialogo con l’altro, incarnato via via nel giovane spacciatore, nella ragazza di origine peruviana vittima di una psicosetta, in un gruppo di prostitute nigeriane, nel vecchio professore malato terminale e negli altri ragazzi e ragazze di vita, nuovi umiliati e offesi della nostra ultima modernità.
Menzioni speciali per le nuove generazioni
Si segnala Retriever (Possibile inquadramento teorico di un) (Tic, 2025) di June Scialpi (1998), autrice distintasi negli ultimi anni nell’ambito della generazione cresciuta a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale. Il libro si presenta come un dispositivo transmoderno che rinnova il genere della scrittura di ricerca attraverso un approccio dinamico e personale. La poesia prende forma nell’atto stesso del tentativo, sempre sfuggente, di inquadrare teoricamente la figura del cane retriever; al corpo centrale segue una Coda (titoli di) e un testo conclusivo che invita a leggere l’intera opera come un’unica poesia. Sul piano formale, il volume è composto da prose prive di titolo, disposte rigorosamente in ordine alfabetico. All’interno di questo saldo impianto macrotestuale, l’io lirico non scompare, ma si manifesta in forma volutamente straniata, mimetizzandosi nella trama allusiva del linguaggio.
Si segnala Casa Blu (Capire, 2025) di Abbadi Ali Fatmi (2003), poeta esordiente che esplora con schietto lirismo l’universo familiare delle proprie origini, dal Marocco della casa blu all’esperienza di vita italiana, fino alla tensione di un ritorno contrastato verso una terra alla quale sente di appartenere fin nelle percezioni più intime – come l’odore dei luoghi – ma dalla quale scopre di essere, al tempo stesso, inevitabilmente escluso a causa di desideri ritenuti proibiti. La raccolta, articolata in tre sezioni, intreccia versetti delle sure coraniche e dialoghi in francese, dando voce a un italiano autentico ed emotivo, consapevole della tradizione letteraria e attraversato da riferimenti intertestuali che spaziano da Torquato Tasso alla canzone d’autore contemporanea, da Franco Battiato ad Arisa. Ne emerge un intenso percorso di riconoscimento della propria identità, dei propri sogni e desideri, nel confronto sofferto con le aspettative della famiglia e della cultura d’origine.











