Esiti del Premio Digital MediumPoesia I (2026)

Esito della sezione Inediti

La prima edizione del Premio Digital MediumPoesia ha registrato una partecipazione ampia e stratificata, tanto sul piano generazionale quanto su quello delle soluzioni formali e tematiche, sia per la sezione dedicata agli inediti sia per quella dedicata agli editi. La giuria ha lavorato su una costellazione di proposte in cui sono emerse linee di ricerca differenti: dalla lirica meditativa alla prosa poetica, dalla tensione sperimentale alla scrittura di impegno civile, fino a forme di paesaggismo critico e di riarticolazione del mito.

Il Premio Digital MediumPoesia – Inediti viene assegnato ad Andrea Piasentini (1995).
La valutazione ha riconosciuto nella sua proposta una delle rare voci capaci di mantenere un’elevata uniformità stilistica pur attraversando forme diverse, dal verso alla prosa poetica. Sono stati messi in rilievo il lavoro di pulitura del testo, la precisione ritmica, la coerenza delle chiuse e la costruzione di una sequenza compatta sul piano micro- e macrotestuale. La sua scrittura restituisce una dimensione tragica del quotidiano priva di effetti dichiarativi, affidata a immagini nitide e a una lingua sorvegliata. Una parte della giuria ha tuttavia rilevato una discontinuità qualitativa tra i testi, indicando in un nucleo ristretto i risultati più alti; un’altra ha letto nella varietà formale una coerente articolazione della medesima tonalità meditativa.

Il secondo posto è stato attribuito a Simone Migliazza (1982), autore di una generazione già pienamente matura. La giuria ha sottolineato la consapevolezza linguistica e la tenuta formale dei testi, nei quali il paesaggio si configura come spazio della memoria e della relazione umana, più che come semplice scenario. La critica al presente resta in filigrana, affidata a una sospensione sintattica che costruisce la figura di un osservatore appartato e nostalgico, capace di trasformare la geografia fisica in una geografia affettiva.

Il terzo posto è stato assegnato ex aequo a Luis Cuellar (2006) e Marco Petruzzi (1997), rappresentativi della fascia più giovane dei partecipanti. Di Luis Cuellar è stata evidenziata la vitalità linguistica, il ritmo convulso e l’uso non convenzionale della punteggiatura e delle figure retoriche, che produce una scrittura capace di far saltare le coerenze logico-sintattiche in favore di una tensione semantica più profonda. Una parte della giuria ha letto questa energia come segno di forte originalità in rapporto all’età; un’altra ha osservato come la stessa esuberanza rischi talvolta la dispersione. In Marco Petruzzi è stata riconosciuta la coerenza tra forma e contenuto nella rappresentazione della violenza quotidiana e dei processi storico-politici filtrati dall’esperienza mediatica. La scelta di una prosa volutamente distaccata, capace di generare tensione emotiva attraverso la sottrazione, è stata interpretata come un elemento di maturità; non sono mancate riserve su singoli esiti e su alcune chiuse percepite come eccessivamente retoriche.

Accanto ai testi premiati, la giuria ha ritenuto meritevoli di segnalazione ulteriori proposte. Si è segnalato Adelmo Fortuna (2002) per la peculiare modalità di riuso del mito, innestato su un immaginario pop contemporaneo: una scrittura che mette in dialogo archetipi e cultura mediale, producendo cortocircuiti semantici e temporali. Di Luca Campidelli (1999) è stato evidenziato lo sperimentalismo fondato su strutture associative e su un linguaggio combinatorio che tende a oltrepassare i limiti della punteggiatura e della pagina, capace nei momenti più concentrati di generare immagini di forte evidenza. È stato inoltre segnalato Matteo Persico (1994) per l’uso dell’ironia e della satira nella costruzione di quadri della contemporaneità, nei quali la critica ai costumi emerge con tono misurato, pur all’interno di una materia linguistica volutamente sovrabbondante. Per Gerardo Novi (2000) la giuria ha sottolineato la schiettezza delle immagini, affidate a una scrittura impulsiva e diretta, per quanto non ancora consolidata. Infine, di Lucrezia Lombardo (1987) la giuria ha riconosciuto l’interesse del rapporto con le arti visive e la consistenza del contenuto, rilevando tuttavia un’impostazione prosastica del verso non sempre entusiasmante.

Nel complesso, la selezione restituisce un quadro articolato: la generazione più giovane appare orientata verso sperimentazione linguistica e tematizzazione diretta del presente storico e mediale; le voci anagraficamente più mature si distinguono per controllo formale, lavoro sul paesaggio come spazio della memoria e costruzione di sequenze testuali coese. L’esito della sezione inediti evidenzia così una pluralità di direzioni della poesia contemporanea, nella quale ricerca formale, riflessione sul quotidiano, riuso del mito e tensione etico-civile convivono come possibilità complementari.

Esito della sezione Editi

Per la sezione dedicata ai libri editi, la giuria ha lavorato su una rosa di opere eterogenea per impianto formale, linee di ricerca e grado di maturità. Nel complesso è emersa una valutazione più selettiva rispetto agli inediti: più voci hanno rilevato una qualità discontinua dei materiali pervenuti, individuando tuttavia alcune raccolte capaci di distinguersi per coerenza macrotestuale, tenuta linguistica e riconoscibilità del progetto.

Dalla prossima edizione, il Premio adotterà una modalità di selezione ampliata: la giuria leggerà le opere inviate ma individuerà inoltre, indipendentemente dalle candidature ricevute, i libri di poesia ritenuti più significativi tra quelli pubblicati nel semestre precedente.

Il Premio Digital MediumPoesia – Editi viene assegnato alla silloge La terra coverta. La terra coperta (Puntoacapo, 2023) di Carlo Rettore, classe 1994, nato a Conegliano (TV). La scelta è maturata attorno alla qualità di una raccolta in dialetto veneto capace di coniugare nitore formale e densità referenziale. La giuria ha sottolineato la forza della visualizzazione immediata, la dimensione proverbiale e aforistica dei testi e la capacità di far emergere un paesaggio umano e geografico, fatto di terra, fango, provincia. Sul piano macrotestuale è stata riconosciuta l’efficacia del dialogo tra lingua e dialetto come riflessione implicita sui limiti e sulle possibilità della scrittura poetica. La versione in italiano standard, limpida e priva di ridondanze, è stata letta come ulteriore elemento di equilibrio.

Accanto al vincitore, la giuria ha individuato altre due opere finaliste. Di Trilogia dell’acqua (Pequod, 2023) di Andrea Lanfranchi (1968), con prefazione di Eugenio De Signoribus, è stata evidenziata la coerenza dell’impianto, costruito attorno a isotopie riconoscibili – in particolare quella acquorea – e sostenuto da una sonorità diffusa e da una macrostruttura organica. L’alternanza tra italiano e dialetto all’interno degli stessi testi è stata letta come uno degli elementi più riusciti della raccolta. Non sono mancate riserve su singoli passaggi percepiti come meno compatti o su una certa oscillazione tra intensità e dispersione, ma nel complesso il libro è stato considerato tra i più solidi per ritmo, lessico e tenuta progettuale.

Ha colpito positivamente la maggior parte della giuria anche la raccolta La voce bambina (Edizioni Croce, 2024) di Giovanni Rossi (1996). Si riconosce nella sua scrittura una linea lirica riconducibile a una tradizione di ascendenza sabiana e penniana che giunge fino alla ‘scuola romana’ con poeti quali Antonio Veneziani e i più giovani Gabriele Galloni e Giorgio Ghiotti (prefatore del libro). La lirica di Rossi è caratterizzata da pulizia formale e da una tonalità affettiva di impatto immediato: alcune letture hanno sottolineato il rischio di una soluzione ritmica e fonica talvolta prevedibile e di esiti troppo assertivi; altre hanno invece valorizzato la dimensione di ingenua tenerezza e la rarità, nel panorama contemporaneo, di una voce che non rinunci a un’efficace comunicabilità emotiva.

La giuria ha inoltre ritenuto opportuno segnalare alcune raccolte per specifici elementi. Di Ksenja Laginja (1981) è stata rilevata l’ambizione della costruzione simbolica e del sistema di richiami interni; tuttavia, il rapporto tra impianto numerico e asse tematico non è apparso sempre risolto in modo convincente, pur lasciando intravedere una linea di ricerca riconoscibile. Andrea Tisano (1995) è stato letto in relazione a una marcata ascendenza sanguinetiana-zanzottiana: per una parte della giuria tale prossimità ha costituito un limite in termini di autonomia della voce, mentre per altri è risultata apprezzabile la densità del tessuto fonico e del dettato. Di Fabrizio Bregoli (1972) è stato apprezzato l’interessante rapporto tra scienza (fisica, nello specifico) e poesia, non senza alcune riserve in merito alla coesione della versificazione. Di Clarissa Arvizzigno (1994) è stata riconosciuta la competenza versificatoria e una buona tenuta metrica, soprattutto in rapporto all’esordio; sul piano delle immagini la raccolta è stata percepita come ancora in cerca di una più marcata definizione. Per Silvia Pepe la giuria ha rilevato parziali elementi di originalità nell’impianto macrostrutturale derivato dalla Tōrāh, nonostante la tenuta complessiva sia stata percepita manchevole di forza e compattezza.

Una menzione particolare riguarda infine due due voci giovanissime, classe 2007, che hanno pubblicato una raccolta ancora in ambito liceale: Michelangelo Grimaldi e Maddalena Albiero. Nel caso di Grimaldi la giuria ha osservato una lingua orientata verso modelli colti e classicheggianti, seppur non ancora pienamente emancipata dall’impianto scolastico; nel caso di Albiero, si tratta piuttosto di una scrittura confessionale ed emotiva, quasi diaristica, che privilegia il contenuto rispetto al lavoro formale sul verso. Si tratta in entrambi i casi di prove da incentivare, per le quali si suggerisce un rafforzamento della formazione attraverso lo studio della poesia del Novecento – in primis, con la storica antologia Poeti italiani del Novecento (1977) curata da Pier Vincenzo Mengaldo e con un utile volume orientativo quale La poesia italiana degli anni Duemila (2017) di Paolo Giovannetti – e la lettura delle principali voci degli ultimi cinquant’anni, da Antonella Anedda a Giuliano Mesa, fino alle generazioni più recenti. Al riguardo si segnalano i “Quaderni Italiani di Poesia Contemporanea” editi da Marcos y Marcos a cura di Franco Buffoni; l’antologia in tre volumi sui Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 a cura di Giulia Martini per Interno Poesia; e recenti iniziative quali il Pini Art Prize rivolto ad artisti e poeti under 35.

Nell’insieme, gli esiti della sezione editi delineano un quadro in cui la coerenza macrotestuale, la consapevolezza linguistica e la riflessione sul rapporto tra lingua e territorio si confermano come i principali elementi di riconoscibilità di una proposta poetica valida, accanto alla persistenza di linee liriche più tradizionali e di ricerche ancora in fase di definizione.

Seguiranno nei prossimi mesi gli articoli dedicati ai vincitori delle due sezioni. Invitiamo autori e autrici – di cui sono giunte molte meno proposte in percentuale – a inviare le proprie opere poetiche edite e inedite per la prossima edizione del premio semestrale (invii possibili dal 1° marzo al 1° maggio), secondo le modalità che trovate sul nostro sito nella sezione Scopri e Collabora.

Francesco Ottonello, presidente della giuria




Riccardo Frolloni / Sparare a zero. Intervista e testi

  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Quelli di cui ricordo perfettamente il momento in cui ho finito di leggerli, per gli italiani: Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco; Umana gloria di Mario Benedetti; Necrologi di Nadia Agustoni; Historiae di Antonella Anedda; Mattoni per l’altare del fuoco di Alessandro Ceni.
Una menzione speciale meritano gli stranieri: Nox di Anne Carson; Three Poems di Hannah Sullivan; Obit di Victoria Chang; The Blue Clerk di Dionne Brand e On not Losing my Father’s Ashes in the Flood di Richard Harrison.

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

Non parlo mai del mio scrivere poesia a lavoro, né in famiglia, ma ho dedicato e dedico tuttora gran parte della mia vita alla letteratura, alla sua condivisione e diffusione, pertanto ne è inevitabilmente influenzata. Non scrivo per qualcuno, vorrei dire che scrivo per me o che scrivo per tutti, ma direi una mezza verità, è una cosa che avviene a basta, forse scrivo per il mio alter ego migliore, per chi vorrei essere.

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Negli anni è cambiato. Oggi cerco una comunità ramificata, sparpagliata e forse disgregata, di poeti-amici: persone che stimo, da cui desidero una parola vera, persone cui voglio bene. Sono i miei primi e ultimi lettori: se ho il loro sostegno, sento di aver fatto molto del mio lavoro. Provo da tempo a favorire una condivisione orizzontale: è un volo meraviglioso, e spesso fallace, pindarico, ma necessario, anzitutto per me, per continuare a sperare.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Non mi sembra facile oggi definire il concetto di tradizione poetica italiana. Direi di sì, penso a me come all’ultimo anello della catena: da qualche parte vengo, da qualche parte vorrei portare. Guardo con attenzione alla poesia nordamericana, molto a quella canadese, spesso trascurata, e di recente a quella sudamericana, in una vera primavera.

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Nei libri che ho scritto ho trattato di neuroscienze, ma solo da amatore, senza conoscerle davvero e senza che ne sia stato profondamente influenzato. Tra le arti direi certamente la musica: ho iniziato a suonare prima di iniziare a scrivere e nel tempo è rimasta la mia fonte primaria di fruizione artistica, ascolto centinaia di album all’anno, ne scrivo e vado ai concerti, provo ancora a suonare, ma quello è un tasto dolente. Entra in poesia in quanto mi aiuta a comprenderne il tono, la temperatura, le sfumature, i ritmi e i tempi, è sempre una questione di tempo.

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Brutto. Mi sono sempre sentito scemo a scrivere in una metrica tradizionale e in rima, ci ho provato e mi sento incapace, ne sono usciti solo versi brutti. Nel tempo i miei versi si sono allungati molto e ho dovuto fare i conti con il ritmo e le unità di tempo e di suono, come fossero dei moduli; a riguardo sono nate lunge e vivaci discussioni con il professor Stefano Colangelo, che da sempre è mio faro.

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

I nati negli anni Novanta sono ancora una nuova generazione? Se sì, mi piacerebbe sentire i miei favoriti Gaia Giovagnoli, Matteo Tasca e Federica Defendenti. Se parliamo delle “nuove nuove”, i nati negli anni Zero, penso ai bravissimi Andrea Ragazzo e Beatrice Restelli, e una ’99, la neo-inquadernata Ilaria Crocchini.

      0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Non mi piacciono i poeti violenti, quelli che hanno tirato fuori il peggio di me e che mi hanno portato spesso ad odiare la poesia. Insieme a questi, chi permette loro la violenza, in qualsiasi forma.
Una poesia che, piuttosto, mi fa ridere, di Vincenzo Consonni:

Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?

Ogni fiore lo sa.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

da Amigdala (Aragno 2024)

Abbassa le luci, gradualmente, giorno dopo giorno, lei
se ne accorge, domanda, ma niente, lui nega, le chiede

se si sente bene, le dice che si sta preoccupando, giorno
dopo giorno, sempre più fioche le luci e lei che si ricordava

diversamente, i colori, quasi non vede più certi angoli,
ma oramai si inventa le cose, le immagina, finché non diventa

normale, addirittura, condivisibile, in questa notte
della mente c’è una foto, è mio padre da giovane, è in ginocchio e riceve

una benedizione, tutti sorridono, in un’altra c’è l’uomo che benediceva
circondato da sole donne e il resto degli uomini di lato, quasi non si vedono,

io bambino in braccio a mio padre, e tutti sorridono, poi una terza foto
e sono tra altre braccia, sorrido, durante la mia infanzia molte cose

colpite da fulmini, ma se nessuno li nega, alcuni fatti straordinari
possono sembrare normali, addirittura, condivisibili.

***

C’era la processione della vigilia, gli incappucciati, le caviglie incatenate e loro
in vetrina a rivestire manichini nudi, a mettere in ordine la vergogna, di stare là, a lavorare
ancora a quell’ora, lavorare per il troppo lavoro, prepararsi per il giorno dopo, la pasqua
e la pasquetta, i primi giorni di primavera, il boom economico, il paese e la montagna che vive
anche dei prati. Mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri, solo a casa, a porte chiuse, gli altri
si vantavano degli incassi, gli altri, ma noi no, mai, meglio evitare, farsi gli affari propri, la vergogna
di mostrarsi religiosi col lavoro, coi milioni, tre milioni e mezzo, undici, dodici milioni
a ferragosto, i soldi, che mio nonno contava tutta la notte sul tavolo grande nel semibuio
di case di campagna, luce fioca e falene, tanti soldi non li aveva mai visti in vita sua, e di padre
in figlio lo stesso pensiero quando il direttore lo conduce nel cavò e balle di soldi legate con lo spago,
in quattro o cinque a caricarle sul furgone che non sembravano più soldi e non avevano
abbastanza mani.

***

Volevano comprare immobili, negozi, intere palazzine,
il mercato era nuovo, emergente,
le politiche europee favorevoli,
il denaro che gira insieme all’aria fresca di liberalismo,
il porno, gli stranieri in città, e i miei
attraversano Bucarest con un furgone pieno di soldi.

***

Come in un incubo qualsiasi i soldi
cambiano continuamente forma

e una volta sono un dono di grazia e una, invece,
la lingua del demonio, lo sterco del diavolo.

*

Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024, Premio Tirinnanzi 2025). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison (’roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) ed è in corso di pubblicazione la traduzione di Three Poems di Hannah Sullivan per Crocetti Editore. È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Dirige la collana di poesia giovane “Obtortocollo” per la casa editrice Industria & Letteratura. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.




“Pace non trovo”. Canti contro la guerra | Estratto

Pace non trovo MediumPoesia

Sin troppo facile applicare a questa messe di versi la categoria interpretativa di “poesia civile”: un’etichetta che vuole indicare quelle opere i cui contenuti sono sbilanciati verso un proclamato attivismo pubblico, nella condivisione di certi valori positivi. E comunque non c’è dubbio che siamo di fronte a poesie che si sforzano di dire qualcosa di utile a favore della pace. E che otterranno un piccolo effetto – comunque – dopo la loro pubblicazione. Perché se ne parlerà, se ne discuterà, ci saranno letture, presentazioni, polemiche. Sia chiaro: tutti insieme, con questo libro stiamo facendo qualcosa di concreto, a sostegno di una entità che chiamiamo “pace”. Anche se la sua definizione non può che essere grossolana, imprecisa, nel senso che ricordavo sopra. E invece, più concretamente? Queste poesie sono anche “contro la guerra”? Vanno al di là di una serie di petizioni di principio? Ed è corretto chiedere alla poesia una collocazione così storicamente vincolata? Peggio ancora: il discorso in versi è in grado di rispondere a una richiesta pubblica forte? Temo di dover rispondere negativamente a tutte queste domande. E non perché quelli che avete di fronte siano brutti testi, e non perché io escluda che sia possibile una poesia che svolga un ruolo civile. Ma semplicemente perché le strade politiche della poesia “contro la guerra” (come di ogni altro discorso estetico impegnato) seguono percorsi molto tortuosi e non così frontali. La politicità profonda di un’azione artistica chiede una serie di mediazioni che non passano solo attraverso una dichiarazione tematica, ma implicano il riferimento a un agire simbolico la cui efficacia dipende innanzi tutto dalle dinamiche tortuose della ricezione. Le intenzioni, i programmi sono invece la sostanza prima con cui – qui – abbiamo a che fare. Questo libro si vuole – tematicamente, volontaristicamente – favorevole alla pace, e almeno un po’ contro la guerra. Si manifesta come atto nobile e generoso, in grado di dare un contributo alla polis universale. E io che scrivo mi sento organico a questo proponimento.

(dall’introduzione di Paolo Giovannetti)

*

Davide Barilli

RABDOMANTI

Non erediteremo che rovine
grattacieli di polvere e sangue
fotogrammi sgranati di incunaboli
postmoderni
respirando altri veleni sbriciolati
occhi feriti che supplicano
garze impregnate di morte
satellitari istanze geografiche
in attesa di orde meccaniche
precise come droni
nascosti in un rivolo di luci perse
bussole senz’ago nella galassia
in cui rabdomanti del nulla
cercheremo pace.

*

Alessandra Carnovali

sa di pane la pace
di grano che il sole
irrobustisce e ammorbidisce
la pioggia e di mani
sapienti

e condivisione

sa di gesti umani, unione
tra pari

bisogni primari

*

Federico Marcelli

Ἰχθῦς ἱεροὺς μὴ ἀδικεῖν 
Legge sacra del santuario di Atargatis, Smirne, I sec. a. C. 

NARCISO 

Il giardinetto presso la stazione 
sente un rumore non troppo lontano. 
È chiaramente il treno, 
perché per le cicale è ancora presto. 

Dentro ai confini della recinzione, 
la primavera insiste sui veleni: 
saltella il sole sopra alla lamiera, 
la fontanella d’amianto zampilla 
e nella vasca sporca i pesci rossi  
predicano la pace. 

Per poterli guardare vengo a patti 
con mezzo metro d’acqua e con lo specchio.

Come sarebbe utile toccare 
col dito il fondo e non bagnarsi il polso, 
se la profondità diventa un obbligo 
e un ordine conoscere sé stessi! 
Come sarebbe bello rinunciare 
ai trascorsi mortali di Narciso! 

Asciugo l’avambraccio  
e guardo il mio riflesso. Eppure esisto 
innanzitutto perché non mi vedo. 

*

Giuseppe Pisano

LA PACE

Quanno t’arimorde ’a coscienza
d’ave’ fatto ’no sgarbo a quarchiduno
te po’ veni’ ’a voja d’arimedia’ e allora?
la inviti pe’ ’na pizza ’ndo se po’ discore

e tentar de fa la pace immantinente
ma se fa più presto a dillo che a fallo
e a dilla tutta de che parlamo?
’no sgarbo? ma fu innocente, semo seri

chiamamolo “lapsusse” e pe’ chiari’ l’idee
smettemola de fanne ’na questione,
guardamose
nell’occhi e annamo dritti ar chiarimento

e pe’ dilla tutta proprio per intero
sedemose e fissamose ’nde ’e pupille
la pace è ’na cosa seria: famola pe’ lo vero
oggi, dimani e poi pe’ sempre.

*

Federico Savelli

***

Oh, si può fare
                            di tutto
per evitare di essere maschera.
Non c’è soluzione, né appartenenza.
Di una memoria, ecco, che

proponi già decisa-
Oh tu mi dici: mi scompiglia la tua terra
dimenticata dagli occhi al cuore.
Ma se non c’è pazienza; se sai anche tu
     che qui tutto si sceglie fuorché la vita
che è dentro la vita. Lascia.
No: noi conosciamo il tempo

           lo sopportiamo
come si fa esattamente con la terra
come si fa con una pietra
           o con una pianta.
/Ma le miglia da percorrere

le ha già fatte quello
                          o quest’Angelo.
E noi dalla maschera ricaviamo
                          un cuore brusco
        e un sottile nascondiglio
   e da un verso rapido

troppi riferimenti al cuore.
 Scienza: possa mai un nervo
        possa mai un nervo lì
                         sanificare i sensi
trasferire gli assoni

contro il dolore di un altro corpo-
Le maglie del prolungamento
   elettrico
smitizzare carni come tante.

A notte a notte

presso l’ingresso alle acque
presso lo slabbro dei porti
      forse sapremo da che occhi
saranno sorrette le ante—

*




Vera Linder / Sparare a zero. Intervista e testi

Vera Linder / Sparare a zero. Intervista e testi
  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

In ordine alfabetico:
While Standing in Line for Death di C.A. Conrad;
Bluets di Maggie Nelson;
The Body in Language: An Anthology a cura di Edwin Torres;
Vow to Poetry: Essays, Interviews, & Manifestos di Anne Waldman;
Alien Abduction di Lewis Warsh.

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

La poesia per me rappresenta una forma di evasione dal reale e, insieme, uno strumento di composizione e costruzione di un universo-mondo come alternativa alla realtà. A volte questa fuga è interiore, nasce quando resto sola a scrivere; altre volte invece diventa un movimento concreto, mi spinge a partire, alla ricerca di luoghi e voci che possano alimentare la mia scrittura e l’altro mondo in costruzione. È un modo di attraversare il mondo restando, almeno per un po’, altrove. Scrivo poesia per me, e per chiunque mi voglia leggere.

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Mi sono avvicinata alla comunità di poeti americani che ruota intorno alla Jack Kerouac School of Disembodied Poetics (Naropa University) a Boulder, in Colorado, nel 2015, quando ho partecipato per la prima volta alla loro Summer School. Da allora ci torno regolarmente, perché lì ho trovato persone che sono diventate per me punti di riferimento e di ispirazione. Con molti di loro sono nate collaborazioni in forme diverse: scritture a più mani, letture pubbliche, progetti condivisi anche con altri artisti, dediti alle arti visive e alla musica. In questo senso, gran parte del mio rapporto con la poesia si lega a quei luoghi e alle persone che li abitano.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Non mi sento di appartenere a una tradizione poetica italiana. Come accennavo, gran parte della mia formazione è avvenuta all’estero, e per questo mi sento più vicina alle correnti nate negli Stati Uniti: dalla Beat Generation e dalla New York School alle esperienze sperimentali che ne sono derivate negli ultimi decenni. Anche per questa ragione, l’inglese è diventato la lingua in cui più spesso trovano forma le mie poesie.

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Mi interessa molto la scultura, intesa come pratica di costruzione di oggetti e di esplorazione dello spazio, più che come forma artistica tradizionale. La considero una prosecuzione naturale della scrittura poetica: mi capita a volte di tradurre i testi in forme materiali, piccole strutture o installazioni che estendono la presenza dei versi nello spazio. Anche l’arte contemporanea, la visual art e le performance di musica elettronica sono per me fonti costanti di ispirazione.

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Pressoché nullo. Tendenzialmente la mia scrittura non rientra in canoni predefiniti e strutture metriche. Sono continuamente alla ricerca della musicalità, che spesso nasce dal passaggio tra l’italiano e l’inglese all’interno dello stesso componimento.

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

In ordine alfabetico: Amy Catanzano, Tongo Eisen-Martin e No Land.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

La mia formazione è fortemente legata al contesto americano contemporaneo, in particolare a quello di matrice sperimentale; per questo tendo a sentirmi più distante da poetiche che si muovono in direzioni opposte. Gli autori classici del passato restano per me punti di riferimento fondamentali, ma trovo meno interessante una certa tendenza di alcuni esponenti della poesia contemporanea a riprodurne toni e forme classiche in modo troppo reverenziale, senza un vero confronto con il linguaggio e il tempo presente.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

Inediti

Absicht

The bare un-sight: sometimes
seeing you in other
bodies that aren’t yours. Un

tumulto celebrale che
rimbomba gli organi
liquora gli occhi.

When I first saw you
the world was new again:
twenty twenty-two le
ho sentito butterflies
in my belly poi buttered
they melted
il tuo respiro si è fermato
nella mia pancia che moriva nei nodi.

And in the fable
all the skeleton animals
while Prospero’s magic diviene un tono while
parlo like we were guarding magic like
i piedi i piedi e le scintille e poi un
complesso fenomeno secromotore che
produce qualcosa così piano
that the sky forgot what
blues is.

Il sospiro ora si trova nell’occhio
your after images are lining up
they enter the seer’s mind e così
è come mi entri nell’occhio come mi
emergi e l’eyesight viene
creato, l’eyesigh fate: automatically
grouping elements into patterns.

L’occhio
ti occulta I defocus your image to
jump deep
deeper than one-tenth of a second into
the future I follow the
spokes I trick
my brain what a
pathway of vision: the percept is created
but it would have no meaning.

It’s compelling, the jump e di nuovo
I provide my I with absolute depth
information and fixations travel from the face to the
eye to the
eye I stimulate which stimulates
the face and the other eye.
That, I move differently: with
fixational movements with drift with
ocular drift with
tremor next to
the points where the eye rests but
the eye is never completely still e io

vorrei rivederti girare questo angolo
adesso
e allora immagino le tue ombre
svoltare l’angolo ancora e
ancora send me
where you are
and I will walk with you I
find you where the corner is eternal ti
gonfio nel pensiero:
scoppi.

& then the tea got cataract
looking into cracked mouths
in absence with the intention of
sight absicht assenza senza
la vista senza
vederti il volto – me lo sono
tolto dagli occhi.

But then
the tea got cataract in un giorno che
come altrimenti
sarebbe stato.

Matches, a love letter

Somewhere in the year
there is a place.
That has no time. Space looks
looks very similar – le sensazioni sono sinonimi
di altre
che conosciamo.
It is a gentle knowing
the knowing of something
that has always been dancing
on the tip of your tongue.

Somewhere in the year
when the place appears
è un sentire piano, all’inizio
che che che
che formicola che
che che
si ritorce nel suo essere
che che che  che
cammina on the self-building stairs, that
formicola – the moving of ants the
anting the ting the thing the
ding ding ding
the
            – from the distance –
the
            – from the dictionary –
ability to cover in a brief amount of time
what others call.
Persistently
real.

Somewhere in the year
when the anting the
haunting
happens
vertebras dare a bit more
they tangle in stanzas
they are shoulders
shoulders
are always excited
in the dark room,
shoulders are round-round-round
whey they are in
English.

 

Ecstatic scotomization

You threw me out the cliff
è stato un click it
sticked something like
licking the soul out of.

And then the mouth began to talk
parlò tanto da mangiarsi dentro –
rimase la O
muta.

Ecstatic like that licking like
scotomizzare like the
word for mouth is mouth
se ci entri dentro se
ci entri
dentro se ci senti
dentro dentro
serpenti. The
word for mouth si insinua it is
the words
coming out
the m out h
le azioni sono i serpenti they go
out the mouth
around the o the o is big
is round round, action goes in the mouth
in the o
nel cerchio
sempre più stretto
nel punto – like scotomizzare
anche ciò che non ha parti.

*

Vera Linder è nata a Milano nel 1992 e ha vissuto a Innsbruck, Venezia e Trento. Dal 2018 vive a Milano, dove lavora in editoria. Dal 2015 partecipa ogni anno al Summer Writing Program della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics a Boulder, Colorado, una frequentazione che le ha permesso di avvicinarsi alla poesia americana contemporanea. Sue poesie sono state pubblicate su diversi blog online e in antologie. Nel 2022 è uscita la sua prima raccolta, Corpus in a tongue (Arcipelago Itaca).




Distorsioni. Poesia italiana queer dell’ultracontemporaneità

Distorsioni. Poesia italiana queer dell'ultracontemporaneità - MediumPoesia

Dalla nota introduttiva di Alessandro Brusa

Strano, anormale, trasversale, storto (come direbbe uno dei nostri autori) e poi ancora bizzarro, obliquo, strampalato, tormentato: così è questo libro e così sono, to some extent, le voci presenti in questo progetto che si pone di fare un punto intorno al concetto di queer e di come questa idea, questa categoria, si sia negli ultimi anni fatta spazio e abbia preso voce.
Molta confusione, sul reale significato del termine, permane anche nella comunità direttamente interessata: visto spesso come un termine ombrello privo di una reale connessione con un orientamento o un’identità precisi (tra quelli tradizionalmente presenti nella comunità LGBTQIA+), del termine vengono date letture personali, spesso parziali, a volte decisamente fuorvianti.
[…]
Con il termine queer si potrebbero quindi intendere tutti gli stati del desiderio, dell’esistenza e della performatività di genere’ che eccedono la nostra capacità di dar loro un nome, tutte le dimensioni dei generi, dei sessi e delle sessualità che non rientrano nei termini della normalità e della normatività, Questo discorso è fondamentale se vogliamo capire il successo del termine queer, che ontologicamente si pone al di fuori della dicotomia omosessualità/eterosessualità, uomo/donna, maschio/femmina, dicotomie che hanno strutturato la conoscenza sociale nella modernità e nella contemporaneità: “guardare le due identità sessuali come fenomeni discreti e contrapposti non fa che rimarcarne i confini e rafforzarli reciprocamente”.
Al di là delle necessarie precisazioni svolte fino ad ora, questo progetto ha un obiettivo a nostro avviso ben più profondo ed ambizioso che quello di mettere insieme un gruppo di testi e di autora che possano ascriversi al concetto di poesia queer. Questo progetto si pone lo scopo di utilizzare la sensibilità, l’istinto, l’esperienza ed il loro percorso poetico non tanto per cercare di dare una definizione univoca di cosa sia il queer, ma per raccontare e riformulare universi multiformi e multidimensionali fino a rinominare il corpo, il luogo ed il tempo stesso della parola queer alla luce dell’atto poetico e viceversa.

Dalla nota introduttiva di Sonia Caporossi

Esiste in Italia, oggi, qualcosa che possa definirsi come “poesia italiana queer”? Noi crediamo che questa definizione possa avere una qualche fondatezza e possa trovare luogo in alcune personalità poetiche che, tra le altre, il lettore troverà sfogliando il volume che ha in questo momento tra le mani. Dando quindi anapoditticamente per buona l’esistenza di una tale congerie poetica, quale ne è lo stato dell’arte?
Un progetto (antologia? Raccolta? Libro d’inchiesta?) che tratti la tematica LGBTQIA+ in una prospettiva letteraria ultracontemporanea dovrebbe essere, a nostro parere, qualcosa di più che una semplice carrellata di autori slegati da qualsiasi nesso, semplicemente accomunati dall’età anagrafica o da elementi esteriori d’appartenenza, come invece si vede fare troppo spesso nelle antologie d’impostazione generazionale. Al contrario, come curatori del presente volume, ben prima di avviare la selezione e la raccolta dei materiali per realizzarlo, ci siamo posti la questione se sia possibile avviare un’operazione culturale che assuma le forme dell’indagine intorno alla questione queer, a partire da una definizione preliminare della stessa.
[…]
Tuttavia, In Italia l’impresa non è facile a causa di un’impostazione repressiva di fondo, come nota il critico e poeta fiorentino Luca Baldoni: “nei paesi anglosassoni i gay studies hanno contribuito ad una maggiore comprensione sociale delle tematiche LGBTQIA+; nell’ambito italiano c’è invece una doppia strategia di repressione: da una parte l’amore omosessuale viene ancora rimosso e censurato anche in autori dichiarati. Dall’altra, si accusa di ghettizzazione chi si occupa di gay studies”. Per questo, occuparsi di letteratura queer nel panorama italiano appare oltremodo necessario in quanto “la militanza qui non è faziosità, ma il tentativo di ristabilire un’uguaglianza che non si riscontra negli studi letterari in Italia”.
Il nostro scopo, quindi, è quello di proseguire e aggiornare il filone delle antologie militanti già avviato negli ultimi vent’anni da altri pregevoli avanguardisti.
[…]
Il filo conduttore di tali operazioni letterarie era la nozione di queer-ness nelle sue varie declinazioni in poesia. Il fatto che esse siano rimaste nell’alveo ristretto dell’élite e non siano assurte a fenomeno letterario sovracategoriale sul piano nazionale può spiegarsi con la conformazione attuale del sistema-letteratura italiano. In Italia come in altre zone culturali del nostro Occidente, i sistemi di potere collegati al panorama letterario hanno borghesizzato la letteratura quel tanto che basta per poterne determinare forme e stili precosti-tuiti, in modo tale da fornirne una risultanza di decisa forza conservativa e confortante per le masse. Il consumismo ha permeato la letteratura al punto che ormai anch’essa si adegua diffusamente alla trasmissione reazionaria di istanze repressive.
[…] E chiaro che qualsiasi panorama di appiattimento sconfortante si spalanca mirabilmente alla vista del critico letterario di fronte all’apparizione di una forte poetica differenziale. Avviando lo studio preparatorio per la realizzazione di questo volume, abbiamo così scoperto che in Italia ci sono decine di poeti che oggi trattano nelle loro poesie tematiche LGBTQIA+, individuabili e apprezzabili per le proprie caratteristiche stilematiche e per la linea poetica.

***

Luca Baldoni, Teufelsee

Christian mi portò a passare

il fine settimana in riva a un lago,

dove lui e amici possedevano

un terreno con alcune semplici

casette in legno.

Ricordo la sera, noi abbracciati

con altri uomini seduti intorno al fuoco;

quasi mi addormento, il tedesco diventa

imponderabile, guardo in alto tra le fronde

il vento che le scuote

l’oscurità illuminata dalle stelle.

Ma c’è un risveglio

in mezzo ad un racconto;

da uno dei più anziani una crepa nella voce

parole e pause in successione, un gesto;

scoprirsi l’avambraccio, battere la mano

sul tatuaggio.

Un brivido così forte –

un ricciolo rosa sfugge dalle braci,

rovinosamente

viene risucchiato verso l’alto.

Alessandro Brusa, Liebe Macht Frei

Sono foglie               

                                   e secche        

                                                              questa memoria

fatta di ombre sulle ossa e che torna anche se no            

                        io non l’ho invitata

sono i passi che facevo verso di te

quel tanto per sfiorarti                   e misurare la tua colpa

                                                                       con la mia

messa sul piatto della vergogna   che condividi con la fede

                                                         che io non ho mai avuto

quel piatto                ora                  è libero

svuotato del corpo che avevi                    e che piuma sta lì    

                                                        a pesare il dolore tuo

che sei bello         anche in questo vento            che mi ha sempre

portato gli anni        e che ora se li prende         

                                   mentre      candela

                                   ti spegni piano

                                   giorno dopo giorno

                                   sotto il mio sguardo innamorato

                                   fatto come sei di niente

                    (mi sono svegliato allegro oggi          non so perché     e me lo dirai tu

                    quando come ogni giorno ci incontreremo   nel tragitto alle latrine)

e così    come uno scherzo  ti butterò addosso tutte le foglie che troverò su questa terra                  dura     e gialle e marroni e rosse

                                   come nel mio paese non sono mai state

e mi guarderai come un pazzo                 come a capire qualcosa che

                                                       va oltre la tua immaginazione

un pazzo che ti ricopre     di foglie e sorride      a questo mozzicone

                                                                                                         che sei

sperando nasca un falò da questa pena

ma da un anno a questa parte       la tua fede si è aperta         

e credi davvero a tutto       anche a questo bacio che ti dò

                                               e che sa

                                                           del tuo ultimo novembre

Sonia Caporossi, Hermaphrodito

secondo giorno della creazione

le mie membra, ancora molli di slime.

gomma di guar, acido borico, alcool polivinilico,

bicarbonato di sodio, acqua. 

eversione elementale,

                                       solve et coagula,

addizionali coloranti alimentari e fantasmagoria di un dio infantile e distratto.

quando mi raddenserò in materia e forma, l’organon sarà compiuto,

                                 muto, eretto, impettito

come un oplita nell’indistizione della propria irta falange.

mi darà un’identità maschile tra le sinusoidi

                                                     dei miei fianchi muliebri.

uno spirito guerresco dalla cui costola metaforica

nessuna donna potrà mai nascere.

                                           shayṭān

              che sorge dalle tenebre per ricordarsi di sé.

la memoria si contorce nell’auscultazione di un battito

                        che non sembra nemmeno il mio.

germogli di pensieri contratti sorgono dalle gemme del mio 

                                                                           volto informe.

ma l’anima è ancora scissa dal corpo,

                           la persona dalla maschera.

                                      aspetto una lauta compensazione sostanziale.

Giorgiomaria Cornelio, Parla Attar, l’ultimo delegato degli uccelli:

«Compagni, le madri

arrotano il delitto. Risbrigano

nel ventre l’ingiuria umana.   

Ci sono, è vero, diserzioni.

Ribellatori vasti. Custodi delle bestie.

Li abbiamo origliati.

Li abbiamo visti   scalzare i canini,

fare di un pesce qualcosa in più di

un nome.

Non basta. È grande il delitto:

più del callafoso    dei ghiacci,

e di tutte le antartidi

che ora    ci sgomentano contro.

Scantaocchio,                dico a te:

solo ciò che non si          possiede

può essere                     custodito.

Solo ciò che      si trova lasciando.

Solo il dono che rimane randagio.

Noi c’eravamo     quando

inventarono la museruola.

E il contadino bastonò il cane.

E il vescovo scomunicò il topo.

E il santo scacciò il bruco.

E la polizia   punì il merlo.

Quando qualcuno     li difese a processo.

Quando il processo fu perso per sempre.

Dimenticheremo.

E sarà il nostro perdono.»

Lella De Marchi, Clan-destiniuty

III.

c’è un corpo nascosto dentro ad ogni corpo,

un corpo ubriaco, sventrato dal corpo politico.

tutti sanno tutto di me, sono io che non mi so.

mi travesto in cerca di me stesso, mi travesto

in cerca di me stessa, mi cerco dove non sono.

travestirsi è un’immagine di rara felicità.

l’immagine si crea da sola e ti crea a tua

immagine e somiglianza. la tua immagine

non si compra. e non fa sconti di nessun genere.

Angelo Nestore, Il tuo corpo o il mio

Ricordi il nostro timore

al nome di quella parola senza pronunciarla?

È come quando il vento piega il ramo

e non lo spezza.

Ricordi quando disegnavamo

i nostri genitali nella terra

e dal tronco facevamo un fuoco

e lo chiamavamo linguaggio?

Non parliamo più dell’albero

che ci inchiodava ai margini

né del fuoco che ci ha bruciato i polpastrelli.

Ora che sulla lingua sono rimaste solo cicatrici,

baciamo queste ceneri

per guarire le nostre ferite.

Tu mi dici di seppellire le nostre differenze,

ma scavare una fossa significa guardare

sempre verso il precipizio.

Francesco Ottonello, Dopo Catullo e Shakespeare

Eppure ancora a Verona scalpita

la bella banda amante del cielo

scesa in terra a ben dire, scandire

la dirompente urgenza dell’amore

da negare, il figlio da generare

sempre lasciare in un mondo santo

si riproduca, muoia, scompaia

nel vuoto di casa insieme alla donna

reclusa effigie per un dio evirato –

amore ora e nei secoli negato.

Sacha Piersanti, Tre chiodi

Sei sicuro, Cristo, che tre chiodi

furono quelli che ti fecero

da figlio del nulla che tu fosti

simbionte di carne e legno vivo?

E se fossero tre membri

di altrettanti farisei

che tu volesti, uno e trino,

amanti amati come me?

Cristo, sei convinto

che dagli squarci dei tuoi palmi,

dagl’intagli sulle tempie

zampillasse insieme al sangue

spirito e non seme?

Se fosse tutta colpa

della furia con cui all’uomo

giocasti fino in fondo?

Se fosse la tua morte

potenza di potenza

d’orgasmi incontrollati?

Non ti voglio mezzo dio

ti voglio tutto mio

a rasparti a lingua dura

il perdono e la condanna

tra le ascelle e la ferita

e sfiancato addormentarmi

con la testa sul costato

                      a turno io a te eva

                      a me tu primo adamo.

Valentina Pinza 

Schiocco le nocche

ci vado come alla guerra

a scopare.

La resa è un gioco da bambine

stringo un coltello tra i denti

l’amore non lo faccio:

lo dichiaro   lo apro

come un conflitto.

June Scialpi

Le domande sulla naturalità delle cose non vanno oltre alla retorica dell’essenzialismo e occultano strutture sociali e di potere. La naturalità delle domande sulle cose non va oltre alle strutture sociali e di potere e occulta la retorica dell’essenzialismo. La retorica delle strutture sociali e di potere non va oltre alle domande sulla naturalità dell’essenzialismo. L’occultamento della naturalità delle cose non domanda sull’essenzialismo delle strutture sociali e di potere. Le strutture sociali e di potere non occultano la retorica dell’essenzialismo sulla naturalità delle domande che non vanno oltre.

Marco Simonelli, Armadio (1)

Avevo una borsetta, una pochette

sbucata dall’armadio della nonna

un pomeriggio vuoto in cui cercavo

riparo e nascondiglio.

La nonna è una sarta

cuce i vestiti

ci vanno le donne

accorciano e allargano sottane e giacchette.

Le loro borsette contengono mondi di storie e ricordi.

L’infanzia è un boccone. L’addenti. La mordi.

Volevo unicamente una bisaccia

che contenesse almeno una manciata di fagioli,

i soli che si piantano e poi crescono

per arrivare – arrampicandosi – alle nuvole.

E favole, favole:

dicono ai bambini che sono tutti uguali.

Si tratta di ruoli.

Di ruoli sessuali e paure.

Di errori.

Di mali minori.

Il babbo non vuole.

Lui dice: è inadatta.

Ti prendono in giro.

Ti chiamano femmina.

Lo dice che pare una cosa sbagliata.

Lo dice e poi tace.

Con la testa abbassata.

Piero Toto, arcani maggiori

chi leggerà di noi

spalmando il futuro

le voci di noi

rappresi in un bosco di cera

per sciogliere il groppo del giorno

tuona che troverò

la pace dei gigli

nell’aria infusa di grigio

ma poi provando a parlarti

c’è solo il tuo corpo disteso

tra carro ed amanti

e l’onta e lo sguardo

di chi ha messo a processo

le stelle

non so se vorrai

reincarnarti in me

— ovunque noi siamo

porosi d’affetto

saremo sopravvissuti

alla nemesi del tempo

Giovanna Cristina Vivinetto

Cos’è il corpo, cos’è l’ostinazione,

la fessura che si è aperta nella luce,

la frattura muscolare, il tremore alle caviglie,

cos’è la raucedine – questa vertigine

nella voce, il movimento primordiale,

l’origine che si schiude come un ventre

e poi i denti, le bianche pietre – questi

spiriti ossuti che divaricano il sonno.

Cos’è l’amore, cos’è la sera neuronale

che si infittisce nella mente, la macchia

nell’occhio, lo scotoma che scintilla,

questa fissazione, questo nero niente.

Cos’è il corpo, cos’è il buio

proiettato dal corpo come un’ombra

– ora frastagliata, ora più esatta, zenitale –

cos’è questo buio che si separa da me

e da secoli pare supplichi il mio nome.




Amicizia e amore. Un racconto da “Aureole e tigri dal mondo queer” di Franco Buffoni

Franco Buffoni. Aureole e tigri dal mondo queer - MediumPoesia

Questo libro vuole essere anzitutto la testimonianza di un cinquantennale impegno, umile e costante, vòlto a dare dignità letteraria ad alcune istanze provenienti dal mondo queer.
Perché, negli anni della mia formazione, quelli come me, a destra venivano considerati degli sporcaccioni, al centro dei peccatori, a sinistra una degenerazione borghese. Non era così, naturalmente: la classe operaia, di quelli come me, ne contava tanti quanti le altre classi sociali, solo che stavano nel closet. Ma, come diceva Mario Mieli, bastava frequentare i vespasiani per rendersi conto di quanti proletari en battuage li frequentassero.
La situazione, almeno nel mondo occidentale, cominciò lentamente a cambiare con il Sessantotto, in un crescendo culminato il 17 maggio 1990 con la dichiarazione dell’OMS, che definì l’orientamento sessuale di quelli come me “una variante naturale dell’umana sessualità”. Dunque nessuna malattia, nessuna cura: nessuna terapia riparativa.
Questi racconti sono stati scritti nella convinzione che qualche giovane possa trarre motivo di orgoglio e rinnovata dignità.

***

a)“L’amicizia è superiore alla parentela perché dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no”. Questa sentenza, tratta dal De Amicitia ciceroniano, mi sembra la più adatta per iniziare la riflessione su “What kind of friendship? Dal Bloomsbury Group al Maurice di E.M. Forster”.
Cerco anzitutto di sintetizzare su tre punti il concetto di civiltà culturale, declinandolo artisticamente. Perché i Poetae Novi, detti anche cantores Euphorionis o neoterici, nel I secolo a.C. a Roma, come Valerio Catone, Licinio Calvo, Furio Bibaculo, Elvio Cinna – e sopra a tutti Catullo – potevano permettersi di ardere d’amore per Clodia, alias Lesbia, ma anche per Giovenzio, come nel catulliano Carme 48, cantando entrambe le attrazioni con la stessa intensità e la medesima dignità letteraria? Perché non si era ancora verificata l’irruzione di Saulo nelle lettere greche: un’irruzione apportatrice di istanze ebraiche tra cui quella che oggi definiamo omofobica.
Con quella irruzione, la situazione cominciò a cambiare, fino a giungere all’editto di Costantino, e poi, con Giustiniano, all’inizio delle persecuzioni per i Giovenzio’s lovers, costretti a mimetizzare i loro amori sub specie di amicizia. L’ultimo a cantare tale specie di amori ormai proibiti – come ricorda anche Leopardi – fu Nonno di Panopoli: poi su quel tipo di legami per oltre un millennio calò ufficialmente il sipario. Tant’è vero che i Poeti del Dolce Stil Novo di fine Duecento – Guinizelli, Cavalcanti, Cino da Pistoia, Dino Frescobaldi, Guittone d’Arezzo, e sopra a tutti Dante – pur non essendo le loro pulsioni e i loro desideri diversi da quelli dei Poetae Novi, non poterono che mostrarsi unidirezionali nella narrazione poetica dei loro amori. Avevano ben interiorizzato, nella civiltà culturale in cui si trovarono a vivere, la differenza tra amicizie amorose e passioni dicibili, e amicizie amorose e passioni indicibili.
Proseguendo con l’efferata sintesi, da novi a novo a neo, ricordo come – dopo le folgori rappresentate da Saba e Penna – fu con la Neo-Avanguardia degli anni Sessanta che poeti e scrittori cominciarono a fuoruscire palesemente dagli esiti dell’irruzione di Saulo. Difatti insieme a Umberto Eco, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, annoveriamo Alberto Arbasino, che scrisse e subito pubblicò libri quali Anonimo lombardo e Piccole vacanze, reimmettendo in circolo ufficialmente la tematica dell’amicizia amorosa per i Giovenzi catulliani. Pur se ancora in una situazione elitaria. Poi, col tempo, avremmo assistito alla ricaduta pop della fuoruscita dalla irruzione di Saulo. Anche solo vent’anni fa sarebbe stato impensabile che a Sanremo Mahmood e Blanco cantassero insieme Brividi, o che Nemo vincesse l’Eurofestival.

b)Il romanzo Maurice di E.M. Foster venne pubblicato in Inghilterra nel 1971e fu subito tradotto in italiano, ma era stato scritto nel 1914. E da esso nel 1987 venne tratto l’omonimo film.
Lo stesso accadde all’Ernesto di Umberto Saba, composto nel 1957 e pubblicato postumo nel 1975. Anche da questo romanzo, nel 1979 venne tratto un film per la regia di Salvatore Samperi.
Persino I Neoplatonici di Luigi Settembrini, composto intorno al 1870, venne pubblicato postumo solo nel 1977.
Perché questi tre libri – Maurice, Ernesto e I Neoplatonici – trovarono spazio editoriale solo in seguito all’ondata libertaria portata dal 68? Perché era iniziata a livello di massa la fuoriuscita dalla civiltà culturale che abbiamo visto imporsi a partire dalle persecuzioni di Giustiniano.

c)Un comune sentire elitario nei primi decenni del Novecento in Inghilterra si configura nel convincimento che – malgrado i risultati ottenuti dai governi laburisti, o di coalizione coi laburisti, riassumibili nelle diciture Welfare State, National Insurance e National Health Service – non ci si potesse ritenere soddisfatti. I giovani oxbridgeani volevano “tutto”. E il sogno di quel tutto non poteva configurarsi nel socialismo fabiano. Per realizzare quel sogno occorreva rifarsi a istanze totalitarie marxistiche o persino nazional-socialiste: indicativo il fatto che, mentre Auden si dichiarava marxista, il suo compagno Christopher Isherwood fosse iscritto alla British Union of Fascists di Mosley. Più in generale si può affermare che, nell’intero mondo anglosassone, l’intellighenzia giovanile era molto portata a snobbare i meccanismi dello stato di diritto, considerati stantii retaggi piccolo-borghesi, a favore di soluzioni “etiche”.
Ricordiamo al riguardo la storia della conversation society denominata The Apostles, attiva presso il Trinity College a Cambridge sin dall’Ottocento, che nei primi decenni del Novecento divenne un club d’élite per “iniziati”, caratterizzato da raffinate riunioni conviviali con brindisi a “bellezza e verità” e fortissimi legami amicali. Ma anche da grande simpatia per la rivoluzione sovietica. In poco tempo The Apostles divenne il crogiuolo per la formazione di un gruppo elitario di spie britanniche a favore dell’Urss, capaci di rimanere “coperte” per decenni, come Sir Anthony Blunt e Guy Burgess, fuggito in Urss nel 1951. Blunt in seguito confessò che il suo era stato in pratica un caso di coscienza: dovendo scegliere tra la lealtà verso l’Inghilterra e quell’intreccio di fedeltà amicale e marxismo che era la lealtà verso i brothers di Cambridge, scelse la seconda.
Perché è vero che è lunghissimo l’elenco degli artisti che furono anche agenti o spie – da Kipling agente in India a Maugham spia in Svizzera e Urss durante la I Guerra mondiale; da Graham Greene a Durrell, Ian Fleming e John Le Carré; e forse anche a Noël Coward e Evelyn Waugh – ma furono tutti in vari modi collaboratori dell’Intelligence Service del loro paese e a favore dello stesso.
Con The Apostles invece il quadro cambiò radicalmente: il sogno di liberazione dal moralismo vittoriano e edoardiano si intrecciò con l’ideologia marxista e il nemico primo e unico di quei giovani divenne l’establishment britannico al quale appartenevano le loro famiglie: come si legge nel romanzo Il fattore umano di Graham Greene, in cui il protagonista accetta di lavorare per i sovietici e, una volta scoperto, si rifugia a Mosca. Greene chiama Castle il suo uomo, ma in realtà la storia somiglia a quella della celeberrima spia Philby, già apostolo a Cambridge. E ancor più verosimilmente è Philby il protagonista di La talpa di John Le Carré, con il nome di Bill Haydon, spia pro-Urss. Emblematico il titolo originale del romanzo, evocativo di complicità collegiali e appelli nei cortili, sguardi d’intesa e incontri segreti in spogliatoi e aule di scienze vuote: Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

d)Il club degli Apostoli fu crogiuolo anche di un’altra memorabile associazione, perché Toby Stephen, apostolo a Cambridge, ereditata dal padre Sir Leslie una vecchia villa nel quartiere londinese di Bloomsbury, non solo decise di andare ad abitarvi con le sorelle Vanessa, pittrice, e Virginia, scrittrice, ma anche di ospitarvi frequenti riunioni con gli amici provenienti in particolare dal Trinity College di Cambridge.  Fu proprio sotto l’egida dell’amicizia e del Bloomsbury che Virginia, poi divenuta Virginia Woolf, espose le linee essenziali di Una stanza tutta per sé, che sarebbe diventato il romanzo-manifesto del femminismo non soltanto inglese.
Il Bloomsbury Group fu attivo dal 1905 al 1940, anno del suicidio di Virgina Woolf. Impressionante è la gamma di argomenti che con le loro opere gli amici del gruppo riuscirono a coprire: dalla letteratura all’economia, dai gender studies ante litteram alle scienze sociali, dalle arti plastiche e figurative alla musica.
Lo spirito di solidarietà e amicizia che cementava il gruppo potrebbe ricordare il contemporaneo gruppo fiorentino degli ermetici che si riuniva alle Giubbe rosse (Carlo Bo, Mario Luzi, Piero Bigongiari, Oreste Macrì, Leone Traverso, Renato Poggioli tra gli altri) con però due fondamentali differenze: il gruppo fiorentino era dedito soltanto alla poesia, alla critica e alla traduzione di poesia; inoltre nel gruppo fiorentino, a differenza del Bloomsbury, le donne non svolgevano alcun ruolo di rilievo.
Nel Bloomsbury invece, oltre a Virginia Woolf, ebbero un ruolo notevole le pittrici Vanessa Bell e Dora Carrington, nonché l’economista John Maynard Keynes, il musicista Saxon Sydney-Turner, il critico d’arte Roger Fry, i letterati Lytton Strachey e Clive Bell, l’editore Leonard Woolf, marito di Virginia, che con la Shakespeare and Company pubblicò James Joyce. E soprattutto il romanziere Edward Morgan Forster, di cui ora ci occuperemo in particolare. Basato su un forte senso di amicizia, di complicità, di ribellione all’ipocrisia borghese, va anche ricordato che il Bloomsbury Group si rafforzò nel dolore dopo la prematura morte di Thoby Stephen nel 1906.
Nel film The Hours girato nel 2002 dal regista Stephen David Daldry, Virginia Woolf è interpretata dall’attrice australiana Nicole Kidman. Co-protagonista è Meryl Streep. Finemente appropriati appaiono i costumi, le capigliature, i fiori, i giardini, le sigarette, e soprattutto l’inflessione elitaria dell’inglese cockney: la parlata snob dell’upper class londinese. Con quell’espressione “This is so trivial” che a un certo punto viene pronunciata, connotando uno specifico clima, una precisa intonazione socio-culturale. Perché l’amicizia all’interno del Bloomsbury era contraddistinta anche da una forte venatura di anticonformismo e di snobismo.
Nello specifico, in una delle inquadrature finali, appare la preconizzazione del suicidio di Virginia, avvenuto per acqua, death by water, allo scoppio della Seconda guerra mondiale. E in quella commistione dei piani temporali, che solo il cinema riesce a realizzare, Nicole Kidman, alias Virginia Woolf giovane, che non ha ancora composto il suo capolavoro, Mrs. Dalloway – già si comporta come se fosse ella stessa il suo personaggio; Julianne Moore invece sta leggendo il romanzo Mrs. Dalloway come se fosse già stampato; infine Meryl Streep è Mrs. Dalloway in persona a Nuova York, mentre sta organizzando una festa per il suo ex fidanzato malato di Aids.

e)Edward Morgan Forster (1879 – 1970), come gli altri appartenenti al Bloomsbury avversava il moralismo vittoriano e post-vittoriano, tanto che poi si sarebbe schierato contro la censura a D.H. Lawrence e al suo Lady Chatterley’s Lover. Ma a differenza degli altri giovani colleghi e amici non era un estremista, non simpatizzava per le soluzioni “etiche”, anticamera di quella totalitarie: era semplicemente un liberal, che nel mondo anglosassone significa un radical-socialista, un progressista, molto acuto sia come romanziere sia come critico. Illuminante al riguardo una sua recensione radiofonica al Riccardo III di Shakespeare. Forster racconta di essersi recato a teatro insieme agli amici, e tra questi c’era anche un bambino di undici anni. Il quale, alla fine della prima parte, chiese allo scrittore “Is that all?”. Forster rispose di no e il bambino replicò “Oh good”. Al termine della rappresentazione il bambino chiese ancora “Is that all?” e lo scrittore rispose di sì. Al che il bambino replicò: “Oh dear”. Forster considera: Oh good e Oh dear descrivono bene la natura di una chronicle play come il Riccardo III. Oh good significa che siamo contenti che debba continuare. Oh dear significa che ci dispiace che sia finita. Perché non possiamo mai essere sicuri che una chronicle play sia davvero finita. Essa si basa sulla storia/history e la storia/history non si ferma mai. Quindi vi è sempre qualcosa di arbitrario nella sua conclusione. Non è come la storia/story, la storia di Amleto per esempio, capace di donare, alla fine, una netta sensazione di conclusione.
Inquadrati in questo modo il personaggio Forster e la sua sagacia, potremmo chiederci: perché la trama di Maurice è così lineare? Nei due romanzi maggiori di Forster – A Room with a View (1908) e A Passage to India (1924) – lo schema di confezione narrativo è molto complesso, teso a fare scoppiare contraddizioni e a far esplodere desideri repressi, sullo sfondo di un setting esotico: ricordiamo che per un anglosassone del primo Novecento, non solo l’India, ma anche Firenze e i suoi dintorni costituiscono un setting esotico. Forster, certamente, avrebbe potuto costruire una trama complessa anche per Maurice, ma non lo fece: si limitò a raccontare una favola, un apologo, un bel sogno. Proprio come in precedenza aveva fatto Luigi Settembrini con I Neoplatonici, il cui manoscritto venne custodito, e lasciato inedito per oltre un secolo, alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Settembrini: un padre della Patria ottocentesco, perseguitato, torturato e imprigionato dal regime borbonico, traduttore dell’opera omnia di Luciano di Samosata, costretto a fingere di avere tradotto dal greco classico di Aristeo di Megara (un autore mai esistito) la storia della splendida amicizia amorosa durata tutta la vita tra due giovani, poi ex giovani, Callicle e Doro.
Perché, allora, la trama di Maurice è così semplice e lineare, così poco costruita, se si vuole così poco fosteriana? Perché l’Inghilterra del 1914 non avrebbe tollerato in nessun modo quella narrazione. Quindi era preferibile raccontare una bella storia utopistica, con la foresta, the greenwood – quindi: la natura – che accoglie e protegge per sempre Maurice e Alec come un paradiso terrestre. Perché complicare la bella storia dei due amici/amanti che decidono di vivere facendo i boscaioli pur di poter stare insieme per sempre? Così Foster decise di confezionare una semplice trama di amicizia amorosa, irrinunciabile e indissolubile, per gli amici del Bloomsbury, che la lessero subito, e per gli altri che l’avrebbero letta dopo la sua morte, quando i tempi – finalmente – fossero stati propizi.
Per Forster, in perfetto stile Bloomsbury, non aveva importanza l’appartenenza di genere delle persone coinvolte in un rapporto di amicizia o in un love affair: gli stessi Leonard e Virginia Woolf, pur essendo sposati, coltivavano entrambi le loro amicizie amorose same sex. Si può affermare che tra i membri del Bloomsbury la bisessualità e l’omosessualità fossero estremamente diffuse e accettate: in altri termini le praticavano e ne parlavano. Poi però c’era il mondo esterno, e il contesto sociale al di fuori del Bloomsbury era fortemente oppressivo. Forster dovette tenerne conto e non pubblicò il romanzo, lasciando come in sospeso Maurice e Alec a vagare nella natura, roaming the greenwood.
La conquista della libertà nella natura non è certo un espediente letterario nuovo. Nella seconda ecloga delle Bucoliche, Virgilio narra del pastore Coridone, che vive in sintonia con la natura, e del giovane Alessi: “Magari ti piacesse abitare con me la campagna umile e le capanne povere, e cacciare i cervi, badando al gregge degli agnelli! Insieme a me imiterai nei boschi il canto di Pan”.
Il topos arcadico aleggia anche in molte delle narrazioni in cui si cerca di fondare un ecosistema nuovo e sostenibile, all’interno del quale essere amati è possibile. Pensiamo anche soltanto alla Pantisocracy di Coleridge e Southey – formata inizialmente da dieci coppie che si sarebbero poi riprodotte – da realizzare sulle sponde del Susquehanna in Pennsylvania. 

f)Quali sono le cause storiche di tanto accanimento censorio e autocensorio per una storia come quella di Maurice nell’Inghilterra del primo Novecento? Oltre alla non ancora avvenuta fuoruscita dall’irruzione di Saulo a cui si accennò all’inizio della riflessione, scopriamo un’ulteriore, più contingente risposta se scorriamo la storia anglo-francese del primo Ottocento. Perché il codice penale francese scaturito dalla Rivoluzione aveva abolito i cosiddetti reati “immaginari”, quali eresia, stregoneria e sodomia, come si chiamava allora l’omosessualità. Al seguito delle conquiste napoleoniche, questa impostazione illuministica si diffuse, trasformando la Francia nella terra promessa per i numerosi cittadini inglesi sospettati e indiziati di indulgere all’unspeakable vice degli antichi greci. (La definizione è dello stesso Forster nel Maurice).
Si verificò così una recrudescenza senza precedenti nell’atteggiamento ostile verso i “sodomiti” in Inghilterra, perché gli inglesi – nemici per eccellenza di Napoleone – non potevano che incrudelirsi nei confronti di coloro che “il francese” tutto sommato ormai proteggeva. Ciò accrebbe nel severo e ipocrita establishment britannico il mai sopito terrore che soldati e marinai potessero farsi contagiare dal “morbo francese” svirilizzandosi e perdendo la voglia di combattere. Da qui le terribili punizioni, frequenti soprattutto in marina, con impiccagioni per i colti in flagrante e migliaia di frustate comminate al minimo sospetto. Il diritto marittimo inglese così recitava: “Di tutti i crimini di cui un marinaio può macchiarsi, questo è il solo per il quale non è prevista alcuna pietà”.
A ciò si aggiunga che la società inglese ottocentesca è profondamente, capillarmente “religiosa” nel senso più deleterio: superstiziosa, formalistica e opprimente. Ricordiamo per esempio la tacita messa al bando di Platone dai programmi accademici. Come scrisse l’arguto Thomas Love Peacock: “Nelle nostre università Platone è ritenuto poco meglio di un corruttore dei giovani”.
Ricatti e impiccagioni precedute da gogna di fronte a folle sempre più isteriche e inferocite, divennero all’ordine del giorno in Inghilterra, con fatti di cronaca sempre più eclatanti, come il suicidio dell’arcigno, severissimo e ultraconservatore Ministro degli Esteri di Sua Maestà, Lord Castlereagh, che dopo aver partecipato al Congresso di Vienna si tagliò la gola perché ricattato. Il ministro amava la compagnia di giovani travestiti ed era caduto in una trappola mentre era in compagnia di “a young man disguised as a woman” in una molly house. 
Intanto sul continente Karl-Maria Kertbeny inserisce per la prima volta in uno scritto scientifico in tedesco la parola “omosessualità” nel 1869. In Inghilterra però la situazione non migliora e addirittura precipita nel 1898 con il processo a Oscar Wilde e la sua condanna a due anni di lavori forzati. In questo quadro si spiega perché sarà soltanto nel 1976 – sei anni dopo la morte di Forster, e cinque anni dopo la pubblicazione di Maurice – che la parola “omosessualità” finalmente potrà approdare sulle pagine dell’Oxford English Dictionary. Ricordiamo che Forster nel 1898 aveva diciannove anni, e la condanna di Wilde restò per sempre come un incubo nella sua memoria.
Elisabetta II, regina d’Inghilterra fino al 2022, era salita al trono nel 1952, l’anno in cui venne arrestato Alan Turing, l’informatico che era riuscito a decrittare i codici segreti nazisti. Ma era omosessuale e questo bastò perché si procedesse alla castrazione chimica cui fece seguito il suicidio dello scienziato.
Nel 1954 si trovavano nelle prigioni britanniche più di mille persone condannate per aver compiuto atti omosessuali tra adulti consenzienti. Mediamente, fino al 1955, in Inghilterra le condanne a pene detentive variabili da sei mesi a cinque anni per omosessualità furono circa ottocento all’anno. Ciascuno di questi casi significava arresto, ricerca delle prove, perquisizioni domiciliari e della corrispondenza: in pratica la rovina sociale e familiare della persona inquisita.
La situazione mutò solo con la contestazione degli anni sessanta. E Forster potette assistere alla depenalizzazione dell’omosessualità in Inghilterra; nel 1969 ci fu la rivolta newyorkese di Stonewall, e nel 1970, poche settimane prima della morte, seppe della nascita del Gay Liberation Front inglese, nel cui Manifesto leggiamo: “Abbiamo recitato per tanto tempo. Siamo attori consumati. Adesso possiamo cominciare a vivere. E sarà un gran bello spettacolo”. La via era aperta per il primo Gay Pride londinese del 1971.

g)Nel film Maurice del 1987, interpretato da Hugh Grant e Rupert Graves con la regia di James Ivory, appare dapprima il racconto dell’amicizia collegiale tra Maurice e Clive. Maurice e Clive appartengono alla stessa classe sociale ricca e privilegiata. Maurice vorrebbe il “per sempre” con Clive, mentre Clive rifiuterà quel “per sempre” scegliendo per sé il matrimonio con una ragazza appartenente alla loro stessa classe sociale.
Così la ragazza, divenuta moglie di Clive, giunge a chiedersi come mai Maurice non si faccia più vedere. Concludendo: “Si sarà trovato una ragazza da qualche parte”. Per educazione e mentalità non è in grado di concepire altro.
Un raffinatissimo espediente messo in atto da Forster per descrivere la condizione infelice in cui è andato a cacciarsi Clive con il suo matrimonio di copertura è il nome della giovane moglie: Anna Woods, che costituisce una sorta di controcanto alla Greenwood in cui si rifugiano Maurice e Alec.
Mentre Clive – che un’altra vita l’ha conosciuta e poi rifiutata per rimanere all’interno delle convenzioni e degli usi della sua classe sociale – capisce benissimo che cosa ha trovato Maurice. E il suo sguardo si spegne per via della scelta ipocrita che ha compiuto.
Maurice ha trovato la propria controparte in un’altra classe sociale, nel giovane guardiacaccia Alec: e lo sguardo acceso di Alec significa “per sempre”. Maurice appare incredulo mentre accetta quel “per sempre” sfidando i pregiudizi e le convenzioni della sua classe sociale di provenienza. Il rapporto culmina nella scena al molo di Southampton: la nave Normannia sta per salpare per l’Argentina, dove Alec dovrebbe seguire il fratello maggiore che emigra in cerca di fortuna. Maurice vi si reca per salutare Alec, per vederlo un’ultima volta. Ma Alec non appare. Quando Maurice comprende che Alec ha deciso di non partire, capisce anche dove si è nascosto, quindi: dove lo sta aspettando, e lo raggiunge.
Scrive Forster: “Per molto e molto tempo Maurice fissò la scia della nave, quindi si volse verso l’Inghilterra. Il suo viaggio era quasi compiuto. Doveva arrivare alla nuova dimora. Aveva evocato l’uomo latente in Alec, e adesso era venuta la volta di Alec di evocare l’eroe latente in lui. Aveva compreso quale era il richiamo e quale doveva essere la sua risposta. Loro due dovevano vivere al di fuori della “classe”, senza rapporti con chicchessia e senza denaro; dovevano lavorare e rimanere legati l’uno all’altro fino alla morte”.
Fondamentali appaiono due affermazioni: “Not for me”: non posso mimetizzarmi, dice Maurice a Clive; e ancora: “I’m of the sort of Oscar Wilde”, dice Maurice al proprio padre, il quale risponde “rubbish”.
Ma qui comincia il problema sia per Maurice e Alec – perché il loro legame non potrà mai essere socialmente accettato – sia per il narratore Forster, che deve concludere la sua storia. Ed escogita la soluzione del nascondimento di entrambi nella natura, quel roaming the greenwood ancora possibile nell’Inghilterra del primo Novecento ricca di boschi.

h)L’attenzione su Maurice si è riaccesa nel 2021 con l’uscita presso l’importante editore newyorkese Farrar Straus and Giroux del romanzo Alec di William Di Canzio, statunitense di origini italiane nato nel 1949, che in pratica riscrive la storia di Maurice e Alec, non più dal punto di vista della upper class (che era quello di Forster e del suo protagonista Maurice), ma da quello della lower class, cioè di Alec, il giovane guardiacaccia che rinuncia a una vita migliore in Argentina pur di vivere con Maurice. Li avevamo lasciati nel 1914 nella foresta di Sherwood a fare i boscaioli in un edenico trip favolistico-naturalistico, l’unico loro concesso dai rigidi costumi dell’Inghilterra del tempo. Nella nuova narrazione li ritroviamo allo scoppio della Prima guerra mondiale, che avrebbe sconvolto le vite di milioni di loro coetanei europei.
In sostanza il romanziere Di Canzio, nostro contemporaneo, scrive il seguito della storia, rendendola originale grazie all’escamotage di mutare il punto di vista, cambiando il personaggio protagonista, e raccontando la storia del proletario Alec dalla nascita fino all’adolescenza, quando viene assunto come guardiacaccia nella tenuta del padre di Clive, dove incontrerà Maurice.
Va ricordato che Forster aveva dapprima concluso il suo romanzo con una scena in cui Maurice e Alec, cinque anni dopo, nel 1919, quindi a guerra conclusa, vivevano ancora felici nella foresta di Sherwood facendo i boscaioli. Ma che poi espunse quel finale, probabilmente perché influenzato dall’opinione negativa dell’eminente critico Lytton Strachey, che pure faceva parte del Bloomsbury Group, e che così si espresse: “Da come lo descrivi, sarei propenso a diagnosticare le emozioni di Maurice come semplicemente lussuria e sentimento – una faccenda molto traballante; azzarderei una rottura dopo sei mesi, principalmente a causa della mancanza di interessi comuni dovuta alle differenze di classe. Il finale nella foresta di Sherwood mi sembra leggermente mitico”.
Nel romanzo Alec di William Di Canzio a fare durare brevemente la storia di Alec e Maurice nella foresta ci pensa la I Guerra mondiale, alla quale i due giovani non vogliono sottrarsi, con Alec arruolato in fanteria a partecipare alla battaglia della Somme, e Maurice arruolato come tenente e inviato sul fronte mediterraneo. Entrambi riescono a sopravvivere e li rivediamo sei anni dopo sullo stesso molo di Southampton in partenza con la stessa nave Normannia non più per l’Argentina, ma per New York to start a new life dopo aver combattuto per la libertà.
Infine, il termine latino amicus ha la stessa radice etimologica di amare: amicus, pertanto, significa letteralmente “colui che si ama”.




Rudy Toffanetti / Sparare a zero. Intervista e testi

Rudy Toffanetti

7. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Preferisco indicarne due, come riferimenti estremi della forbice all’interno della quale provo a scrivere. Da un lato dico Conglomerati di Zanzotto (Mondadori 2009), e dall’altro, truffando un pochino la domanda, dico, di Franco Loi, Aria de la memoria (Einaudi 2005), che, sebbene sia un’antologia di poesie per lo più precedenti, è stata pubblicata nel terzo millennio.

6. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana?  Per chi scrivi poesia?

Scrivo perché mi piace farlo, e questo penso che voglia dire scrivere per sé stessi. Allo stesso tempo, quando scrivo, cerco sempre di chiarire qualcosa del mondo esterno a me e alle persone che conosco e che penso leggeranno la mia poesia. Quindi, direi che scrivo con in mente un gruppo molto variegato di conoscenti, non per forza amici, e che, arrogantemente, credo possano rappresentare un campione significativo della comunità linguistica e culturale a cui appartengo.

5. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Ne faccio parte per forza, e lo sento. Lo sento quando leggo i loro libri. Ne avverto la pressione sociale e soffro una forma di FOMO (è divertente usare questa parola in questo contesto) quando vedo sui social gli altri eventi. Mi entusiasmo quando leggo un libro che mi è piaciuto e mi dispiace non averlo scritto. Mi arrabbio quando leggo un libro che non mi piace o non capisco; se non lo capisco, venendo ovviamente a patti con le mie energie e il tempo risicato della vita, mi sforzo di capirlo – se non lo capisco ancora mi dispiace molto, e provo fastidio. Per quanto riguarda il “chi mi legge”, onestamente non lo so e penso che lo facciano gli amici. Quando scrivo, nonostante questo, cerco di immaginare cosa potrebbero pensare dei miei testi gli altri poeti coetanei, più giovani e più anziani che conosco direttamente o indirettamente (cioè attraverso i loro testi); cerco di essere per loro chiaro, di farmi capire in ciò che voglio dire, senza ovviamente tradirmi nel piacere estetico, intellettuale ed edonistico dello scrivere secondo ciò che ritengo sia giusto.

4. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

In realtà, ormai superato il primo quarto del millennio, penso di sentirmi partecipe ed erede di più di una tradizione. Fino a qualche anno fa, mi sarei definito come un loiano, ossia un fedele dell’ispirazione come riemersione dell’inconscio nella lingua musicata. Oggi, non rinnegando assolutamente questa definizione, mi sono accorto che già nei miei primi testi (Sul confine Aragno 2016) c’è un’attrazione per la riflessione esistenziale e sociale e il tentativo di non farsi dettare la lingua ma di cercare di piegarla con sforzi e meditazioni al proprio desiderio di un oggetto – questo mi sembra fare più capo a Zanzotto, che lessi appunto al liceo e mi creò notevoli insicurezze circa ciò che potevo definire poesia (il suo statuto e il suo scopo), e che forse solo oggi in questi anni sto ricomponendo. In realtà, al netto del metodo con cui si scrive, della loro personalità e del loro timbro umano, non vedo eccessive differenze negli argomenti che i due trattano ai miei occhi. Del resto, Montale, che ancora nel 2025 domina spesso come poeta di riferimento, è considerato da entrambi i gruppi tanto un poeta di pensiero, filosofico, quanto un poeta di spirito; e la stessa cosa la si può dire di Saba o di Luzi, Sereni, Caproni, o perfino di Fortini… il feroce dibattito sulle poetiche, naufragato a Castelporziano, naufragato sotto i colpi delle trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche, oggi ci lascia orfani di quell’acrimonia, pieni solo della brama di avere ragione e di imporci svalutando il resto. Nella melma del dopo-postmoderno, in uno dei periodi di crisi del capitalismo finanziario e dell’egemonia americana, in mezzo alla crisi dello stato assistenzialista di modello europeo e della democrazia occidentale in genere, nel pieno della rivoluzione antropologica e cognitiva legata all’innovazione digitale, per quanto la poesia abbia sempre una relazione con il reale, penso che non sia importante discutere di tradizioni poetiche e di poetiche che legittimino ciò che scriviamo, in una ormai sterile guerra di posizione. Ciò che tento di chiedermi è: questo testo funziona o no? L’esperienza di lettura è positiva o negativa? Siamo tutti eredi di un grande dibattito. A lungo abbiamo vissuto più nelle teorie che nei testi; ossidate le visioni, abbiamo vissuto nell’abitudine. Credo sia più utile saccheggiare quel dibattito e amarlo, trarne gli strumenti utili da affinare e usare, ognuno con i propri intenti. Io perlustro la tradizione in cerca di quelle invenzioni formali e contenutistiche che posso riutilizzare per parlare a quel campione di conoscenti dietro cui penso si nasconda una comunità linguistica più ampia, e, nella visione delle illusioni, l’umanità.  

3. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

I dinosauri. Mi piacciono molto.

2. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Le uso, se sono efficaci per dare ritmo o rendere icastico un passaggio, oppure al contrario per sottolineare un accento comico o parodico.

1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

No, non mi vengono in mente. Direi qualche nome di amico, ma più per affetto e malizia. Penso serva un grandissimo acume critico per rispondere a queste domande e non mi vengono in mente nomi abbastanza autorevoli. Anch’io in realtà, ora che ho finito di rispondere, mi sento profondamente in imbarazzo, ma spero in realtà di aver risposto proprio palesando questa incapacità che ho a cuore chiarire.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Per ciò che ho detto nella domanda precedente e nella domanda 4, non so, e se lo sapessi non vorrei, fornire questi nomi o questi testi. Sono consapevole di espormi all’accusa di paraculismo, ma dire questi nomi sarebbe arrogarmi il diritto di sapere cosa sia e cosa non sia poesia, anche qualora mi mascherassi dietro la scusante dell’ “opinione personale”. Non solo infatti non crederei rappresentativo di niente nessun nome che io possa fare, ma vorrei sottolineare che la poesia non è un’entità para-religiosa scesa sulla terra a miracol mostrare, che ha illuminato alcuni sapienti e lasciato ciechi gli altri; è una convenzione culturale per cui accordiamo uno statuto particolare a una certa forma di linguaggio che, a quanto pare per ora, per ora continua ad andare per lo più a capo ogni tanto. Dato il suo carattere convenzionale è normale che si creino i famosi “circoletti”, ma è sbagliato credere al loro inganno e sottolinearlo – sarebbe cedere al tribalismo, e lo ritengo umiliante. Fare i nomi potrebbe servire a fare chiarezza nella confusione, ma temo sia un’allucinazione; si tratta di un gioco di cui questa rubrica ha il merito di aver sottolineato il divertimento e il godimento piuttosto che il rancore, ma che forse non ci fa più così bene – con tutto quello che succede… Penso che sia meglio guardare quello che le poesie, distanti e vicine a noi, dicono, piuttosto che guardare quello che non ci dicono.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

Ignorano i lettori tutti, o in buona
parte credo, l’era di Ediacara,
l’Atlantide perduta dei fondali
che ha fossilizzato corpi senza bocche, arti
e senza simmetrie surreali.
Non c’erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c’erano creature né c’erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all’esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un’eredità o un motivo
per trionfare. Quello, penso che pensò
“Sì, dobbiamo generare” e tutte
quelle mode chiare, aperte,
umane e disumane.
Chissà se fosse inconsapevole o se premeditava.
Quella notte lui creò
la collana,
quella in cui tutte le perle pensano — o se dormono
lo sognano — di mangiare le sorelle.

*

Certo ci saranno i javelin, i tomahawk,
i patriot, le armi sono state
sempre un bene rifugio — come la vicina
emenda i pavimenti dall’ipotesi del male,
lungo, sulle strade intirizzite, 
c’è il sussurro di Milano. Acari e batteri, microbioti
di un bioma residuale, vanno cancellati
quando la colf dà ordine alle stanze,
e i figli sono a tennis, judo, boxe, arrampicata,
e qualcuno spara, crepa, ed è Black Ops,
— nell’altra Milano — ed un suo coetaneo 
spaccia, via Faenza, Missaglia, Rozzano. 
Centrifuga le tende, una volta l’anno, 
perché meglio filtri il sole e non dia paura 
il telegiornale. Accadrà che la bolletta 
sarà una fucilata, tra balcone e balcone,
se ne parla, e la vita è combustione
(rotonde tangenziale multisala), condomìni,
peli accapponati, niente è verticale.

…Non credere a nient’altro
che al tempo precedente, che qualcosa è stato
perduto — è, sarà, cos’è? qui non c’è
giustificazione al male.
Si tratta di preparare per la cena, medicare.

*

Del mondo a me non piace niente
tranne i dinosauri,
e i dinosauri sono morti,
e mi dispiace. Ma mi piace
che non vedano influencer,
venditori e chi se li farebbe a fette
sulla griglia da cucina.
Non mi piacciono i guadagni,
i consulenti, gli avvocati, e i dottori:
li detesto tutti quelli
in dote di una tecnica per vivere
e la stessa per uccidere.
Del mondo a me non piace niente,
e dei dinosauri a me piacciono le ossa.

… Forse a me piace
ciò che non è mondo.

*

Rudy Toffanetti è nato nel 1994 a Milano. Insegna letteratura e storia al liceo e collabora alla Casa della poesia di Milano. Nel 2016 pubblica le sillogi di poesie Sul confine e nel 2020 La luce della luna, entrambi presso Nino Aragno Editore. Nel 2020 per FVE pubblica Franco Loi. L’erede del sole, un saggio narrativo sul suo maestro Franco Loi.




“Otto tipi di insetti” di Stefano Solaro

In otto tipi di insetti di Stefano Solaro alla consunzione del quotidiano nella società post-industriale s’interseca la dimensione illusoria del sogno-ricordo. La mechané comico-satirica dell’autore scompone i «frammenti crudi del vero» per riassemblarli con protesi oniriche, deformando la percezione del reale. Il gusto per l’enumerazione e la sintassi spezzata, che riproduce la fisionomia del flusso di coscienza, restituiscono un ritmo incalzante, sintomo primo di un movimento macchinale-umano incessante.

  Testi 

Chiara dice, è un periodo difficile
allo Xanax ho aggiunto l’En
ogni giorno dal ministero chiamano per un casino
ormai rispondo solo ok.
Per tre secondi si resta muti
poi per fortuna arriva il vino.
Al secondo parla Giulio che è già sbronzo
ci racconta di un disperato che ha difeso
Edo da dietro lo pugnala con la forchetta
noi ridiamo mentre la sua mano
accarezza la gamba di Paola
che è lì accanto ma non ascolta
guarda solo la bimba.

E noi, noi temo siamo immobili
aspettiamo da fuori uno scossone
ma come potremo da ora negare
tu attaccata al telefono
io che fingo di andare in bagno
quando si parla dei piani per agosto.

***

Continuo a spremermi eppure non ricordo
com’era quando dividevamo un letto
da settimane guardo solo film d’azione
e sarà per tutti questi morti
che ho fatto una fortezza coi cuscini.

***

Un bambino legge il Mondo Perduto
ci sono dinosauri affamati
ma quella giungla è così calma.
Di là urla di soldi, avvocati
Debiti da saldare

Il bambino adesso ha la barba
solo sul divano si chiede
stasera quale giungla?
Vino, certamente. 
Serie americane

 ***

Ci sono i polipi, le distorsioni, i piccoli
Infortuni nel mezzo dell’età.
C’è un bus, poi la bici, un’auto, ancora il bus
tua madre con la cataratta, i video
dei nipotini. È ancora presto

Stavamo tutti insieme almeno otto anni fa
a guardare attori e attrici
vivere per noi
la spaccatura era lontana
questo salto negli adulti senza trionfo né coraggio

***

Ti dice una voce oggi c’è il mercato
e mentre ieri spostavi l’auto della tua ragazza
ci hai messo un quarto d’ora hai scordato la tua hai sbagliato
corri con la pressione bassa e il marocchino del banco dice
l’hanno appena portata via ridi
ti vesti ed è un caso sia il giorno del diluvio
non ti puoi lamentare per un errore
poi le spese queste spese restituire i tremila a tua madre
il prestito non basta problemi tecnici nell’app di credit agricole
il capo proietta un video motivazionale
Al Pacino allenatore sprona i suoi ci tiene
a dirvi che hanno alzato l’obiettivo ma non ti vuoi lagnare
chiuso in bagno mediti con impegno a pranzo mentre stavi scrivendo
arriva il tuo collega preferito che dice io al posto tuo avrei spaccato
una finestra questa finestra la vedi la tasti
con le mani contratte dall’allenamento e sei già stanco
stanco perché ti pare non l’hai scelto tu
di essere te ma forse è andata bene dopotutto non sei un morto
di fame non sei ancora ritardato sei solo uno che pensa
non starò esagerando
a mettere tutto questo sale sul pollo.

Stefano Solaro nasce a Genova e vive a Milano, dove lavora nel mondo della pubblicità. Da sempre lettore di prosa, inizia a dedicarsi alla poesia nel 2016. Nel 2023, una selezione di suoi versi viene pubblicata nel Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago itaca – Silloge breve risultata vincitrice dell’edizione 2022 dell’omonimo Premio nazionale editoriale) e nel volume Una poesia al giorno (Giulio Perrone). Ancora nel 2023, una prima bozza della sua opera prima riceve una segnalazione in occasione del Premio “Bologna in Lettere” – Sezione raccolte inedite. Oltre alla scrittura, si dedica alla recitazione con una compagnia di teatro sperimentale milanese e collabora come giornalista con alcune testate online. Otto Tipi di Insetti è la sua opera prima in versi.




Estratto | Valeria Cartolaro “Disregolazioni”

Nota introduttiva di Rita Iacomino

DISREGOLAZIONI O DEL SABOTAGGIO DELLA LINGUA

Disregolazioni è il titolo che Valeria Cartolaro ha dato alla sua raccolta di versi, un titolo, a mio parere, programmatico. Cosa sono le disregolazioni? Operazioni atte a rendere irregolare qualcosa in origine regolato? Il prefisso dis- sembra funzioni da invertitore di senso: è un trasmutatore di valore. Posto davanti ai sostantivi ne cambia il valore in negativo, utilizzato davanti ai verbi, diventa rinforzo e straniamento dell’azione verbale. Insomma abbiamo qui un libro che raccoglie versi come ordigni, essi esplodono qua e là tra le righe mettendo a dura prova la lingua con tutte le sue strutture. Ci troviamo, in queste pagine, tra passaggi rapidissimi d’immagini; la scrittura non indulge in descrizioni, è asciuttissima, troviamo pochi aggettivi, ogni immagine evocata è incalzata da quella successiva che ne sposta e approfondisce il senso, come per uno slittamento continuo e spiazzante:  “Le porte si chiudono / qualche spazio per questi uccelli cade / taglia il cielo, rimane / da dire all’ospite dello straniero / una nuova terra distrutta giorno su giorno / smonta gli oggetti, questi interlocutori / stupidi a cui ripetere una cantilena”.  Qui le spezzature sono così radicali che quasi ne sentiamo il rumore, un rumore di porte che chiudono e spazi che cadono, di oggetti smontati e irrisi.

Altrove leggiamo: “Schiocchi le dita schiocca il cranio / vicinissimo si tagliano la lingua / alle spalle di tutto le luci di chi vive / manteniamo aperti questi condotti / l’aria che respiriamo / di quei crolli che sono molti / ragliano nelle teste quei cieli / mi guardi scendere sulle mani / potare i letti del fiume per raccogliere / i loro detriti frugare / negli assorti giorni / bere dalle radici”.

Abbiamo qui, con ‘schiocchi’ e ‘schiocca’, una ripetizione, qualcosa come un’onomatopea che si tramuta, nel secondo verso, dove “vicinissimo si tagliano la lingua”, nell’immagine fisica, corporale, di una lingua che si ‘stacca’, e staccandosi ‘schiocca’, poiché qui si tratta di un parlare come uno ‘scoccare’ di frecce, uno scrivere che si fa voce e risuona.

E tagliare la lingua non è che uno dei tanti interventi netti e radicali nella direzione di un rinnovarsi della lingua stessa e un rinnovarsi attraverso disregolazioni. E di tagli o allusioni a strumenti che recidono ne troviamo sparsi, in queste pagine, parecchi.

D’altro canto il ‘taglio’ della lingua non è che la chiamata in causa della ferita che il linguaggio stesso rappresenta, ferita procurata ab origine poiché esso ci predispone ed espone ad una realtà che, nominata, sfugge. L’attacco al simbolico allora passa attraverso una poesia inscritta nell’automatismo psichico di memoria surrealista con cui, raccomandava Breton, “ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altre maniere, il funzionamento reale del pensiero; è il dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica o morale”[1].

Scopo dei surrealisti era l’emersione dell’inconscio, quello stesso che custodisce, secondo Lacan, Lalingua. I versi di Valeria Cartolaro spiazzano le attese del lettore, attese che sono dissipate e capovolte perché la lingua, la nostra lingua, riposa nella consuetudine e nell’ovvio fin quando non arriviamo lì dove “vicinissimo si tagliano la lingua”. E tagli sono il ripetersi delle ‘potature’, parola che incontriamo più volte e carica del suo doppio significato di bere e di sfrondare. 

Credo che l’autrice cammini coraggiosamente su quel crinale tra noto e ignoto, “potando i letti del fiume”, “bevendo alle radici”, consegnandoci una poesia dura, inquieta, ma di una lucidità cristallina.

D’altro canto “Non voglio parlare la vostra lingua” è una chiara dichiarazione d’intenti per una poesia che pure ci consegna, oltre lo sguainar di spade, una natura densa, penetrante di aliti, di neve e di fuochi, una terra di laghi e fiumi su cui incombe un cielo rosso e immenso. E su questa terra di fiumi e detriti uomini e animali hanno pari statuto, si contendono i sensi, tra canti e olfatto, una sete di suoni come tonfi in un’aria di polvere e cristalli.

La tensione linguistica è al massimo, la lingua qui si fa voce come incarnandosi. Ed è la partitura che agisce in questa direzione concreta, quasi fisica, con la sua componente ritmica potenziata sino a coinvolgere la dimensione corporale. La lettura di questo testo sembra solleciti un approccio con tutti i sensi, obblighi ad una pienezza del sentire.

Come scrive Felice Cimatti nel suo Il taglio, “[…] alla fine non c’è che la poesia. La quale non chiede di essere interpretata, non chiede di entrare nel tritatutto del significante: la poesia è una «consistenza», sta lì, non c’è che da prenderne atto. La poesia è un reale, e come ogni reale alla fine ci si va a sbattere, non c’è altro da fare con il reale”[2].

 

[1] Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli Editore, Milano 2007.
[2] Felice Cimatti, Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte, Quodlibet, Macerata 2015.

***

Da Valeria Cartolaro, “Disregolazioni” (Transeuropa, 2025)

Le porte si chiudono
qualche spazio per questi uccelli cade
taglia il cielo, rimane
da dire all’ospite dello straniero
una nuova terra distrutta giorno su giorno
smonta gli oggetti, questi interlocutori
stupidi a cui ripetere una cantilena

*

Schiocchi le dita schiocca il cranio
vicinissimo si tagliano la lingua
alle spalle di tutto le luci di chi vive
manteniamo aperti questi condotti
l’aria che respiriamo
di quei crolli che sono molti
ragliano nelle teste quei cielo
mi guardi scendere sulle mani
potare i letti del fiume per raccogliere
i loro detriti frugare
negli assorti giorni
bere dalle radici

*

Non voglio parlare la vostra lingua
né sedermi su un ciglio
a guardare le ossa inscurirsi
girare attorno a una torre
cedere i passi al gioco
marcire in una stella e guardare
il ponte dietro l’angolo crollare
se ascolto
guardo la pece diventare un pesce giallo
limare le sue lische appuntite
domare il drago e i suoi artigli
cieli immensi di rosso




Andrea Breda Minello / Sparare a zero. Intervista e testi

sparare a zero mediumpoesia minello
  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Grazie per la domanda posta, perché, dopo un quarto di secolo in cui mi sono dedicato quasi esclusivamente alla poesia, come autore e traduttore, mi permette per la prima volta di riflettere su un percorso costellato di scelte, incontri, ascolti, ma anche di rifiuti e abbandoni, talvolta delusioni, talvolta improvvise accensioni. Ogni cernita prevede un’esclusione, per cui questa risposta, forse domani o forse fra una settimana, potrebbe essere assai differente. Sono sicuro che dimenticherò delle voci, uomini e donne indispensabili per la mia crescita, ma tant’è…
Penso che la domanda riguardi i libri in versi per cui…

Éblouissements di Martine Broda (Flammarion, 2003), primissima poeta tradotta per «Testo a fronte», scoperta dopo un soggiorno parigino; è stato innamoramento a prima vista per la sua capacità di essere volo, illuminazione intermittente sull’esistenza. Studiosa di Celan, basterebbe questo per indicare il tutto. La poesia permette corto circuiti e connessioni tra sistemi-mondo. Sono molto contento che in tempi recenti Ornella Tajani se ne sia occupata.

Ruggine di Nelo Risi (Mondadori, 2005), penultimo libro del Maestro. Sarebbe sufficiente la sezione Ali in volo per spazzare via gran parte della produzione poetica attuale.

Salva con nome di Antonella Anedda (Mondadori, 2012), ma forse sarebbe più corretto indicare Tutte le poesie, uscite per Garzanti nel 2023, visto lo scavo, la riscrittura e il pensiero sottostante alla sua opera omnia. Il libro più complesso e stratificato della poesia italiana di questo scorcio di secolo.

Oremari di Giulio Angioni (Il Maestrale, 2013), ultimo in ordine di scoperta, ma preziosissimo per la visione, la descrizione delle radici, della terra, del lembo che solo provvisoriamente abitiamo.

Jucci di Franco Buffoni (Mondadori, 2014) per essere il più bel canzoniere di questi anni Duemila e un libro che segue la grande tradizione delle Confessioni in chiave poetica.

(Cinque sono davvero pochi, permettetemi di aggiungere: Calandrone, De Alberti, Annovi. Li nomino anche per indicare cinque poeti viventi nel totale, autori che a buon diritto le generazioni future inseriranno nel canone letterario).

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

Sì, spero che lo sia per tutti gli scriventi, in realtà. La poesia non ha di certo la capacità intrinseca di trasformare le esistenze, ma forse è lo strumento più potente e rivoluzionario di testimoniare e accogliere, prendersi cura dell’altro, riflesso di quel che siamo, della nostra condizione di essere finiti. Ogni nostro gesto, ogni respiro, ogni nostro battito è un atto politico e come tale pregno d’amore.

Sono d’accordo con Brodskij, la poesia è dono di Dio, per chi crede. Scrivo, perché non saprei fare altrimenti, alterno la poesia alla prosa (ho nel cassetto un romanzo e una raccolta di racconti) e al teatro; scrivo per necessità, forse se sapessi disegnare o suonare il piano, chissà… A parte queste considerazioni a latere, attualmente scrivo pensando alla persona amata, anche quando redigo recensioni o saggi critici…

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

No, non faccio parte di una comunità poetica, già l’espressione mi incute in sé preoccupazione e un senso di oppressione, non frequento circoli letterari et similia. Quasi mai vengo invitato a letture, festival, e va bene così. Come essere vivente entro ed esco nelle vite degli altri e delle altre in punta di piedi, con pudore; ho quasi sempre la sensazione di essere di troppo o di disturbare.

Sono un lettore attento, questo sì, “ascolto” tanto, tantissimo, e mi entusiasmo quando sento che i versi di autrici e autori risuonano in me e negli altri a cui li propongo.

Non faccio parte di una comunità poetica, ma ho la fortuna di avere amici poeti, ma appunto sono, in primis, amici. Simone Maria Bonin è il più bravo della sua generazione, e sì, è il mio migliore amico, il fratello minore mai avuto: ci leggiamo a vicenda (Tratti primi sono un esordio imperdibile), ci indichiamo autori e autrici, cassiamo i versi l’uno dell’altro, ci prendiamo davvero poco sul serio, per questo siamo profondissimi, abbiamo la stessa visione del mondo e ci sproniamo a migliorare; tuttavia la nostra relazione si basa sulla vita. È più facile che si parli di panificazione, di pruni, del nostro quotidiano più che di poesia in senso stretto. La stessa cosa vale per Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Franco Buffoni, Laura Liberale, Valentina Pasquon, Clery Celeste, Monica Matticoli, Luciano Mazziotta, con cui siamo poeticamente quasi agli antipodi, ma la stima per il lavoro dell’altro e l’affetto sono più forti di qualsiasi distinzione. E poi Gianluca D’Andrea,  Andrea De Alberti, Gabriel Del Sarto, Gian Maria Annovi, il primo mio contemporaneo letto a vent’anni (abbiamo la stessa età) e a distanza di quasi venticinque anni non ho cambiato idea, per me Gian Maria è una delle poche voci che rimarranno.

Stimo molti autori giovani e non, che conosco poco di persona o che ho solamente “letto”, i quali si distinguono per una forte cifra stilistica riconoscibile, autentica.

Per i nati nei Sessanta: Bonito, penso che sia il vero punto di riferimento, un autore immenso; per gli anni Settanta: Santi, altro caposaldo di questi anni con il suo Quanti, Ventroni, Giovanni Turra, Fusco; mi piace davvero molto una recente scoperta, Annachiara Atzei; per gli Ottanta soprattutto Borio, Galal, Mansueto; per i Novanta: Vivinetto, Cucugliato e Ottonello.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Franco Buffoni una volta mi ha detto: “Tu sei uno degli autori meno influenzati dalla tradizione italiana”. Stavamo presentando, alla Punta della Lingua, il X quaderno. Lo ringraziai di cuore, per la sua attenta lettura e analisi. Aveva e ha ragione.

Certo il mio poeta di riferimento è Leopardi, ma sfido chiunque a non considerarlo tale, e tra i libri “da capezzale” vi sono Saba,  Bertolucci, Nelo Risi, Antonio Porta, Rosselli, Giacomo Noventa, Rossana Ombres e sicuramente tra i viventi Buffoni, Anedda, Lo Russo, per la loro visione poetica, per il loro dettato. Anche se la mia formazione è avvenuta altrove, essenzialmente mi sono immerso in altre culture, in altre voci.

In primis, la Russia di Marina Ivanovna Cvetaeva, la voce di Brodskij, Mandel’stam, la Achmatova; la Francia, sono intriso di cultura d’Oltralpe, ho tradotto e traduco Anna de Noailles, Martine Broda, André Pieyre de Mandiargues, di recente mi sono immerso in Simonne Jacquemard, che spero di poter proporre in volume, anzi se qualche casa editrice fosse interessata…  E tra tutti Pierre Reverdy, di cui ho curato il poemetto Sabbie mobili.

Gli autori di lingua tedesca: Rilke, Celan, Sachs, Bachmann, Lasker-Schüler, Marti, la cui diffusione in Italia si deve all’importante lavoro del teologo e pastore Fulvio Ferrario.

Sì, a ben vedere, il bacino russo-franco-tedesco prevale nella mia formazione.

Se tra tutti questi nomi dovessi estrapolarne alcuni, la mia triade capitolina sarebbe così composta: Cvetaeva – Reverdy – Celan.

Sono molto aneddiano, anche per la passione che ripongo verso gli autori sardi, così simili, così concittadini per anima e radicamento a quelli russi (prendete in mano, a tal riguardo, la prosa di Anedda, Fazzoletti): dalla lettura e dall’ascolto di Francesco Màsala, di Benvenuto Lobina, di Montanaru, di Giulio Angioni, di Sergio Atzeni, dalle canzoni di Marisa Sannia e di Piero Marras si esce profondamente trasformati. Dopo di loro la mia scrittura non può più essere quella di prima. Grazie a queste voci ho dato corpo a una serie di racconti, ho dilatato in prosa lo sguardo, che prima cercavo di contenere, gli ho reso il respiro che la poesia spesso trattiene. In questi autori la circolarità sacra dell’ambiente incontra la verticalità dello spirito. E tutto questo permette di non eccedere, di rimanere saldi e fedeli alla vita stessa. È un atto essenziale, è sentirsi finalmente a casa, dimorare; ho persino imparato la limba.

Le distanze si colmano, è un fare ritorno.

Per questo al trittico succitato, aggiungerei ora Montanaru.

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

La mia scrittura risente sicuramente degli anni di formazione teatrale, degli studi dedicati all’arte in continua trasformazione tra tutte quelle esistenti. Penso ai grandi autori: da Vachtangov a Brook, da Grotowski, a François Tanguy. Inoltre, importante è stata la lezione di Antonio Attisani. E poi la cultura cinematografica: dal cinema classico americano, ai maestri europei, su tutti Resnais, Bergman, Tarkovskij; e ancora la pittura veneta, dai Vivarini a Tiziano, e fiamminga, sino a quella delle avanguardie. In poesia entrano attraverso i poemetti teatrali e i testi ecfrastici, presenti nel primo libro, Del dramma, le figure (Zona, 2015). In generale tendo alla teatralizzazione o alla resa plastica delle poesie. L’ultima raccolta inedita è strutturata in forma di poemetto, in tre tempi, come un’operetta, in cui la musica popolare (Battiato, Sannia, Testa, Mina) si fonde con il melodramma (Donizetti).

Per la disciplina scientifica valgono gli insegnamenti teologici? Sicuramente la dogmatica e l’etica protestanti hanno modellato e influenzato la stesura della Catechesi dell’abbandono. In fondo sono un poeta ecologista, come Gary Snyder, e socialista, dunque di sinistra, come Risi e Pagliarani, e di fede valdese, come lo era Jahier,

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Nel Trattatello su Dante, Mandel’stam definisce l’italiano il sistema linguistico della musica, la lingua materna per antonomasia, quella più vicina alla zolla, alle radici e al cielo, l’elemento liquido e fluido della comunicazione. Nasciamo e impariamo a proferire parola e senza accorgerci ci esprimiamo attraverso suoni, che codifichiamo in versi. Tendiamo anche nel quotidiano a strutturare frasi minime o indipendenti che sono settenari o endecasillabi. Fa parte del nostro corredo genetico.

Quando a diciannove anni iniziai a “comporre” dei versi, a dare corpo a testi, che per fortuna non esistono più o sono andati perduti nei traslochi, la forma metrica e rimica erano diventate la mia ossessione, poi le ho azzerate, le ho rimosse.

Oggi tornano, talvolta palesi, talvolta mascherate in tutti i miei lavori, sia in quello appena uscito per Industria&Letteratura, Catechesi dell’abbandono, sia nel libro inedito, che dovrebbe uscire nel corso dell’anno.

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

Vi elenco due autori nati negli Anni Novanta:

Simone Maria Bonin

Giacomo Cucugliato

E un’autrice nata negli Anni Ottanta:

Serena Mansueto

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Sento distanti dal mio ascolto e dalla mia poetica tutti coloro, tutte coloro che pretendono di avere la chiave di accesso a universi mondi, che pretendono di tagliare con l’accetta e vivisezionare la scrittura con strumenti chirurgici, creando categorie in cui la contaminazione e la valutazione critica, in realtà, risultano inesistenti. Non amo, per gusto personale, la produzione fredda, auto-celebrativa, l’eccessivo lirismo e nemmeno chi si ancora alle avanguardie degli anni Sessanta, come unico salvagente. Una volta un poeta si stupì del mio amore per Rossana Ombres, la voce femminile del Novecento: “Ma tu non sei sperimentale, sei lirico, come può piacerti”. Ho pensato a quanta pochezza in tale affermazione. Faccio un esempio pratico: grazie ad Anna Boschetti ho scoperto un autore eccezionale, come Olivier Cadiot, distantissimo dalla mia produzione eppure ha influenzato la scrittura molto più di tanti altri… Tra l’altro sono stato il primo a tradurlo in Italia. Non perdo il tempo invece a leggere i suoi epigoni nostrani, così come quelli di Ponge etc… A livello generazionale sono quelli nati tra i Sessanta e i Settanta. Ho lo stesso problema con figliocci e figliastri dei padri nobili e viventi della nostra letteratura. Mi chiedo: perché essere manieristi e scrivere alla De Angelis, Anedda, Lo Russo, Magrelli? È una prassi abbastanza frequente tra i più giovani, ma a che pro? Per bisogno di filiazione o di riconoscimento? Se voglio entrare in quella dimensione di ascolto, vado direttamente alla fonte… Confesso poi di avere più di qualche difficoltà ad affrontare la maggior parte dei poeti che pratica o ha praticato lo slam…

Insomma, anche senza fare nomi diretti, penso che si sia capito, no?

***

AGAR

Il tuo pianto smarrito nel deserto
La voce del fanciullo sotto il cespuglio
Il terrore dell’abbandono
Sentenziano la condizione perenne d’esilio dell’uomo

Se non fosse per l’amore incondizionato di Dio
Che salva gli emarginati e i disperati

E offre loro la fonte inesauribile della grazia

*

DEBORA e IAEL 

All’ombra della palma
Presso la dimora di Dio
Colei che predispone corolle di miele

Obbediente profetizza
Per il suo popolo
La volontà dello Spirito d’amore

Dalla montagna discenderà una capra
                                                  selvatica

Ad offrire per la salvezza
Il latte riversato nella coppa dei principi
Prima che la Legge sia compiuta

E Colei che predispone corolle di miele
Salmeggerà esultante
Il primo Cantico di Benedizione:

Sante e Benedette
Le creature femminili che ricondurranno
Alla Pace i Figli di Dio. 

* 

LA VEDOVA DI NAIN

In mezzo alla folla hai riconosciuto
Nel destino di una donna,
Che stilla lacrime, addossata alla bara del figlio,

L’eguale condizione di tua madre
A cui resta che piangere il tuo futuro abbandono

Nella dignità del silenzio
Hai scorto il rispetto del dolore che non si rimargina

Se non nella certezza della speranza
Affidata alla nuda fragilità del pianto

da Catechesi dell’abbandono, Industria&Letteratura, febbraio 2025

*

Le mani sfiorano il tuo corpo
che conosco come il mappamondo
che tenevo acceso per paura dell’uomo nero

Riconoscerei la tua figura anche ora che
senza occhiali mi sento nudo e vero

*

Chissà se la Riva Sette Martiri potesse parlare
che cosa penserebbe di due umani che stretti
sfiorandosi parlano di risotti e libri, di voci ed isole
lontane, con troni e chiese antiche da esplorare
dicono e negano e poi prorompono in
un canto stonato e felice come il tramonto arancio
che incorona San Giorgio

Queste ultime due sono inedite, dalla raccolta Il tempo della guarigione

***

Andrea Breda Minello (1978) vive e lavora a Venezia. È poeta, drammaturgo, scrittore e si occupa di letteratura comparata e di studi di genere. Suoi racconti sono usciti per Empirìa, su “Nazione Indiana” e “Narrandom”. In poesia ha esordito in X quaderno di poesia contemporanea, con prefazione di Maria Grazia Calandrone, e ha pubblicato: Del dramma, le figure (Zona, 2015), Yellow (Oèdipus, 2018), Catechesi dell’abbandono (Industria&Letteratura, 2025), sulle figure femminili dell’Antico e del Nuovo Testamento, in chiave politica e queer.

Suoi testi sono stati ospitati su “L’Immaginazione”, “Versodove”, “Poesia”, “Nuovi Argomenti”, “Atelier”, “Poetarum Silva”.

Ha pubblicato l’atto unico Black Russian (Blonk, 2023).

Ha curato due libri: Se solamente di Julien Burri (Kolibris, 2010) e Poesie d’amore di Anna de Noailles (Arcipelago Itaca, 2019, finalista al Premio Marazza).

A livello critico ha scritto su Maria Grazia Calandrone (saggio sul suo teatro, contenuto nel volume Per voce sola), sulle poesie teatrali come midrash di Rossana Ombres, e sull’opera di Antonella Anedda, Franco Buffoni, Sara Zanghì.