Premio Polverini 2026: motivazioni della giuria e serata di premiazione

Il Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini nasce nel 2026 per custodire e rilanciare l’eredità di Pietro Polverini (1992-2023), una delle voci poetiche italiane più intense della sua generazione. Promosso dal Comune di Fiastra, con la collaborazione di MediumPoesia e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra, il Premio intende valorizzare i libri di poesia italiana contemporanea più originali e incisivi, selezionando tre opere finaliste attraverso una giuria altamente specializzata e riservando una particolare attenzione anche alle voci delle nuove generazioni mediante apposite segnalazioni di merito. Il vincitore assoluto viene designato il giorno della premiazione da una giuria popolare, creando così uno spazio d’incontro tra autori, critica e lettori nel paese di Fiastra (MC), profondamente legato alla biografia del poeta.
L’opera di Pietro Polverini vive nelle raccolte Indice di sbiadimento sommario (PeQuod, 2022) e La nostra villeggiatura celeste (Interlinea, 2025), pubblicata postuma, nelle quali la fragilità dell’esperienza individuale e la meditazione sulla fine si aprono a una costante ricerca di relazione e di verticalità. Questa prima edizione del Premio desidera mantenere vivo il dialogo con la sua poesia, affinché la sua voce continui a interrogare il presente e ad accompagnare i lettori che verranno.

Giuria: Franco Buffoni (Presidente Onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Francesco Ottonello (Segretario del Premio), Luigi Socci
Coordinamento organizzativo: Luca Chiurchiù
Illustrazione: Daniela Vizzino
Grafiche: Markéta Kurucová
Foto/Video: Giacomo Alessandrini
Musica Live: Lorenzo Sbarbati, Cristina Priorelli, Emanuele Franceschetti
Mostra fotografica: Riccardo Pensa

Motivazioni del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini – I edizione (2026)

Finalisti

Andrea Breda Minello, Il tempo della guarigione, L’Arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2025

Da cosa si guarisce in Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello? Lo dichiara già la prima pagina: dal tempo passato a nascondersi, dal senso di inadeguatezza, dalla paura di venire sorpresi come “corpo / esposto / a carenza d’amore”. Il processo di guarigione è innescato quasi per caso, da uno sguardo più attento e un’offerta semplice: “ti accompagno, il percorso / è quasi lo stesso”. Ma forse non vi è alcun caso nell’attrazione, ché tutto l’universo dell’arte e del mito, delle storie e delle lingue, sembra convergere in quell’istante, in quel verbo al plurale: “di tempo / ne abbiamo”. L’incontro con l’altro sottrae il soggetto alla sua chiusura, lo sospinge fuori da sé, verso il desiderio. Chiamiamolo col suo nome: è l’eros che sgretola i confini in cui l’io si era arroccato e lo orienta verso un’altra presenza. L’eros trasforma i due amanti e tutto ciò che li circonda. Ancora di più quando la tensione è omoerotica, e una parte del mondo ne balbetta appena la grammatica. A comporre il discorso amoroso anche le citazioni dalle canzoni e dall’opera, e le incursioni nel sardo e nel veneziano, ben più che dialetti, in una partitura che rende cristalline le certezze del sentire. Non meno decisiva è la geografia: prima Venezia, testimone e compagna delle passeggiate urbane attraverso cui i due protagonisti cominciano a conoscersi, poi la Sardegna. Tra le calli e i ponti, sulle spiagge e le rocce, seguiamo in presa diretta la delicata costruzione della relazione. Lo stesso ambiente circostante viene trasformato dalla connessione affettiva: “ogni cosa ricomincia / nella presenza l’uno dell’altro”. Noi che leggiamo accompagniamo con trepidazione il dipanarsi di questo tempo nuovo, fatto di gesti discreti e intese crescenti, di esitazioni, paura del separarsi, e scoperta, sempre nuova, della sostanza dell’amore. Per la limpidezza con cui dà voce a una guarigione affettiva e conoscitiva, per la capacità di intrecciare esperienza, cultura letteraria, lingue incarnate e paesaggio vivo, per l’intensità con cui restituisce all’eros la sua forza trasformativa, abbiamo scelto Il tempo della guarigione di Andrea Breda Minello come finalista del Premio Polverini.  

Maddalena Lotter, Non è la fine del mondo, Mar dei Sargassi, Portici (NA) 2025

Lavorato con perizia e meditato nella sua struttura e nei singoli testi, Non è la fine del mondo, terzo libro di Maddalena Lotter, giunge al lettore nella sua estraneità e unicità rispetto al panorama della poesia contemporanea italiana, simile a uno di quei relitti del futuro a cui dà voce, proveniente da un tempo che ci precede e insieme ci aspetta. Riferimenti tematici e formali spaziano dalla fantascienza all’ecopoesia e accolgono insieme al verso e alla prosa anche la forma del diario di viaggio o report, tra scenari di abissi sottomarini e di avventure interstellari. Quest’apertura alle più attuali correnti di ricerca in campo filosofico e letterario porta in risalto un nucleo originario e precedente alla storia, che da sempre appartiene alla poesia, ossia il tentativo di spingersi in un territorio solitario e inesplorato, là “dove le parole non sono più sufficienti”. Nonostante le immagini di cataclismi e rovine, fin dal titolo questo libro ci conduce infatti verso una dimensione circolare, in cui gli scenari della fine della civiltà umana, così come l’abbiamo conosciuta, non sono altro che l’inizio di qualcosa che, immergendoci nel silenzio, possiamo ritrovare come memoria di un’altra forma di esistenza, che ci appartiene: oltrepassando i confini della soggettività individuale, capovolgendo la nostra prospettiva antropocentrica: “Infinita oltre lo sguardo si allunga rigogliosa la macchia // e due occhi antichi / emergono dal fiume per guardare”. Questo libro di Maddalena Lotter è un viatico per riconoscere l’energia generativa che attraversa il nostro presente di crisi climatica ed “eco-ansia”; ci guida a incontrare la vita nelle sue molteplici forme di intelligenza, nella sua “soggettività diffusa” che “brulica e sogna”, e chiede il coraggio di accogliere il mistero, smettere di indagare e fermarci a contemplare, abitare pienamente l’avvicendarsi senza fine della sua bellezza.

Davide Nota, Demotape, Prufrock, [s.l.] 2026

Utilizzando la metafora del demotape, cioè del nastro audio in cui i musicisti incidono la prima versione di brani che solo successivamente troveranno la loro forma discograficamente compiuta, Davide Nota ci consegna un poemetto di formazione scritto negli ultimi tre anni, coerentemente diviso in lato A e lato B proprio come in un vecchio vinile, in cui però il primo e l’ultimo testo, non a caso definiti INTRO e OUTRO in continuità con la metafora discografica, sono frutto di un ripescaggio di testi dell’adolescenza risalenti a trent’anni fa. Si sviluppa così un intenso dialogo tra il presente e la memoria personale e familiare, in cui il poeta maturo, almeno a livello anagrafico, guarda, più con tenerezza che con indulgenza, al sé stesso sedicenne tentando di ricalcarne la purezza di sguardo e d’intenti. Con la devozione al canto che contraddistingue da sempre la sua poetica, Nota ne sottolinea la vocazione musicale con continui riferimenti anche lessicali come quando scrive: “Avrei sempre voluto scriverlo in una canzone”, o anche “vorrei cantare la canzone più felice”, e ancora “e questa è solo una canzone” e in chiusura, per confessare il timore che la vita adulta possa insterilire la sua vena “Senza silenzio non ho più canzoni”. Poesia lirica moderna, memore della grande tradizione italiana, quella di Nota ha il merito di non rinchiudersi all’interno del proprio steccato iper-soggettivo ma di sapersi aprire, in questo fedele al modello pasoliniano, a un continuo dialogo con l’altro, incarnato via via nel giovane spacciatore, nella ragazza di origine peruviana vittima di una psicosetta, in un gruppo di prostitute nigeriane, nel vecchio professore malato terminale e negli altri ragazzi e ragazze di vita, nuovi umiliati e offesi della nostra ultima modernità.

Menzioni speciali per le nuove generazioni

Si segnala Retriever (Possibile inquadramento teorico di un) (Tic, 2025) di June Scialpi (1998), autrice distintasi negli ultimi anni nell’ambito della generazione cresciuta a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale. Il libro si presenta come un dispositivo transmoderno che rinnova il genere della scrittura di ricerca attraverso un approccio dinamico e personale. La poesia prende forma nell’atto stesso del tentativo, sempre sfuggente, di inquadrare teoricamente la figura del cane retriever; al corpo centrale segue una Coda (titoli di) e un testo conclusivo che invita a leggere l’intera opera come un’unica poesia. Sul piano formale, il volume è composto da prose prive di titolo, disposte rigorosamente in ordine alfabetico. All’interno di questo saldo impianto macrotestuale, l’io lirico non scompare, ma si manifesta in forma volutamente straniata, mimetizzandosi nella trama allusiva del linguaggio.

Si segnala Casa Blu (Capire, 2025) di Abbadi Ali Fatmi (2003), poeta esordiente che esplora con schietto lirismo l’universo familiare delle proprie origini, dal Marocco della casa blu all’esperienza di vita italiana, fino alla tensione di un ritorno contrastato verso una terra alla quale sente di appartenere fin nelle percezioni più intime – come l’odore dei luoghi – ma dalla quale scopre di essere, al tempo stesso, inevitabilmente escluso a causa di desideri ritenuti proibiti. La raccolta, articolata in tre sezioni, intreccia versetti delle sure coraniche e dialoghi in francese, dando voce a un italiano autentico ed emotivo, consapevole della tradizione letteraria e attraversato da riferimenti intertestuali che spaziano da Torquato Tasso alla canzone d’autore contemporanea, da Franco Battiato ad Arisa. Ne emerge un intenso percorso di riconoscimento della propria identità, dei propri sogni e desideri, nel confronto sofferto con le aspettative della famiglia e della cultura d’origine.




Dylan Dog “Tre per Zero”, l’epistemologia e il rovesciamento

No, te l’ho detto: niente fantasmi né mostri.
Dovevo solo venire a trovare un tizio
che abita qui a Bellybutton. Non mi resta che
andare da lui, dargli una certa cosa e stop.
Sai che emozione… credo che
non la scriverà mai nessuno,
questa avventura…

Recentemente, mi è capitato di essere a Firenze per un convegno. Il terzo giorno, dopo aver salutato i miei colleghi, sono prontamente entrato in una libreria dell’usato che avevo adocchiato a distanza. Si trattava di uno strano sgabuzzino con libri sparsi. O meglio, un ordine c’era (ci doveva essere), ma io non sono stato capace di individuarlo. Non potevo andare via senza niente in mano, quindi mi sono fatto comprare da una vecchia edizione di un’antologia di brani di Charles Sanders Peirce, Scienza e Pragmatismo. Quella sera stessa, ho cominciato a sfogliarla.
Il giorno successivo, invece, dopo essermi abbuffato nei pressi di Collesalvetti, mi sono diretto all’aeroporto di Pisa, dove, costretto a temporeggiare, mi sono fiondato in edicola. Lì, ho trovato alcuni numeri della mia collana preferita di Dylan Dog, Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, una ristampa a colori di ventiquattro numeri celebri dell’Indagatore dell’Incubo, scelti fra quelli sceneggiati da Tiziano Sclavi. Ne ho preso quattro. Sull’aereo, ho letto quello intitolato Tre per Zero. Quella storia era uscita per la prima volta nel 1997, undici anni dopo L’Alba dei Morti Viventi – non il film di Romero, ma il primissimo numero di Dylan Dog (1986). Dylan era una creatura dello stesso Sclavi, il quale ne aveva discusso la creazione con Sergio Bonelli, aveva già creato un proto-Dylan col romanzo Dellamorte Dellamore (scritto nel 1983, ma pubblicato solo nel 1991), gli aveva aggiunto
una spalla, ovvero un sosia omonimo di Groucho Marx, e infine era uscito in edicola con quel primo numero disegnato da Angelo Stano.
Poi, dieci anni dopo era uscito Tre per Zero, che sembra l’oggettificazione di una serie di ragionamenti, a metà tra la lotta sociale e una riflessione sui massimi sistemi, di Tiziano Sclavi, in cui il falso si fa dominante presso gli elementi del reale, mentre le caratteristiche canoniche di Dylan e della sua spalla vengono totalmente ribaltate. A cominciare dall’inizio, in cui Groucho, anzi che ricoprire il suo solito ruolo comico, inveisce contro la presunta complessità del sistema economico mondiale: «È che ti raccontano un sacco di balle, sempre! E tu ci credi! Sei talmente abituato alle balle che ti raccontano che non ti viene neanche più in mente di metterle in discussione, e finisci per convincerti anche tu che “il problema è complesso” e che tanto non ci puoi fare niente!» Per poi accennare a una problematica epistemologica di indubbio peso: «Dicono che non ci sono due fiocchi di neve uguali… ma vorrei sapere chi lo dice! Come hanno fatto a confrontarli tutti!»

Al che io, che mentre leggevo queste pagine combattevo con una bambina poco più che neonata ossessionata dal mio braccialetto dai teschi colorati, penso al Peirce della sera prima. In effetti, questo era uno dei problemi che egli affrontava. Che non ci siano due fiocchi di neve uguali non è certo un dato esperienziale, ma non è neanche una verità logica… bensì, lo possiamo inferire probabilisticamente. Ma questa induzione non ha nulla a che fare con la verità. Dopodiché, Sclavi continua con una serie di ribaltamenti di quegli stessi dati che, se a primo acchito sembrano dati esperienziali, in realtà, non sono che mere induzioni. In questa storia di Dylan Dog non muore nessuno. Nello stupore generale, i morti risorgono dopo essere stati dichiarati tali. Ma la cosa non crea grossi problemi a nessuno, perché la crisi finanziaria imperversa, e la preoccupazione principale dei personaggi è quella di recuperare i loro soldi.
Ad essere ribaltato non è solo un fatto come quello per cui si muore, ma anche quello che, per induzione, un lettore di Dylan Dog poteva dare per scontato, ovvero che egli sapesse quale fosse la missione dell’eroe. Di fatto, il lettore viene a sapere perché Dylan si sia recato a Bellybutton (il paesello in cui è ambientata la storia), solo alla fine dell’albo. Il che rappresenta un altro fatto che contraddice un’ipotesi teorica.
Come nel film Fargo (1996), la storia si svolge sullo sfondo di un paesaggio innevato, e Sclavi ci tiene molto a far notare al lettore che due fiocchi di neve uguali esistono eccome. Il dato esperienziale che contraddice un’ipotesi. E, come se non bastasse, uno scienziato pazzo, che fa capolino qua e là nel corso della storia, si affanna a dimostrare (secondo lui, riuscendoci), che tre per zero non fa zero, ma fa tre. Se moltiplico tre mele per zero, mi rimangono tre mele, dice. Il che sembra essere vero sul piano nell’esperienza, ma falso sul piano della teoria. E lo scienziato, quando vuole mostrare a Dylan la sua scoperta, trova che dalle lavagne era stata cancellata la dimostrazione scritta col gesso.
Tutto questo porta il ragionamento di Sclavi sul piano della distanza tra la teoria e la pratica. Dove nella teoria i conti tornano, nella pratica la povera gente ha fame. Nella teoria i morti restano morti, ma nella pratica risorgono. Nella teoria, il lettore sa su cosa sta indagando Dylan, nella pratica, no. Nella teoria, tre mele, moltiplicate per zero, si annullano, ma nella pratica restano tre mele. Nella teoria non esistono due fiocchi di neve uguali, nella pratica, sì. È lo Sclavi sociale: a fronte di complessi calcoli economici, che mostrano un andamento positivo (tre per zero fa zero), alcune persone restano comunque lontane dai margini del fiume di denaro che dicono che scorra (tre per zero fa tre), frammisto allo Sclavi epistemico.
Tutto ciò non significa che la teoria sia scorretta, ma solo che non v’è alcuna correlazione tra la teoria e le conseguenze pratiche di essa. Del resto, Peirce, in quell’antologia, rivendicava la piena indipendenza della Scienza dalla Moralità, asserendo che lo scienziato che avesse voluto utilizzare la scienza per modificare gli aspetti pratici della vita quotidiana avrebbe commesso un grosso errore… e questo perché la scienza può non accordarsi con l’esperienza.
I mostri ci sono, in questa storia, ma sono relegati ai margini: mentre i personaggi si affannano a sistemare le proprie finanze, sei zombi si aggirano per Bellybutton, e Dylan non se ne accorge realmente. Anche lui è diventato una pedina del sistema economico, e viene mandato in quel paese per cercare di sistemare la crisi economica consegnando un assegno, in cambio di cinquemila sterline. Crisi che si rivela, anch’essa, essere generata da un’informazione falsa a cui i mercati hanno creduto, una nozione puramente teorica che ha avuto devastanti effetti nella vita delle persone.

In Tre per Zero, Dylan non è l’eroe. Continuamente si chiede perché abbia accettato questo caso… ma la risposta è semplice: Dylan è un eterno squattrinato. E, allora, chi potrebbe biasimarlo?




Esiti del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini – Prima edizione (2026)

Esiti del Premio Nazionale Pietro Polverini – I edizione (2026)

Si comunica che, a seguito della prima votazione della Giuria del Premio Polverini (I edizione, 2026), composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio), hanno avuto accesso alla fase finale le seguenti opere:

  1. Ballerini Paola (1962), La vita che si versa, AnimaMundi
  2. Benzina Riccardo (1988), Midollo, Taut
  3. Breda Minello Andrea (1978), Il tempo della guarigione, L’arcolaio
  4. Carretta Marco (1984), Gli anni degli altri, Vydia
  5. Catricalà Giulia (1990), Reboot del sentire, Fallone
  6. Dolci Paola Silvia (1977), Cledon, Niedergrasse
  7. Fatmi Abbadi Ali (2003), Una casa blu, Capire
  8. Inglese Andrea (1967), Prati. Extended Version, Tic
  9. Lotter Maddalena (1990), Non è la fine del mondo, Mar dei Sargassi
  10. Nagy Noemi (1996), Sottopelle, Samuele Editore/Pordenonelegge
  11. Nota Davide (1981), Demotape, Prufrock
  12. Ostuni Vincenzo (1970), Faldone, Il Saggiatore
  13. Paolini Antonella Antonia (1979), Macello moderno, Nino Aragno
  14. Piersanti Sacha (1993), L’infanzia stipendiata, Perrone
  15. Polini Letizia (1988), Pachiderma, Zacinto
  16. Righi Silvia (1995), Ex voto suscepto, Pungitopo
  17. Rotino Sergio (1968), Fine della biologia, Vita Activa Nuova
  18. Scialpi June (1998), Retriever, Tic
  19. Socci Riccardo (1991), Al risveglio c’è un lenzuolo, Le Lettere
  20. Valdinoci Fabio (1973), Argine degli angeli, peQuod

In seguito a una successiva votazione da parte della Giuria, si rendono note le tre opere finaliste:

  • Andrea Breda Minello (1978), Il tempo della guarigione, L’arcolaio
  • Maddalena Lotter (1990), Non è la fine del mondo, Mar dei Sargassi
  • Davide Nota (1981), Demotape, Prufrock

I tre finalisti saranno presenti alla serata della premiazione sabato 25 luglio, ore 18.00, presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc, Fiastra (MC) e in seguito alla votazione della giuria popolare sarà proclamato il vincitore assoluto della prima edizione del Premio Nazionale Pietro Polverini, organizzato dal Comune di Fiastra, in collaborazione con MediumPoesia e l’associazione RicostruiAmo Fiastra.

Considerata l’alta qualità delle proposte pervenute e la vocazione del premio volta a valorizzare anche la poesia delle voci giovanili o esordienti, la Giuria segnala con una menzione di merito le seguenti opere:

  • Abbadi Ali Fatmi (2003), Una casa blu, Capire
  • June Scialpi (1998), Retriever, Tic

Le voci selezionate con la menzione di merito riceveranno l’invito da parte dell’organizzazione per partecipare alla cerimonia del premio.

Il segretario della Giuria,

Francesco Ottonello

31 maggio 2026




Premio di Poesia Città di Legnano “Giuseppe Tirinnanzi” – Quarantaquattresima edizione (2026)

Bando Premio Tirinnanzi

Quarantaquattresima edizione

Il Comune di Legnano, la Famiglia Legnanese e la Fondazione Tirinnanzi, per ricordare il poeta Giuseppe Tirinnanzi (Firenze 1887 – Legnano 1976), indicono la quarantaquattresima edizione del Premio di Poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi.
Il premio si divide in tre sezioni: a) Lingua italiana; b) Giovani poeti e poete c) Premio alla carriera.

La partecipazione è libera e gratuita.

a) Sezione Lingua Italiana. Solo per libri editi nell’ultimo biennio.

Si partecipa inviando quattro copie di un libro di poesia stampato tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2026. I 4 volumi, corredati da breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, nonché dalla dicitura “Partecipa al Premio Tirinnanzi 2026”, vanno inviati entro il 30 aprile 2026 (fa fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Segreteria Premio Tirinnanzi c/o Fam. Legnanese, C.P. 71 – 20025 Legnano Centro (Milano). La Giuria Tecnica, composta da Franco Buffoni (Presidente), Uberto Motta, Fabio Pusterla e assistita dal Presidente della Famiglia Legnanese o da un suo delegato, dal Sindaco di Legnano o da un suo delegato, da un membro della Famiglia Tirinnanzi e dal Segretario Luigi Crespi, sceglie tre libri i cui autori/autrici saranno invitati alla cerimonia di premiazione che si terrà a Legnano sabato 21 novembre 2026 h 16.45 presso il Teatro Tirinnanzi, piazza IV Novembre 4, Legnano (Mi).
Ciascuno/a dei tre finalisti riceverà un premio in denaro di euro 1.500. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il/la finalista rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro. Alcuni testi di ciascun/a finalista saranno stampati nel programma di sala. Nel corso della cerimonia ciascuno/a dei/le tre finalisti/e sarà intervistato dal Presidente della Giuria e verrà invitato/a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, la Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il/la vincitore/vincitrice, che riceverà un ulteriore premio di euro 2.500.

b) Sezione Giovani. Tra i libri pervenuti per la Sezione Lingua Italiana la Giuria premierà anche, con euro 1.000 ciascuna, 2 opere prime o comunque di giovani poeti e poete. Non sono ammesse deleghe. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Seguirà una festa del dialetto milanese con l’artista e performer Dome Bulfaro che reciterà testi della grande tradizione lombarda.

c) Premio alla Carriera della Fondazione Tirinnanzi. Già assegnato nel 2010 a Luciano Erba, nel 2011 a Franco Loi, nel 2012 a Giampiero Neri, nel 2013 a Giorgio Orelli, nel 2014 a Vivian Lamarque, nel 2015 a Milo De Angelis, nel 2016 a Valerio Magrelli, nel 2017 a Maurizio Cucchi, nel 2018 a Biancamaria Frabotta, nel 2019 ad Antonella Anedda, nel 2020 a Giuseppe Conte, nel 2021 a Umberto Fiori, nel 2022 a Dacia Maraini, nel 2023 a Eugenio Finardi, nel 2024 a Walter Siti e nel 2025 ad Antonio Prete. il Premio alla Carriera di euro 4.000 verrà assegnato a un/una autore/autrice di chiara fama che si sia particolarmente distinto/a nella propria ricerca linguistica, tematica e nell’impegno civile. In caso di forzata assenza il vincitore/la vincitrice rimarrà tale, ma non riceverà alcun premio in denaro.

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i/le concorrenti autorizzano la Segreteria al trattamento dei propri dati personali forniti per la partecipazione al Premio, per tutte le finalità connesse alla gestione dello stesso. Con la partecipazione i/le concorrenti danno atto di aver letto l’informativa di cui all’art. 13 del citato Regolamento UE, pubblicata sul sito Internet www.premiotirinnanzi.it.

La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti:
telefono: 0331-545178
mobile: 347-5913468




Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini – Prima edizione (2026)

Bando del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini

Prima Edizione – 2026

Il Comune di Fiastra (MC), per ricordare il poeta Pietro Polverini (1992-2023), indice la prima edizione del Premio Nazionale di Poesia Pietro Polverini, con la collaborazione di MediumPoesia (www.mediumpoesia.com) e dell’associazione RicostruiAMO Fiastra (https://www.incantoperilmondo.it/project/ricostruiamo-fiastra/).

  1. Partecipazione

La partecipazione è libera e gratuita. Si partecipa inviando, entro il 2 maggio 2026, in formato digitale e cartaceo, un libro di poesia italiana (compresi libri in lingue minoritarie o dialetti dell’Italia) stampato tra il 1° gennaio 2025 e il 30 aprile 2026.

  1. Modalità di invio

Il Premio prevede due invii del proprio libro:

  • Invio Digitale: è richiesto l’invio del PDF editoriale del libro candidato, insieme alla copertina del volume e a una scheda contenente breve biobibliografia, dati anagrafici e recapito dell’autore/autrice, all’email: premiopolverini@gmail.com. L’oggetto dell’email dovrà essere: Candidatura al Premio Pietro Polverini – Nome e Cognome del candidato.

 

  • Invio Cartaceo: è richiesto altresì l’invio di una copia del volume, corredata dalla scheda biobibliografica e dalla dicitura Partecipa al Premio Pietro Polverini 2026, al seguente indirizzo: Via Marconi 10 – 62035 Fiastra (MC), Biblioteca Comunale.

Non potranno essere accettate le proposte che non siano pervenute entro il 2 maggio 2026 (fanno fede il timbro postale e il giorno di invio dell’email con gli allegati) in entrambe le modalità indicate nel bando (invio per email e invio cartaceo).

  1. Giuria e Selezione

La Giuria Tecnica – composta da Franco Buffoni (presidente onorario), Franca Mancinelli, Renata Morresi, Luigi Socci e Francesco Ottonello (segretario del premio) – selezionerà tre libri vincitori. Gli autori e le autrici saranno tenuti a prendere parte alla cerimonia di premiazione, prevista per il 25 luglio 2026, ore 18.00, a Fiastra (MC), presso il Castello Magalotti, Auditorium di via San Paolo snc.

  1. Premi

Ciascuno dei tre vincitori riceverà un premio in denaro di euro 500 e dovrà essere presente alla cerimonia di premiazione che si terrà a Fiastra (MC), il 25 Luglio 2026. L’organizzazione del Premio provvederà a fornire l’alloggio. Non sono ammesse deleghe: in caso di assenza, il premiato non potrà ricevere la somma in denaro e quest’ultima verrà destinata ad altro partecipante secondo la graduatoria redatta dalla Giuria. Nel corso della cerimonia ogni vincitore sarà intervistato dalla Giuria e verrà invitato a leggere le poesie stampate nel programma di sala. Al termine, una Giuria Popolare esprimerà su apposita cartolina il proprio voto decretando il vincitore assoluto, che riceverà un ulteriore premio di euro 1.000.

  1. Privacy e Accettazione

Ai sensi del Regolamento UE 679/2016 e del D.Lgs. 196/2003 e s.m.i., i concorrenti autorizzano il trattamento dei propri dati personali per le finalità connesse alla gestione del Premio. La partecipazione costituisce implicita accettazione delle norme del bando. Per quanto non previsto valgono le delibere della Giuria, il cui giudizio è insindacabile.

Contatti della segreteria organizzativa (Luca Chiurchiù)

telefono: +39 3334106630

email: premiopolverini@gmail.com


Clicca qui per scaricare il bando completo. Scadenza candidature: 2 maggio.

Copertina del libro d’esordio di Pietro Polverini (Pequod, 2022)
Copertina del libro postumo di Pietro Polverini (Interlinea, 2025)



Riattraversare D’Annunzio nel XXI secolo: San Sebastiano e la Sardegna

Introduzione: riattraversare D’Annunzio nel XXI secolo

Quando mi è stato chiesto dal professor Ermanno Paccagnini di partecipare a una tavola rotonda su Gabriele D’Annunzio, sono stato inizialmente perplesso, perché non avevo mai riflettuto in modo consapevole sul mio rapporto con un autore che, secondo le note parole di Eugenio Montale, è necessario ‘attraversare’ per entrare nel pieno Novecento.

Riflettendo meglio, ho compreso con maggiore chiarezza il nesso tra D’Annunzio e la contemporaneità, nonché quello, più specifico, con il mio personale percorso. Mi sono venuti in mente due ambiti solo apparentemente marginali, ma in realtà rivelatori di elementi fondanti l’opera e la personalità del poeta abruzzese — e, in una parentesi biografica non del tutto peregrina, anch’io provengo in parte dagli “Abruzzi”, avendo una nonna molisana.

Il primo riguarda il legame con il mito e con la mitizzazione dell’arcaico; il secondo il nesso imprescindibile con la sensualità, inestricabile dalla musicalità della lingua. A questi si aggiungono il respiro extranazionale — nonostante e insieme nel nazionalismo — e la dimensione transmediale, che fanno di D’Annunzio un precursore di dinamiche oggi pienamente riconoscibili, nella nostra cultura ‘metaversica’.

In particolare, mi riferisco al rapporto con la figura di San Sebastiano e a quello con la Sardegna, sul quale mi soffermerò più diffusamente.

Léon Bakst, Costume per la danzatrice Ida Rubinstein (1885-1960) nel ruolo del protagonista maschile in Le Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D’Annunzio, 1912.

L’ossessione Sebastiano

Sulla vera e propria ossessione dannunziana per San Sebastiano molto si potrebbe dire anche in relazione alla vita privata dell’autore. Basti pensare all’incontro risalente agli anni ottanta nei giardini di Villa Medici con la scrittrice nonché amante Olga Ossani — che ispirò l’Elena del romanzo Il piacere — durante il quale il Vate si spogliò mimando la posa del santo trafitto alla colonna, e al fatto che in una lettera a lei indirizzata, scusandosi per alcune sue volgarità, si firmi proprio ‘San Sebastiano’.

Qui mi limito a ricordare la pièce teatrale Le Martyre de Saint Sébastien, scritta in ottonari francesi artificiosi e arcaizzanti, con le musiche di Claude Debussy (1910-1911). Premetto che mi soffermo sulla figura del santo — la cui nudità e la cui posa languida sono connesse alla dimensione sensuale fin dalla pittura rinascimentale — anche perché essa occupa un ruolo non marginale nel mio libro d’esordio Isola aperta (Interno Poesia, 2020), in cui compare un «ragazzo trafitto alla colonna» (p. 28) e che secondo il prefatore Tommaso Di Dio ha invece come «protagonista […] un Sebastiano che contempla le proprie ferite, trafitto dalle mancanze e dalle distanze» (p. 6).

D’Annunzio quindi è stato indubbiamente l’autore che ha contribuito maggiormente alla ricezione novecentesca di una versione apocrifa ed erotica della vita del Santo, che si svolge sotto il regno di Diocleziano (284-305): dal romanzo giapponese Confessioni di una maschera di Yukio Mishima (1948, ed. it. 1969) allo ‘scandaloso’ film Sebastiane del britannico Derek Jarman, girato integralmente in latino (1976).

Nell’opera dannunziana la figura di Sebastiano fu impersonata da un’attrice di sesso femminile, la saffica Ida Rubinstein, che rappresenta per il poeta l’ideale dell’androgino. Questo aspetto rafforza ulteriormente l’ambiguità – oggi diremmo the queerness – della rappresentazione, in una sorta di mistero medievale apocrifo della durata di ben cinque ore. L’azione, più visionaria che narrativa, segue il passaggio del giovane capo degli arcieri prediletto dall’imperatore e dalla corte pagana alla rivelazione cristiana: alla fascinazione sensuale esercitata dalla sua bellezza (è paragonato e venerato come Adone) si oppone la scelta consapevole del martirio, fino alla scena finale del supplizio, dove il corpo trafitto si trasfigura in immagine di gloria.

Alla prima a Parigi il 22 maggio 1911, al Théâtre du Châtelet, assistettero tra gli altri Marcel Proust, che apprezzò particolarmente l’opera, e l’arcivescovo di Parigi, Léon-Adolphe Amette, che invece la osteggiò in tutti i modi, giudicandola blasfema. Pertanto mi sembra che quest’opera renda bene conto della transmedialità, del respiro extranazionale e del rapporto pansessuale e sua modo queer con l’erotismo coltivati da D’Annunzio[1].

La nostalgia magico-eroica dell’arcaica Sardegna

Essendo io sardo, il particolare rapporto di D’Annunzio con la Sardegna mi ha da sempre interessato. Già da bambino, in un paese vicino a quello di mio nonno materno (Sardara), al castello di Sanluri, potei vedere esposte alcune lettere autografe dannunziane, in cui il vate parla del ‘vin nero’ di Oliena. Indicativa è la lettera del 1909 al giornalista Hans Barth in cui è ben presente l’elemento mitizzante con riferimento alle costruzioni prenuragiche:

“Non conoscete il nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domus de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo”.

Un unico viaggio, un amore ‘impossibile’ scolpito per tutta la sua vita. Gabriele D’Annunzio aveva appena diciannove anni quando, nel maggio del 1882, intraprese un tour dell’isola: una Sardegna ancora selvaggia e che il Vate esplorò vedendola come una “terra magica”. Sbarcò a Terranova (l’odierna Olbia) con due collaboratori della rivista romana “Capitan Fracassa”, Cesare Pascarella ed Edoardo Scarfoglio, visitando dapprima Alghero, Nuoro e Oliena.

La tappa successiva fu in Campidano, Villacidro, dove rimase estasiato dalla cascata di Sa Spendula, tanto da scriverne l’omonima poesia, pubblicata su “Capitan Fracassa” il 21 maggio 1882. Il testo celebra “uno strano popolo d’atleti” di pietra, anticipando quasi la riscoperta delle statue dei Giganti di Mont’e Prama. La tappa a Cagliari fu anch’essa fonte di ispirazione: la visione delle ‘bianche piramidi’ delle saline di Molentargius generò la poesia Sale; nella Sardegna meridionale il poeta osservò affinità con il Nord Africa, riflesse anche nella poesia Sotto la lolla (sa lolla è un ‘cortile aperto’ tipico delle case campidanesi).

Il suo rapporto con la Sardegna si configura a partire da quel viaggio giovanile e dall’intensità delle impressioni raccolte, testimoniata anche da una lettera al giornalista Stanis Manca (1893): “Ho nostalgia della Sardegna da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore”. Il precoce Gabriele — che già aveva pubblicato a sedici anni Primo vere (1879) e nel 1882 diede alle stampe la silloge Canto novo — rimase affascinato dall’aspetto arcaico, selvaggio e magico dell’isola, come emerge dai numerosi documenti e dalle lettere.

Questa fascinazione si riflette anche nei personaggi della sua opera. Nella tragedia Più che l’amore (Roma, 1906) compare il servo Rudu, detto homine de abbastu (“uomo di spessore”), che pronuncia battute in sardo e descrive il paese di Santu Lussurgiu. Ancora, nella Canzone della Diana delle Laudi (1912), viene celebrato Pietro Ari di Cuglieri come un combattente fiero e coraggioso.

La Sardegna attirò D’Annunzio anche per la sua dimensione musicale. Egli nutrì una grande ammirazione per il musicista e musicologo Gavino Gabriel, autore di canti popolari sardi, e scrisse: “Da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso con un indicibile aumento di vita interiore”. La musicalità dei canti, insieme alla forza arcaica del paesaggio e alla monumentalità delle strutture nuragiche, alimentò la percezione del poeta della Sardegna come terra mitica, quasi sacrale.

In coda al viaggio, D’Annunzio manifestò l’intenzione di scrivere un libro con foto, racconti e testimonianze, mai realizzato, ma rimangono articoli, reportage e lettere che documentano il suo legame con l’isola. Le poesie Sa Spendula, Sale e Sotto la Lolla mostrano come la Sardegna sia stata mitizzata da D’Annunzio attraverso la sovrapposizione di uno sguardo esotizzante, tipico del “continentale”, e al contempo di un sentimento quasi nativo, che associa l’asprezza e l’arcaicità della terra sarda al suo altrettanto mitizzato Abruzzo.

Faccio seguire, come ideale risposta a “La Spendula” di D’Annunzio, un mio testo letto durante la tavola rotonda a Pescara, ispirato alle costruzioni nuragiche dette ‘tombe dei giganti’, in cui la ricerca del suono e l’antico hanno un ruolo fondamentale. All’idea eroica dannunziana, già in nuce ‘superomistica’, si sostituisce quella di ‘nuovi eroi’ in grado di sapere uscire di scena, facendo così incominciare ‘l’altro’ da noi. In coda si presentano anche le altre due poesie dannunziane sulla Sardegna, mai incluse in alcuna sua silloge[2].

[1] Dell’ossessione per San Sebastiano e della sua identificazione con il santo in alcuni episodi della vita reale parlano Piero Chiara nella Vita di Gabriele d’Annunzio (1933, passim) e Giovanni Bruno Guerri in La mia vita carnale (2013, p. 76). Per una recente lettura queer di Frances Clemente vd. https://journals.openedition.org/mimesis/2364.

[2] Le poesie, insieme a un resoconto del viaggio, furono pubblicate nel volume di G. D’Annunzio, Pagine disperse. Cronache mondane – Letteratura – Arte, coordinate e annotate da Alighiero Castelli, Bernardo Lux, Roma 1913, pp. 25-27. Non sono a conoscenza di alcuno studio monografico su D’Annunzio e la Sardegna. Si forniscono alcuni link utili per approfondimenti: https://www.laboccadelvulcano.it/it/d-annunzio-gabriele.html; https://meandsardinia.it/viaggio-sardegna-gabriele-dannunzio-2/; https://sardegna.admaioramedia.it/80-anni-dalla-morte-di-dannunzio-un-solo-viaggio-ma-un-rapporto-intenso-con-la-sardegna-angelo-abis/

 

La Spendula (1882)

Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampii i mirteti
selvaggi e li oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.
Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un’acredine di effluvii
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore,
come fauno di bronzo su ’l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.

 

Alluxingiau babbaluxi deslùxiu (da Isola aperta, 2020)

Trova una formula al mitologema
a sicut erat at semper a torrare

ovunque prende il corpo muti suoni
ripulsano i rizomi dei pianeti
l’astro morente ingurgita i battiti
come se giacessimo lì, addormentati
in sas tumbas ’e sos gigantes nuovi eroi
incubati noi, guarendo da visioni ininterrotte
svincolati dal tempo appena culmina il sole,
è così che usciamo e incomincia un altro
vociare di verbo is brebus ’e is brebus

lasciamo il giorno controluce nel suono.

 

Altre due poesie dannunziane sulla Sardegna (presenti in Versi d’amore e di gloria, Appendice II)

Sotto la lolla

Cadono le sanguigne primavere
de’ rosolacci tra ’l fiorente smalto
de l’avena selvatica, ed a schiere
i fichidindia salgono il rialto.
Dietro la cupoletta saracina
un bel gruppo di palme apre il fogliame
ampio come un ventaglio di cadina
nitidamente sopra un ciel di rame.
– O bella bruna a cui verde rampolla
tra i fior del petto una canzon d’amore
sotto i nidi nell’ombra d’una lolla
co’ i ritmi lunghi d’un incantatore
io mi fermo dinanzi su ’l cavallo
come un arabo senza caffetano:
trottavo solo pe ’l viale giallo
ed ho visto le palme di lontano.
Datemi un sorso d’acqua. Io sono stanco
ed ho raggiunto l’oasi cortese….
Come un vuoto alvear, tacito e bianco,
ditemi, è Tombuctù questo paese?
Ne l’iride di càrabe profonda
a voi fiammeggia il Sàhara incantato,
sprizza da ’l fiore de la bocca tonda
la freschezza d’un dattero dorato.
Tutta cadente su le membra pigre
voi seguivate il piano vol del canto;
ma che stupenda agilità di tigre
ne ’l sorgere de’ vortici de ’l manto!
Che fascino di urì, per maometto,
ne ’l vostro riso (Una gran barba nera
con relativa canna di moschetto
sporge da ’l muro). Grazie. Buona sera.

Sale

Ne le quadrate sedi l’inerzia
de l’acqua torpe: non anche un brivido
trascorre qual sonno di lago
e la grande alba plenilunare.
Stan per la riva tacita i cumuli
bianchi de ’l sale, bianche piramidi
de l’umile vertice, a ‘l fondo
de l’acqua torpe; non anche un brivido.
Stan per la riva simili a un ordine
di sacre tombe. Lungi, la linea
lucente de ’l mare e dei colli
bassi pendentisi ne ’l vapore.
Una freschezza sana di effluvii
Va per la notte di maggio; scricchiola
A tratti il cristallo salino
in quel solenne mistero…. Forse
giù ne le tenebre danzan le mummie
egiziane? Forse invisibile
Osiri co ’l verde occhio regna
La solitudine ampia e serena?




Poesiæuropa VIII Edizione, 2026 | Bando

Poesiaeuropa VIII edizione - Mediumpoesia

Bando 

Poesiæuropa propone una riflessione sulla cultura umanistica partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle nostre radici storiche e spirituali e costruire insieme visioni per il futuro. Nel 2026 il progetto giunge alla sua VIII edizione e prevede la partecipazione di autori da diversi paesi che prendono parte a una scuola speciale. La scuola si terrà presso l’Isola Polvese del Lago Trasimeno (Perugia), in Italia, al confine tra Umbria e Toscana, durerà dal 3 al 6 giugno 2026, per la durata di 4 giornate, e sarà articolata in vari appuntamenti:​​

  • lectio magistralis;
  • forum di dialogo; 
  • workshop;
  • panel con presentazione dei lavori dei vincitori di borsa di studio; 
  • reading. 

Per l’edizione del 2026 si richiedono interventi attinenti alle seguenti aree tematiche:​​

1) ECHI DAL FUTURO – Questo focus è dedicato a una riflessione ad ampio spettro sul tema del futuro nelle scritture dal 2020 in poi, in poesia e in narrativa. In particolar modo, ci concentreremo su tre aspetti, attraverso i quali può essere interpretato questo tema:​​​

  • solitamente si assegna un ruolo di primo piano al tema del futuro nelle opere considerate appartenenti al genere della fantascienza, che possono avere un carattere utopico o distopico, prefigurando paradisi o apocalissi. Vorremmo portare l’attenzione anche su scritture che rappresentano l’idea del futuro come parte di una condizione esistenziale e riflessiva che non sovrappone immagini o narrazioni trasfiguranti di un domani, meraviglioso o distruttivo, all’esperienza di questi anni, ma che proprio nell’esperienza di questi anni è radicata. Un futuro che non toglie attenzione al presente come reale condizione storica, ma anzi vuole portare ad un’accesa consapevolezza critica della storia;
  • come i Future Studies possono interagire e/o influenzare la letteratura che si fa oggi? Attenendoci alle indagini dei Future Studies, orientati ad uno studio sistematico ed interdisciplinare del possibile e del probabile, con l’obiettivo di prefigurare e anticipare cambiamenti sociali, culturali e tecnologici, rivolgiamo l’attenzione a varie sinergie tra: a) la scrittura letteraria e campi extra-letterari e non umanistici (scienze, matematica, economia, ecc.); b) il linguaggio scritto e il concetto di pluralità – dal momento che pensare il futuro e le sue possibilità/probabilità implica un orizzonte plurale –, dunque come la scrittura  può configurarsi con un focus plurale nelle modalità di rappresentazione del soggetto/individuo, dello spazio, del tempo e negli usi dello stile;
  • il tema del futuro apre a un ventaglio di interazioni tra la scrittura, le forme artistico-mediatiche-digitali e l’IA. Ci interessa riflettere sui modi in cui la figura dell’autore può delinearsi in prospettiva, ad esempio nell’interazione con gli strumenti di creazione artistica, i canali di diffusione, i contesti di rappresentazione delle opere che attualmente si stanno elaborando, a livello editoriale, mediatico, museale;

​​

2) LAVORO – Questo focus è dedicato ai modi in cui la letteratura ha affrontato il tema del lavoro, soprattutto nelle sue connotazioni storiche e sociali. Verranno prese in considerazione le proposte che affrontano la questione in questi termini:

  • il lavoro come soggetto della scrittura (testi che ne parlano esplicitamente, con attenzione in particolare ai vari fenomeni del lavoro, mercato del lavoro, cambiamenti del lavoro, modi degli individui di dare valore al lavoro, ecc.) e come ciò ha connotato i testi all’interno di poetiche specifiche, con preferenza per le opere pubblicate dal Duemila in poi;
  • autrici e autori che hanno realizzato interventi critici saggistici e/o giornalistici sul tema del lavoro, se e come queste riflessioni in prosa interagiscono con la loro poesia;
  • testi che affrontano il tema del lavoro e orizzonte d’attesa, ovvero come i lettori hanno interagito con questo tipo di testi, come essi appaiono collocati nei contesti di diffusione (libri, giornali, web, social media, ecc.);
  • come un autore concepisce il proprio lavoro? Considera il lavoro come elemento cruciale della propria poetica? A tali questioni, si aggiunge una riflessione sull’idea di scrittura come lavoro, atto creativo e condizione materiale: la scrittura può essere oggi considerata un lavoro con risvolti a livello formativo e sociale, ma anche produttivo/d’innovazione, ecc.?

​​

3) RUMORE – Questo focus è dedicato alle interazioni tra il linguaggio della poesia e gli studi scientifici sul rumore. Verranno presi in considerazione i lavori che riflettono sulle interazioni tra la scrittura e le valenze attribuite al rumore:

  • il rapporto tra la poesia e le distinzioni tra suono e rumore, armonia e disarmonia, equilibrio e disequilibrio, politura e scarto, sound-scape e noise-scape, composizione/forma/stile e anti-composizione/anti-forma/anti-stile;
  • a tale prima linea guida, vogliamo però aggiungere anche una seconda in cui le distinzioni prima indicate si sovrappongono in tessuti di ibridazioni: il suono e il rumore appaiono consustanziali a un’atmosfera composita, come alternanze di corpi cosmici pulsanti, in evoluzione, in divenire; inoltre, appaiono in sé stratificati (il suono e i suoi toni, alti-bassi, chiari-scuri; il rumore e le sue gamme, ad esempio dal white noise al brown noise);
  • il rumore in poesia oltrepassa la dimensione compositiva e stilistica: le polarità, tanto antitetiche quanto complementari, tra suono e rumore portano a considerare anche implicazioni ideologiche del fare poesia, che sono attinenti al giudizio morale su utile/inutile, necessario/innecessario e, in senso estetico, bello/brutto, ma che comprendono anche giudizi utilità/inutilità del bello e significanza/insignificanza del brutto (ad esempio, a partire dalle storiche distinzioni tra bello e sublime). Infine, una domanda: possiamo dire che, allo stato di cose del presente, il campo della poesia sia un contesto indicativo del fatto che, a più larga scala, i giudizi di valore vengano tendenzialmente sostituiti con giudizi di utilità?  ​​

​​

Per ottenere la borsa di studio, che prevede l’ospitalità per le giornate in cui si terrà la scuola e la presentazione dei propri lavori di studio e/o creativi, sarà necessario inviare una mail con allegati il proprio curriculum vitae e un abstract di massimo 500 parole dello studio o del lavoro artistico che si intende presentare all’indirizzo info@spaziohumanities.it entro il 2 marzo 2026. I risultati saranno comunicati entro il 12 marzo 2026. 

La partecipazione è aperta a tutti: le borse non comportano limiti riguardo l’età, l’occupazione professionale e la provenienza dei partecipanti. La partecipazione a Poesiæuropa permette inoltre di ricevere un attestato di partecipazione con validità di corso di aggiornamento/formazione, per questo la disponibilità a rimanere per l’intera durata dell’evento avrà effetto premiante in sede di concorso.

I contributi selezionati dal comitato scientifico saranno inclusi in una pubblicazione patrocinata dal Dipartimento di Lettere-Lingue dell’Università di Perugia in sinergia con Arizona State University e Colby College.

Ogni borsa di studio coprirà tutti i costi di vitto e alloggio in una camera multipla presso una struttura convenzionata. Per riservare una camera singola o multipla all’Hotel Villa Polvese Resort per l’intera durata dell’evento, o una camera singola in una struttura convenzionata, è richiesto un contributo, comunicato su espressa richiesta. A fine di facilitare le attività logistiche, si prega di specificare il tipo di alloggio desiderato al momento della candidatura.

Poesiaeuropa 2026 si impegna inoltre a riservare 2 borse di studio interamente gratuite per scrittori, poeti o artisti che vogliano presentare la propria opera.

Agli gli studenti che vorranno seguire le lezioni e vivere l’esperienza della scuola senza presentare progetti di studio, verrà rilasciato un attestato di partecipazione che implica l’obbligo di frequenza di minimo 2 giornate formative su 4. Nel caso in cui gli studenti vogliano anche pernottare, si prega di specificare questa richiesta al momento dell’iscrizione e provvederemo a indicare loro una gamma di strutture convenzionate.

Non sono previsti rimborsi per il viaggio.

​​​​

Per ogni informazione, non esitare a contattare:

info@spaziohumanities.it

​​​

Poesiaeuropa è un’inziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo ed è organizzata in collaborazione con Arci Spazio Humanities. Tra i partner: Università degli Studi di Perugia, Regione Umbria, Goethe Institut, Instituto Camões, Forum Austriaco di Cultura, Ambasciata d’Irlanda, Accademia d’Ungheria, Danish Art Foundation, Colby College, Arizona State University, and Virginia G. Piper Center for Creative Writing. Il programma degli ospiti sarà disponibile sul nostro sito nei primi mesi del 2026 e a seguire quello completo con tutti i borsisti.




Appello da Gaza alla cultura italiana: una voce per il poeta Haidar al-Ghazali

La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno

Haidar al-Ghazali

«Riportami alla mia giovinezza / per un momento» è la supplica che il poeta palestinese Haidar al-Ghazali, che proprio ieri ha compiuto 21 anni, affida alla lingua smarrita dell’infanzia, nel mezzo della devastazione di Gaza. In pochi versi – pronunciati quasi sottovoce, come chi parla al margine dell’irreparabile – ci ricorda che la guerra non uccide solo i corpi, ma spezza le biografie, cancella le città e deruba i giovani del tempo per crescere, studiare. Solo con i due occhi chiusi si può camminare per la propria terra martoriata.

لحظةً
أمشي في الشوارع
مغمضَ العينين
فلا أجلس الآن
أرثي مدينةً كاملة.

ʿidnī ilā ṣabāy
laḥẓatan
amshī fī al-shawāriʿ
mughmaḍa al-ʿaynayn
falā ajlisu al-ʾāna
arthī madīnat(an) kāmila.

Riportami alla mia giovinezza
per un momento
a camminare per le strade
con i due occhi chiusi
affinché non mi sieda adesso
a piangere un’intera città

[traduzione di Francesco Ottonello]

Di fronte a tutto quello che sta accadendo, denunciato dal report di Francesca Albanese per le Nazioni Unite, non è più possibile restare in silenzio. Chi ha una voce, la usi. Chi scrive, scriva. Chi insegna, insegni la giustizia.

Chi può creare opportunità concrete – borse di studio, residenze letterarie, progetti di accoglienza e formazione – lo faccia ora. Questo articolo chiama in causa voi, lettori, poeti, intellettuali, scrittori, accademici, e chiunque abbia una voce e il potere anche minimo di fare qualcosa.

Si tratta di difendere ciò che resta umano nell’umano: il diritto a un futuro, alla parola, alla dignità. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare che si perda, come diceva Vittorio Arrigoni.

Riportiamo qui la traduzione dall’inglese delle parole che Haidar al-Ghazali mi ha indirizzato personalmente affinché venissero diffuse tra la comunità culturale italiana. Esse sono tratte da un vocale, che riproduciamo con il suo consenso, e da cui si possono sentire i rombi degli aerei che sorvolano Gaza, intervallando la sua voce…

Traduzione in italiano

Ciao amico mio, grazie per il tuo interesse. Apprezzo tutto ciò che stai cercando di fare. Sì, puoi pubblicare questo sul tuo sito web. Penso che possa essere utile.
Vorrei ottenere una borsa di studio per studiare all’estero. Sai, tutte le università di Gaza sono state distrutte — completamente rase al suolo — a causa del genocidio. Il mio percorso di apprendimento si è interrotto quando è cominciato questo genocidio. Perciò vorrei ricevere una borsa di studio per studiare all’estero. Suggerisco anche di cercare un programma di residenza letteraria. Io sarei disponibile e penso che potrebbe essere utile anche come possibilità di evacuazione da questo massacro.
Viviamo in una situazione orribile — nella carestia, nella fame. E non riesco a credere che io stia vivendo davvero tutto questo. Sai, la situazione è insostenibile. Ottenere una borsa di studio o una residenza letteraria sarebbe utile per avere una possibilità di fuggire da questo massacro.

Aidar al Ghazali

Trascrizione in inglese

Hello my friend, thank you for your interest. I appreciate everything you are trying to do. Yes, you can share this on your website. I think it will be useful.
I would like a scholarship to study abroad. You know, every university in Gaza has been destroyed — totally demolished — as a result of the genocide. My learning journey stopped when this genocide began. So I want to get a scholarship to study abroad. I also suggest that you search for a literary residency. I would be available, and I think it would be useful as a way to evacuate from this massacre.
We are living in a horrible situation — in famine, in starvation. And I can’t believe I am actually living through this. You know, the situation is unbearable. Getting a scholarship or a literary residency would be helpful to have a chance to evacuate from this massacre.

 

 

Infine presentiamo tre poesie tratte dal volume Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, edito da Fazi Editore nel 2025, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, e che raccoglie versi scritti da dieci autori palestinesi tra ottobre e dicembre 2023. Proprio su questo libro concludiamo la stagione di MediumPoesia 2024–2025, con un articolo critico di Davide Pinna in uscita domani.

23/04/2023
L’alfabeto degli universi

L’alfabeto degli universi
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.
Segnerò l’appuntamento sopra le tue colline
e il flauto testimonia
e l’alba testimonia
e le mie barche affondate testimonieranno
che ballerò con la notte invecchiata
e prepareremo universi di poesia,
o fiore di melograno.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.

Portami sotto le tue palpebre;
perché il mare mi soffoca nella sua vastità
e dormi sui palmi delle mie mani,
la poesia cola dalle tue curve strette come respiri
per gli annegati.

Io sono la fenice, stanca delle storie di cenere
tolgo la mia leggenda ogni notte alla porta di casa,
divento un corvo,
prigioniero del tuo chiarore.
Poni il tuo mantello sul mio petto
e divento un gabbiano di mare o una colomba.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.

O paese degli affaticati,
perché hai colto l’ultimo fiore del melograno?
Perché ci lasciamo disegnare gli universi sui muri delle barche?
Perché, o paese degli affaticati,
i nostri petti sotto il mare,
sotto i cortei?
Tornerò un giorno dicendo:
quello che non sanno gli annegati
è che se non avessero portato con loro
i loro grandi sogni
tutte le barche non sarebbero affondate.

24/10/2023

Stavo per mettere un boccone di lenticchie in bocca
quando un razzo si è avvicinato al nostro quartiere,
chiudendo la finestra del sole con un mucchio di terra.

E poiché sono un poeta,
sarei sicuramente morto.
Mio padre abbraccia i miei fratelli e mia madre
tra le sue braccia
in un angolo,
e io sto sotto le lastre di zinco e le schegge,
osservando questa scena
per scriverla.

Sono corso verso la strada,
come un bambino,
fino a quando il nostro vicino ha messo la mano di una bambina
sul marciapiede di fronte a me,
quindi non ho distolto lo sguardo,
così ho capito che ero cresciuto.

Tornai a casa,
la polvere del crimine aveva occupato tutto,
e sulla tavola da pranzo
cinque piatti
e quattro cucchiai
e sopra di me un soffitto bucato.

Non ho trovato il mio cucchiaio.

29/02/2024

La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.

25/04/2024

Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo
per piangere.
Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e non verrà promosso
chi non supererà l’esame di umanità.

Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo,
governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?

La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere
sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti
fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra
e nutrirvi.

Haidar al-Ghazali (2004). Poeta di Gaza. Finché gli è stato possibile ha studiato Letteratura inglese e Traduzione. Oggi la sua università è rasa al suolo. Dall’inizio dell’offensiva israeliana racconta l’assedio in versi, scrivendo ogni giorno, come lui stesso dice, «versi che sanguinano». Negli ultimi mesi i suoi testi sono apparsi, anche in traduzione, su diverse riviste. La poesia “I giovani liberi” letta in tutto il mondo nella traduzione “The intifada of the free youth”, e rivolta ai giovani in protesta nelle università occupate, contiene il verso che dà il titolo a questa raccolta. Leggere quotidianamente i suoi diari in versi, cercando di mantenere il contatto nonostante le continue fughe, i lutti e gli sfollamenti ha costituito un lavoro impegnativo e doloroso. Questo libro viene pubblicato nella speranza che un giorno potremo finalmente attraversare il Mediterraneo, noi e il nostro coetaneo al-Ghazali, e parlare di poesia con un passaporto alla pari.

Biografia tratta da “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, cit., pp. 75-76.




Noterella sui maturati bacchettoni, noia e ipocrisia

Maturo acerbo

Forse dovresti accorgerti di non essere più giovane quando “ragazzi” — uomini? se questo è un… — pressappoco della tua età iniziano a ripetere i soliti discorsi bacchettoni, parlando di generazioni di sfaccendati, sconsiderati, senza responsabilità. Per non parlare della magico-rituale locuzione: “ai miei tempi”.

A dire che “noi” (?!) fummo a nostra volta definiti “bamboccioni” (Padoa-Schioppa, Brunetta) e “choosy” (Fornero), circa tre lustri fa. E così via da sempre: già nelle fonti latine, i vecchi si lagnano degli ingrati giovani.
Per fortuna — penso — sono sempre stato fuori tempo e fuori da ogni tribù del Noi: un giovane-vecchio, anti-anagrafico, con amici ottantenni e diciottenni al contempo, in arcipelago.
E ho sempre trovato assurda la retorica della maturità perpetuata dagli adulti, uno strumento di indirizzamento costrittivo verso un modello, in fondo ‘potere’. Diranno per mantenere l’ordine, la pace…
Così sto sospeso e avviluppato nel ramo, tra maturità marce che frenano ma rivorrebbero l’acerbo, e acerbità già marce che sognano un altro maturo.

Come se alcuni casi isolati poi rappresentassero una “generazione”, divenendo il simbolo. Un simbolo del solito, noioso, inveterato depensiero: voi giovani, voi vecchi, o tempora, o mores, 60, 80, 100.
Che noia, che noia, nonnulla! Ma che facciano quello che vogliono con il proprio voto e con la propria pelle, ricordo…

[…]
Ole, quid ad te,
de cute quid faciant ille vel ille sua?
[…]
Dicere quindecies poteram, quod pertinet ad te:
sed quid agas ad me pertinet, Ole, nihil.

Olo, ma che importa a te
che fanno quello o quell’altro della propria pelle?
[…]
Quindici volte avrei potuto dirti quel che ti riguarda:
ma quel che fai, a me riguarda, Olo, un bel nulla.

Marziale, Epigrammi, 7.10 (traduzione mia).

E intanto, in un’altra costa del Mediterraneo, tra maturi e bimbi, prosegue lo sterminio.
Lì, silenzio.

“Chi sente il suono del razzo sopravvive.
Siamo ancora vivi fino a nuovo avviso.” [1]

Così ha scritto la poetessa e biochimica Heba Abu Nada (1991–2023), cinque giorni prima di morire, sotto i bombardamenti israeliani a Gaza.

Ancora, qui, 60, 80, 100.

 

 

[1] “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti, traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh, Fazi, Roma 2025,  p. 71.




Il Pasolini uscito alla maturità 2025 davvero non è pasoliniano?

Le persone che scrivono che il testo di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) uscito per la maturità non è “pasoliniano” forse ignorano grossolanamente le sfaccettature della sua poetica. Esistono testi più rappresentativi, si dice. Ma perché? Forse perché alcuni hanno letto solo un certo Pasolini, o lo hanno letto solo in un certo modo. Pasolini è scandalo ma anche fragilità, ardore ma anche delicatezza, dagli esordi fino al cosiddetto “Pasolini apocalittico” degli anni Settanta.

Se Pasolini pubblica come ultima silloge Trasumanar e organizzar (1971), è poi anche con L’hobby del sonetto – ignorato dai più e mai uscito come libro autonomo – che si coglie la sua intima desolazione, il senso profondo di esclusione dal consorzio civile, dovuto primariamente alla sua omosessualità. Pasolini fu il primo poeta italiano moderno a esporsi pubblicamente in questo senso. E si scaglia contro la società borghese anche perché si sente rigettato da essa. Pensando alla vicenda amorosa con Ninetto Davoli, parla di un «patto reciproco» che non si può sancire legalmente e di invidia per lo «stupido anellino», simbolo dell’amore borghese a lui negato (al riguardo rimando a questo mio contributo).

Premesso ciò, concentriamoci sul testo proposto per la prima prova della maturità 2025 come traccia A, tratto dalla Appendice I a Dal diario (1943-1944). Sicuramente non è il Pasolini più noto delle Ceneri di Gramsci (1957), non è il polemista degli Scritti corsari (1973-1975), ma trovo piuttosto scorretto e ingiusto liquidarlo come un ‘Pasolini non pasoliniano’: un poeta ‘lirico’ innocuo da cameretta, con utilizzo del termine in senso deteriore e snobistico.

Il percorso poetico di Pasolini esordisce all’insegna del friulano e della rivisitazione anche in italiano della tradizione lirica classica e in particolare dei temi idillico-elegiaci. Ma come non cogliere la desolazione di chi osserva da una stanza chiusa “un medesimo mondo” che non cambia durante il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale, mentre il cuore muta e avviene il passaggio dall’adolescenza alla maturità? Stupenda e per nulla banale è l’immagine delle “mille lune” che “non son bastate a illudermi di un tempo / che veramente fosse mio”. Pasolini ha sempre ricercato ossessivamente quel tempo e – se si legge attentamente il testo – la chiave interpretativa è proprio nell’ossimoro, cifra stilistica di tutto Pasolini.

La luna – simbolo ricorrente nella tradizione lirica e che può indicare anche la speranza d’amore – si rinnova quando il poeta riscopre “il canto antico”, proprio nel momento in cui il “perfetto inganno”, quello perpetuato dalla società repressiva, che lo tiene chiuso in camera, sembra non potere più dare spazio alla speranza di un mutamento. C’è tutto Pasolini in nuce, anche nella sua splendida naïveté, nel suo ideale di trovare in un mondo pre-industriale, antico, una possibilità di salvezza a quella lancinante desolazione. E così il Pasolini che passa dall’adolescenza alla giovinezza attraversa tutta la tradizione lirica, da Saffo a Pascoli, cercando di rivitalizzarla.

Chi lo ha studiato davvero sa che l’autore di Casarsa già dagli esordi è vicinissimo alla lirica greca arcaica, a Leopardi e a Pascoli – non a caso due poeti non propriamente inquadrabili, anche sul piano ‘sessuale’, nel modello normato della loro epoca. In sintesi, se si ignora questo Pasolini, non si capisce l’altro Pasolini. In questo c’è l’altro, e viceversa, inscindibilmente.

Ma questo, in fondo, importa poco. Il testo proposto alla maturità permette molteplici collegamenti con i programmi affrontati, dalla letteratura italiana a quella classica, fino alla storia e alla filosofia. Il problema è forse che PPP nei programmi nemmeno compare e in nessuna veste era mai comparso alla maturità. Non lo conoscono i discenti, ma forse nemmeno i docenti.

Ricordo che non fu mai menzionato nel mio programma di liceo, come fosse un tabù, se non dalla docente di inglese, che era all’avanguardia. Lo studiai per conto mio e decisi di portarlo io all’esame, dato che mai sarebbe potuto ‘uscire’, intitolando la tesina: Pier Paolo Pasolini: teoria e critica della società. E infischiandomene delle logiche di punteggio.

Da allora ho proseguito gli studi pasoliniani, dalla tesi di laurea triennale fino ai contributi scientifici più recenti. E continuo a parlare nelle aule di Pasolini, autore frainteso e ancora oggi poco compreso, usato spesso come insegna ideologica o ridotto a propaganda, come è emerso dal numero speciale che ho curato per l’Ulisse nel 2024: Pasolini e il suo mito. Tradizione letteraria e metamorfosi intermediali.

Mi auguro quindi, al di là delle polemiche, che il suo tardivo ingresso alla ‘maturità’ sia un segnale per iniziare a studiarlo seriamente nelle scuole, insieme al vivo pullulare letterario del secondo Novecento, da Andrea Zanzotto a Vittorio Sereni, fino alla contemporaneità anni Duemila, di cui urge riappropriarsi.

Invece, si è tornati indietro, negli anni Sessanta/Settanta si studiavano i poeti e gli autori viventi, ora non solo sono ignorati i contemporanei, ma anche i loro predecessori novecenteschi vengono trattati frettolosamente, solo se ‘avanza’ tempo. E tempo non avanza quasi mai…

Appendice I, Dal diario (1943-1944)

Mi ritrovo in questa stanza

col volto di ragazzo, e adolescente,

e ora uomo. Ma intorno a me non muta

il silenzio e il biancore sopra i muri

e l’acque; annotta da millenni

un medesimo mondo. Ma è mutato

il cuore; e dopo poche notti è stinta

tutta quella luce che dal cielo

riarde la campagna, e mille lune

non son bastate a illudermi di un tempo

che veramente fosse mio. Un breve arco

segna in cielo la luna. Volgo il capo

e la vedo discesa, e ferma, come

inesistente nella stanca luce.

E così la rispecchia la campagna

scura e serena. Credo tutto esausto

di quel perfetto inganno: ed ecco pare

farsi nuova la luna, e – all’improvviso –

cantare quieti i grilli il canto antico.