Henry Ariemma | Un gallone di Kerosene (Transeuropa, 2019)

Henry Ariemma

M.M. Lungo la lettura di “Un gallone di Kerosene” incontriamo una scrittura priva di ammiccamenti, che non cerca alcuna compiacenza nel lettore. La prima cosa che mi ha colpito di “Un gallone di Kerosene” è il partire dal trauma della vita, dalla frustrazione dell’animo e dalla delusione: “Sei venuto a casa un giorno e ci siamo promessi uno scambio. Erano frutti dei nostri alberi da insaccare: siamo usciti e una volta rientrati sono stati requisiti… Hanno contato per noi, quanto siamo amici….”.

Secondo te esiste una scrittura senza una delusione, senza un trauma – trauma anche come traum, forse, come sogno?

H.A. Certamente esistono innumerevoli scritture. Credo che la delusione, o la mancanza a quello che riteniamo la possibile completezza dell’essere uomo e donna declinato in felicità e al semplice e mai scontato (eticamente parlando) rispetto per chi considera e rispetta gli altri siano alla base di una scrittura che non accetta lo stato di cose o realtà – da considerare sia al passato e quindi anche sogno (perché scelta mediata di ricordi) sia al presente. La riproposizione del sogno a quanto ci succede è sempre la risposta a un mancato allineamento.

M.M. È proprio quando tutto sembra potersi riassumere nel proprio male, diciamo, quando sembra concludersi lo scavo nel suo punto massimo di dolore, di piattezza, che assistiamo alla trasformazione del verso: sembra volerci spingere altrove, verso un territorio inesplorato, estraneo a chi si vive solo la routine del quotidiano; la sintassi e il lessico mutano, come se il testo accrescesse su se stesso,  visione dopo visione – “una lingua d’alberi / per non sapere / […] per dire: / è l’uno la somma d’altro […] per essere… / Quello che altri non sono”.  Credo che anche in questo libro, in fondo, sia affrontata la questione del bene e male. Secondo te ci sono due modi differenti per scrivere, cioè due lingue, una del bene e una del male, oppure si scrive sempre di entrambi, in un modo e con una lingua sola?

H.A. Certamente è affrontata la natura direi, più che la questione del bene e male che permea l’uomo nella sua interezza e non è scindibile. Allo stesso modo con la scrittura e la lingua si è all’unisono di paradiso e inferno.

M.M. Ho notato, piuttosto presenti, riferimenti al viaggio: per intendere che uno è l’insieme dei luoghi in cui è stato, che ognuno è la cucitura di tutte le proprie geografie. Quali sono i luoghi poetici che ti hanno formato, hai delle tradizioni a cui sei più legato, dei maestri a cui ti riferisci?

H.A. Credo alla fine che un luogo poetico non possa esulare dal contesto in cui si vive, la poesia sa essere ovunque; certamente i viaggi ne sono un complemento come dei ponti alle nostre isole di percezione ma alla fine è il quotidiano che vince per essere percettivi al camminare nelle strade o tra una pineta e un mare o anche al parlare con chi non si conosce per il dopo chiuso ai propri riverberi. Un luogo poetico e una propria geografia inoltre credo possano intendersi anche dentro di ognuno come a una aspirazione interna e nel mio caso è come fame di grandi spazi o vastità dopo il concerto umano delle relazioni nei più angusti di strade e piazze considerati sempre dentro.

La tradizione di riferimento è quella dei giganti latini di cui siamo sempre sulle loro spalle e dalle cui lezioni si beneficia a farne proprie. Per maestri, moderni del secolo scorso e inizio del nuovo, sintesi di maestri è Luzi e per altri versi, contemporanei al nostro millennio è Fiori.

M.M. «Un tempo il poeta era là per nominare le cose: come per la prima volta, ci dicevano da bambini, come nel giorno della Creazione. Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte». (Cristina Campo, da “Fiaba e mistero”). Mi sembra uno stimolo molto utile per inquadrare insieme l’animo, l’intenzione del libro: se ti ritrovi in questo estratto, che cosa ci vuole ricordare “Un gallone di Kerosene”? Qui citerei alcuni versi che mi hanno fatto pensare a questo legame tra la tua scrittura con la memoria, il ricordo di un incontro originale, quello fraterno tra gli uomini, che molti hanno dimenticato: “E i passi non sono l’oggi, / sospesi senza musiche ne libri aperti dei riti… […] / Tutto abbandona ai pensieri colmi mentre impegna / solitudini riempite vite, viziose […]. La persa armonia dei tanti al dimenticare / perpetuo non è tua amico mio”.

H.A. Sì, mi ritrovo nelle sue parole e potrei dire che se si può essere amici (con la A) allora si può essere pienamente e civilmente uomini tra gli uomini e donne in ogni contesto: familiare, sociale e anche politico perché l’essere amici presuppone e pone eticità come terreno di relazione con scambio a valore e verità.

M.M. Un gallone di Kerosene è composto da quattro sezioni: “Amico”, “Desinenze”, “Mancati noi” e “Nature”. Sono rimasto colpito da questo “Tu” con cui inizi tutte i testi di “Mancati noi”, che raccontano di persone differenti ognuna a che fare con un certo tipo di routine o di attività. Questa seconda persona che chiami in causa mi ha dato l’impressione sì di essere un interlocutore, ma tutto richiuso su sé stesso, un po’ come se fossimo al telefono e trovassimo prima la linea occupata (tu-tu-tu-tu-tu) e poi ci rispondesse una voce registrata, che non ci ascolta. Nonostante questa sensazione così straniante, ho percepito ugualmente la tua partecipazione alle fatiche del vivere, alla continua perdita di serenità che contraddistingue il nostro tempo e le vite di chi ci sta intorno. Chi sono questi “Tu” che racconti nella sezione?

Non credo che i nostri tempi fino alla presenza e parentesi del Covid -da chiudere presto per recuperare il perso in benessere generale ma accomiatando a dovere e più umanamente le nostre perdite di persone che sono obbligate a una solitudine, slegati ai propri affetti- siano stati una prerogativa di difficoltà o perdita di serenità a scapito di chi ci ha preceduto. Credo che fino ad inizio di febbraio di quest’anno si sia potuto vivere abbastanza confortevolmente rispetto anche ai decenni più vicini. Il problema (ora acuito) credo sia nella perdita dell’essere ognuno contraltare d’altri e dell’esserci rotti nel legame, nella catena che ci unisce agli altri (salvando gli eroi che si chiamano eroi proprio per questo). Ai decenni passati più vicini come dicevo, le difficoltà erano per tutti (o quasi) e ci si aiutava e ci si parlava e relazionava; oggi, i problemi nascono dal non sapersi o potersi relazionare (“anche il saluto può sminuire…”) che non sia funzionale agli interessi e mai vero scambio.

I “Tu” di cui parlo sono persone o conoscenti che non possono o vogliono aperture di amicizia (con la A) e che si incontrano in ogni ambito: da quello familiare al lavorativo, nei condomini o ad una partecipazione e che sono quasi tutti votati all’evanescenza nella comunicazione: significativamente impalpabile. Con l’uso delle proprie attività e anche hobby come diversivo ( il telefono, il cane, la macchina…) si velano distratti e distanti al fare che non sia funzionale appunto e aggiungo; purtroppo, sempre che non ci si imbatta in personalità mistificatorie e mitomani ormai in forte aumento che parlino propri narcisismi (l’Era del fake). 

M.M. Come si struttura il rapporto verso-prosa nella tua poetica?Il tuo utilizzo dell’italiano risente in qualche modo della presenza dell’inglese come altra lingua?

H.A. Questo rapporto di versi e versi lunghi (polimetri) più che un rapporto verso-prosa, come accennato in precedenza, appartiene a una espressione interiore che agli strati significativi delle parole in funzione anche simbolico-ermetica affianca a completamento (quando richiesto dal dettato poetico) un più ampio spazio di descrizione ma senza perdere mai la natura e gli a capo in ogni verso.

L’ariosità del verso inglese e come da ultimi in Thomas, Auden, Strand, Walcott è presente più come necessità linguistica e di espressione che di vera e propria appartenenza nella casa della lingua.

Come parola che parla
scarna la vita stessa
avvolta ironia e bellezza:
Ti chiedo il dare
e fare per fare e dare, basta.
Una lingua d’alberi
per non sapere
composto dei giorni,
sgranato frutto
dolce al colore per dire:
-è l’uno somma d’altro
colonna di fattori, per essere…
Quello che altri non sono.

*

Con le montagne all’orizzonte
-di quel blu che confonde al cielo-
chiedi: “affacciati, guarda!…” fai leva
sulle spalle per feritoie al basilico in fiore…
Ammonisci come se ne avessi colpa:
“vedi la bandiera in fondo?…
dopo il campo di calcio,
quella della caserma che ondeggia
dietro gli alberi dove nasconde?
La vedo, dico, distratto dagli aquiloni
e sul fare dei filatori …”Allora la vedi?”, insisti.
Si, ricordo anche le fanfare per quella bandiera…
Con fare amico, dici: “nessuno ti porterà oltre
quella bandiera! Nessun padre… E ricordalo perché vero!
…
Per una collezione di lustri
il cuore guarda alle mancate mani
più lontano possibile…

*

I tuoi sorrisi ristoratori,
alberghieri si incontrano
vicino ai tavoli: brillano
aguzzi i rombi dentini
ma vicino casa portano
odori spregevoli e musi lunghi.
La paura alberga le stanze
vuote e i corridoi dell’anima
al sapere della visita retrobottega.
Si capisce l’improvvisare
in questa vita, ci si inventa cucinieri
in linea sottile tra cibo e rifiuto.

*

Tu sei un gaudente per l’esercito
pioniere dei volontari
senza prole. La parola più forte,
è il coro nazione in mille scuse,
sotterfugi a non rinunciare
la nulla materia.

*

Tu rimani a casa con mamma,
perché papà è venuto a mancare
e lei non può stare sola…
Un nuovo marito magari perso
profondi studi al cielo infinito,
felice rinuncia di prospettive
perché impegnato a dire:
“scusami, ma come faccio a…”

*

Il mare parla per ognuno di noi,
bagna la terra dal silenzio marinaio
su queste case stese al colore di barche
e non gonfia petto orgoglio del tutto avere,
ripetere sordo la linea che muove l’onda
grande quanto l’isola se vuoi o il mondo
fino a che si vuole avvolto:
Il profumo salmastro marca dentro
un vento spingendo figli, sguardi segnati
poco agire nelle strade vuote, insabbiate
piazze urlate eccesso. E i passi non sono l’oggi,
sospesi senza musiche ne libri aperti dei riti…
Questo dio terreno incombe masse d’acque
più vicino del buio universo le sue luci…
L’approdo sono fari, vicina terra e questo silenzio.
Tutto abbandona ai pensieri colmi mentre impegna
solitudini riempite vite, viziose per senso di possesso
bestia. La persa armonia dei tanti al dimenticare
perpetuo tutto non è tua amico mio.

*

Non mi hai dato tempo per incontrarti
sei andato con sorriso e sguardo alle parole
non dette, portando l’esempio mancato al togliere
mondo materiale, ornamento e gesto che ora ha fine.

Non mi hai dato tempo per incontrarti
sei andato con sorriso e sguardo in voce forte
senza l’aspettarti storie sbagliate, disimpegno
mancato coro parlando d’alberi, cielo e mare
ogni dove cuore al solido freddo.

Tolgo cento miei giorni a non essere
solo, a tradurmi tuoi sapienti libri,
capire se di interesse puoi parlare adesso
stessa indifferenza al dolore che mi libera.




Tommaso Russi | Qualche Parola tra padri e figli (Eretica edizioni, 2019)

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Per organizzare la distribuzione della tua raccolta (Qualche parola tra padri e figli, Eretica Edizioni, 2019) , hai trovato questa idea delle “consegne in bicicletta” per Milano,
capitandoti di portare Qualche parola tra padri e figli dal centro alle periferie.
Vorrei chiederti come è nata questa idea, se per necessità oppure per
ispirazione; poi, sarei curioso se ci potessi raccontare cosa ti ha lasciato, questo
incontrarti con le persone, amiche e sconosciute, legato al tuo libro.

Guardando i rider e conoscendo la storia di Luca, il libraio di largo Mahler (che con il suo cargo bike ha una libreria mobile che si sposta per i vari eventi e da cui puoi comprare e ordinare libri) mi è venuta questa idea: consegnare a domicilio, portare direttamente io la raccolta a chi ha deciso di sostenere il progetto e far si che il momento della “vendita” non sia solo un baratto ma anche un momento di umanità in cui ci si apparta.
Finita l’Accademia e tornato a Milano, ho sentito moltissimo questo tempo veloce che detta i ritmi e spesso mi sono sentito atomo, solo, isolato. Questa modalità delle consegne in bici ha fatto si che io prendessi il tempo per girare la città e per stare con le persone. Ho ricevuto moltissimo affetto in questi mesi di consegne a domicilio. Ho rivisto persone con cui negli anni avevamo preso strade diverse, sono stato accolto in casa di sconosciuti a bere il caffè e a chiacchierare, conoscenti hanno sparso la voce e mi hanno aiutato a diffondere la raccolta -la madre di un amico ha preso a cuore il progetto e mi ha creato un vero e proprio giro-, ho avuto la scusa per conoscere meglio persone di cui stimo il percorso artistico e la scusa per stare di più con amici che mi fanno stare bene.

Come poeta e attore, il tuo fare e scrivere non si limita al solo supporto cartaceo: sono molti i progetti in cui sei coinvolto, nei quali unisci poesia, letteratura, teatro e performance (penso alle produzioni realizzate con il collettivo Tempi diVersi, o anche alla tua ultima iniziativa come “Narrastorie senza frontiere”, alle presentazioni-reading a cui ho assistito). In che modo questa doppia tendenza espressiva ti ha segnato, nel tuo scrivere Qualche parola tra padri e figli? Mi vengono in mente i versi a pag. 34: quel ritrovarsi nel corpo di un altro, / quello stare, per andare più in su, lontano // forse esiste un nome a questo calore nel petto?

Credo fortemente che la cultura possa essere un mezzo potentissimo nella creazione di incontro e comunità. Nell’evento culturale è possibile creare aggregazione e si crea un meccanismo di condivisione unico, tra chi è “in scena” e chi partecipa ma anche tra i vari partecipanti. Questa mia esperienza fa sì che io cerchi il più possibile di creare momenti di condivisione pubblici e di trovare anche delle forme in cui la poesia possa passare anche tramite il mezzo dell’oralità e della performance (e in questo l’avventura con i compagni di Tempi diVersi è stata fondamentale). Nonostante poi, nel mio caso, le poesie che scrivo hanno abbiamo una forma abbastanza classica, scritta.
Più che una doppia tendenza mi piace pensare ad un urgenza espressiva che nel tempo si è solidificata in due forme che in alcuni momenti si innestano. Per quanto riguarda la scrittura, la mia attenzione da attore è fortemente presente. Vengo attirato dai comportamenti che mi avvengono intorno, da alcune frasi, dai gesti e dalle azioni. Nel mio caso è da lì nasce il primo verso, quello che ti viene incontro dall’oblio. In alcuni casi le mie poesie nascono da immagini concrete che ho intorno, in altri sono invece frutto di fantasticherie ma si materializzano sempre in una frase o in un comportamento concreto più che in un sentimento o una emozione. Sono sicuro che questo meccanismo creativo derivi dal mio essere attore, lavoro in cui la base di partenza è l’azione, il comportamento e l’immagine concreta e non l’emozione. Quella poi nasce di conseguenza ed è il motivo per cui cerco di diventare un artista: farmi muovere e toccare chi ho intorno. Se partissi invece da un sentimento, per me sarebbe molto difficile uscire dai cliché.

Quali sono le origini materiali della tua scrittura? A cosa si ispira la lingua che hai scelto e quali sono i luoghi e le situazioni da cui sono nate le poesie che hai inserito nella raccolta? Da dove la necessità di mimare attraverso la scrittura poetica la vita di un uomo, dall’infanzia alla vecchiaia?

Oltre che da quel famoso oblio di cui parlavo prima, mi viene da risponderti che per me l’ispirazione proviene due luoghi: il ricordo (mio e di altri) e le città che abito, con le loro strade e i loro personaggi.
Mi sono accorto che rubo immagini da ciò che mi sta intorno: in alcuni casi da sconosciuti appena intravisti, in altri da amici stretti, in altri casi ancora dalle città in cui ho vissuto, Milano, ad esempio, compare spesso molto direttamente mentre Venezia e Perugia hanno creato invece temi e suoni di sottofondo.
Nascendo dal rapporto con l’esterno, le poesie che scrivo hanno personaggi di varie età, con modi loro di approcciarsi col mondo e con il tempo.
Ho deciso di organizzare la raccolta come un arco della vita perché, scrivendo e componendo, ho scoperto che avevo immagini che potevano appartenere a mio padre, altre richiamavano suo padre ancora, alcune invece le esperienze e le paure di un bambino o le scoperte di un ragazzo. Ho sentito come un magma, un’essenza collettiva da cui alcuni temi – qualcuno li chiamerebbe archetipi – affiorano e si manifestano in modo diverso a seconda dell’età.
Ho avuto il presentimento che si potesse scorgere un percorso dove riscoprirsi in vari momenti della vita. Un luogo dove generazioni diverse, padri e figli per l’appunto, potessero incontrarsi nelle esperienze e nei sentimenti comuni. Un luogo dove un bambino che ripete la formazione della Juventus al buio, un padre che si anestetizza davanti alla tv fino alle due di notte e un nonno che rimasto solo a letto chiama la moglie in cucina, possano riconoscersi nella stessa paura o nella stessa scoperta. Un luogo in cui sentirsi insieme insomma.

Alcuni temi – strettamente legati – che possiamo rintracciare lungo il percorso del libro sono quelli dell’assenza di rituali, del vuoto e dell’amarezza lasciate da uno spirito collettivo che non ci accompagna nel nostro vivere sociale e emotivo. Per te, la poesia riesce a conservare in sé un aspetto rituale, qualcosa che permette un contatto originale, assente nel quotidiano?

Sento che ci sono ben due momenti rituali: uno nel momento della creazione ed un altro ancora nel momento della condivisione (in presenza o meno).
Credo proprio che l’atto creativo in sé, che sia nella poesia o nelle altre arti, permetta un contatto con qualcosa di ignoto. Per esempio io mi sento come se allo stesso tempo fossi nello spazio della realtà e in quello dell’inconscio e dell’istinto insieme. Come se si creasse un’incrinatura nel concetto di spazio-tempo. Da scrittore di poesie (aver pubblicato una raccolta non fa ancora di me un poeta) ci sono momenti in cui vengo scritto dalle immagini e dai suoni nati in quel momento di incrinatura. C’è una poesia di Tiziano Scarpa che parla proprio di come si viene attraversati dalle parole che contengono i desideri dei morti e le esperienze di chi non è ancora nato. Anche nel mondo del teatro e della performance d’altronde ci sono dei momenti in cui il performer non agisce ma viene agito.
L’altro rituale è il momento dell’incontro tra chi partecipa e la parola scritta o ascoltata. Da lettore e uditore (soprattutto nella lettura però), la prima cosa che mi accade è un rallentamento generale del tempo, come se la poesia lo allargasse per il bisogno di più spazio. Nei casi più fortunati, accade un riverbero: anche solo un verso o una parola, è come se mi risuonassero dentro il corpo. Per dare un’immagine, succede come se un ago toccasse leggermente ma in modo molto preciso un pezzo del fegato.
In entrambi i casi la poesia permette un tipo di rito dove quello con cui ti relazioni torna ad avere un impatto su di te, a toccarti, a stranirti in senso brechtiano. In contrapposizione alla vita di tutti i giorni dove ognuno deve giustamente proteggersi. Se ci si lasciasse toccare da tutto probabilmente si farebbe una brutta fine.

Se dovessi lanciarti una piccola suggestione, direi che mi sembra che tu abbia cercato attraverso lo scrivere poetico, di (ri)prenderti uno spazio e un tempo per (ri)dire una parola che, dietro ai toni semplici, cerca la scomodità, per procedere a lampi di rabbia, consapevolezza, disillusione: già dall’apertura (pag. 11 […] e tanta gente da farci la rivoluzione / […] i ritmi di tamburi e un maxischermo in alto: / goooooooool. // La grande parola, la prima volta che capisco / che il terzo portiere del Milan guadagnerà /sempre più di me.). 

Se ti ritrovi in questo mio pensiero abbozzato, volevo chiederti di parlarci del rapporto che c’è tra la tua poesia e la realtà sociale e politica che descrivi: per te sono dei temi da affrontare, oppure qualcosa che si connette più profondamente con l’essere poeta e artista?

Cerco un lingua semplice per cercare di affrontare il senso di precarietà, lavorativa ed esistenziale, che sento e vedo. Mi chiedo se sia stato sempre così per tutti o se sia una caratteristica di questo tempo di “assoluto presente”. Questo luogo senza riti di passaggio in cui all’improvviso ti ritrovi adulto senza essertene reso conto. La mie poesie toccano istanze che mi appartengono come essere umano. Come Tommaso Russi, ragazzo di Milano cresciuto tra periferie, movimento e teatro. Cerco di partire dal mio stranirmi, dalle mie paure e speranze, per affrontare con un tono intimo questioni che sento dell’essere umano in quanto tale. Tra queste ci sono anche istanze rivendicative, politiche, che però cerco in tutti i modi di toccare senza diventare un predicatore. In questa ricerca di un tono intimo per parlare di qualcosa di pubblico, spero che escano fuori, oltre ai lampi di rabbia e disillusione di cui parlavi, anche tenerezza e desiderio.
Credo che affrontare tematiche sociali sia un compito dell’artista, la questione è però trovare il modo. L’angolo da cui puoi affrontare un tema con profondità e distanza alle stesso tempo. Un punto di vista che permetta di essere detonatore di riverberi nei corpi.
Ricercare modi di indagare questioni pubbliche, senza usare il linguaggio che sa di volantino, è una sfida fondamentale per tutti quello che fanno arte. Se non si trova il modo di affrontare temi che riguardano la tua comunità si rischia di creare uno scollamento, un esercizio di stile equivalente ad un enorme atto di onanismo in una piazza pubblica. Nell’incontro tra le questioni pubbliche e quelle intime c’è la potenzialità di creare un cortocircuito che permette di toccare delle corde universali

Tra gli altri hai dedicato il libro a Nazim Hikmet e Izet Sarajlic, i poeti che hanno fatto il turno di notte e poi a chi sa. Secondo te il poeta riesce in qualcosa in cui gli altri falliscono, cioè nel sapere, della vita e del mestiere? Oppure è uno che si impegna duramente quanto gli altri, solo che è unico per la materia che lavora? In che senso, per te, i poeti sono coloro che fanno il turno di notte?

Ovviamente non ho ancora risposte definitive o vie tracciate.
Quello che credo in questo momento è che il poeta sia una sentinella in grado di vedere i sintomi del Tutto. Qualcuno con il coraggio di vivere in contatto con la relazione tra il micro di quello che vede e sente accadergli intorno e il macro del mondo interiore collettivo.
La metafora del turno di notte arriva proprio da una raccolta di Izet Sarajlic, poeta che durante l’assedio di Sarajevo continuava a creare serate in cui tramite la poesia le persone potevano stare insieme e allontanare in qualche modo la morte.
Non credo che tutti i poeti in quanto tali facciano quel turno di notte per “impedire l’arresto del cuore del mondo” di cui parlava Sarajlic. Lo fanno quelli mossi dell’urgenza di creare comunità. Quelli che uniscono la loro spinta di ricerca con la necessità di stare insieme agli altri, di creare cerchio e momenti in cui sentirsi compagni, parte della stessa umanità. A mio parere non basta fare arte, bisogna prendersi la responsabilità di condividerla, diffonderla e organizzarla.
In un mondo che fa di tutto per renderti solo, creare comunità e domande è un turno di notte, il turno più difficile e duro ma anche quello dove il tempo si allarga e crea spazio e in cui le antenne sono alte, così alte che le cose si trasformano e l’istinto sente e crea, che tu lo voglia o no.

Hikmet e Sarajlic, per esempio, sono dei perfetti testimoni di questo desiderio di vita. Di quest’atto di Resistenza.

intervista a cura di Michele Milani

Dalla sezione: INFANZIA

Troppo sole
e tanta gente da farci la rivoluzione.

La strada piena di voci,
qualche coro,
una festa di primavera con i papà abbracciati,
i ritmi di tamburi e un maxischermo in alto:
gooooooool.

La grande parola,
la prima volta che capisco
che il terzo portiere del Milan guadagnerà
                                                          sempre più di me.

*

Da bambino non conoscevo mai l’ora,

quando entravo in una casa
cercavo, curioso; d’estate esploravo e mi perdevo
facendo preoccupare i miei genitori.

Finché un giorno ho notato che gli adulti
hanno sempre l’orologio.

Anche io volevo essere adulto,
volevo smetterla di guardare tutto dal basso, volevo
scoprire cosa
sognassero mio padre
e mia madre.
I sogni dei bambini già li conoscevo.

Cosi ne ho chiesto uno in regalo.
“Da grande voglio fare il cosmonauta e il calciatore e lo
scrittore e l’attore e lo spazzino e l’insegnante e
l’avvocato!”

Dicevano gli altri bambini sull’autobus.
Mentre io guardavo le lancette e aspettavo i primi peli,

mentre iniziavo ad accumulare abitudini.

Dalla sezione: ETÀ DI MEZZO

Tornare a casa ogni sera
ma senza trovare mai i propri cari,

contare i soldi guadagnati
e metterli nella scatola blu,

cercare discese in bicicletta consegnarcisi
e credere
-almeno un attimo-
di poter spiccare il volo.

Ecco come passo il mio agosto
ogni giorno è preso dall’asfalto
ogni notte si è seccata sognando qualcosa da dare.

*

Ho venticinque anni:
se ad agosto
riesco a non far morire le piante,
vuol dire che non sprecherò la mia vita,
vuol dire che andrà bene.

*

Uno chiedeva alla mamma di svegliarlo per arrivare in tempo ai cortei
un’altra correva sui tetti sperando di cadere
un altro ancora camminava e camminava,

c’era chi si trovava per mangiare una pizza insieme
e finiva a impizzarsi tutta la sera,
chi si guardava allo specchio con
le mani sulla pancia immaginando,
chi cambiava casa, città e amici perché gli andava
                                                                  e chi perché doveva.

Ognuno aspettava come sapeva in attesa di

Tommaso Russi




Attraversare la censura | Diario privato 2.0 con Tommaso Di Dio

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[Prima Parte]

Francesco Ottonello: Ho appena ascoltato l’audio di Tommaso, in cui parlava di delicatezza. Questo termine un po’ mi stupisce e non mi ci ritrovo del tutto. Forse ho una certa antipatia verso questa parola, la rinnego perché vorrei censurare questa delicatezza. Sì, probabilmente c’è un’idea di qualcosa che sbiadisce e sfuma, ma io sento nei miei testi anche un impulso legato alla violenza. E penso che anche nelle tue Cianotipie, Michele, ci sia oltre a una delicatezza anche un aspetto ruvido, acerbo. Mi verrebbe in mente come titolo Attraversare la censura, perché c’è un percorso, che parte dalla necessità della dimenticanza. E la poesia per me nasce da questa dimenticanza.

Si dimentica forse per avere fissato troppo a lungo. Per un dolore acerbo. Avviene una falla nella memoria, un guasto del serbatoio. Non so se mi capirete, ma questa idea di attraversamento è per me legata anche a un’idea di censura. La censura mi fa pensare innanzi tutto ai censores romani, una carica straordinaria. Al di là di fare il censimento – contando dunque le persone, le unità familiari, abitative – erano incaricati di fare rispettare la morale pubblica. C’era molta paura per la censura che potevano esercitare. Da lì c’è poi tutta una storia di censure lungo i secoli: libri interi censurati, tematiche legate a un certo eros che per lungo tempo è stato censurato, anche in poesia (si pensi ai sonetti di Shakespeare e Michelangelo). E poi il censurato si ricollega in senso psicologico al rimosso, quindi alla dimenticanza, che per me è il primo passo per l’attraversamento. Non è solo la scrittura a essere censurata, ma è la scrittura poetica stessa che si censura, perché è un fare che ha il paradosso di una tensione all’autenticità e alla verità, ma che al contempo conserva un elemento imprescindibile di finzione.

Poi anche il concetto dell’isola mi è particolarmente caro: intendo questa percezione che noi siamo isole e le altre isole sono lontane. Al massimo può esserci una tensione verso un sogno di arcipelago, ma rimane sempre una doverosa accettazione della condizione di isola. Eppure allo stesso tempo l’isola sopravvive solo se si apre e si dilacera. Questa idea di rottura è connessa anche all’idea della rottura della memoria. Una verso di uno dei miei poeti preferiti, Harth Crane, è memory, commited to the page, had broke (la memoria, affidata alla pagina, è stata rotta). Ecco, questo lo sento particolarmente.

L’attraversamento non è una traversata che si compie una volta per tutte, ha in sé un’idea di imperfezione, di non finitezza, si riproduce in continuazione. E tutto ciò si riconnette all’acerbo. In questi testi c’è stato un lavoro per sottrazione, di rimozione e congregazione di frammenti di diversi testi ( anche da qui l’utilizzo dei trattini). Quindi il senso di perfezione e finitezza semmai lo può restituire il testo in sé, che ha una struttura chiusa, definita, come se fosse un’isola. Tuttavia, vorrei che ci potesse essere sempre anche un senso di apertura e lacerazione. Forse questo senso di delicatezza può nascere da lì? Non so, io nella ferita vedo più che altro qualcosa di cruento, anche se forse è vero, in fondo non c’è un’esibizione del sangue, del dolore, forse per questo emerge qualcosa di delicato…

Michele Milani: Provo a raccontare il mio flusso, quali suggestioni ho seguito per arrivare a questo lavoro. Per quanto riguarda il rapporto che ho con la Cianotipia, credo che questa tecnica sia interessante perché dà l’opportunità di mettere in rapporto l’antico e il contemporaneo, una tecnica nata a metà dell’Ottocento, agli albori della fotografia, che richiede molta cura, con il mondo digitale, dinamico, rapido. Questa frizione ci concede un punto di vista del contemporaneo fuori dal tempo. L’immagine oggi è consumata. Attraverso la Cianotipia possiamo dare una consistenza pittorica, fissiamo davvero i soggetti per mezzo dei liquidi fotosensibili, su una superficie, riflettiamo sui materiali. È una tecnica artistica e l’effetto che può trasmettere in più è dare pittoricità, materia, grazie al diverso rapporto che si è costretti ad instaurare con gli oggetti utilizzati e i soggetti rappresentati.

Per quanto riguarda le tensioni presenti nelle mie Cianotipie, non sono diverse da quelle che vivo quotidianamente. Nei miei lavori credo ci sia spesso un gioco di spazi. Se dovessi esprimere brevemente quello che cerco di fare, quando lavoro, direi che il mio è il tentativo di “stare dentro al dentro”, cioè di trovare una sorta di spazio sconosciuto interno alle cose, che concede l’opportunità di un respiro umido. Vorrei evitare quello che dicevi tu, ovvero di mostrare, di essere cruento. Mi piacerebbe che il respiro delle mie immagini non fosse un alito sbattuto in faccia dell’osservatore, ma un vento che entra nel corpo di chi osserva, evitando il contatto con l’esterno, che corrompe sempre. Mi immagino una conversazione diretta, un contatto tra dentro e dentro. La delicatezza sta forse in questo. Non rinuncio all’ingenuità, perché mi permette di immaginare un mondo di relazioni un po’ meno mediocri.

Il nesso tra le mie opere è questo sguardo, sono io che fisso tutto e cerco di trattare quello che vedo come se potesse supplire a un’assenza. Vorrei che tutto potesse sopperire a questa assenza che sento sempre, vorrei riuscire a introiettarmi in questi corpi con il mio sguardo. Senza farli miei, ma standoci dentro, accoccolarmici e respirare del loro respiro.

Tommaso Di Dio: Sentendo le vostre parole mi ritrovo e non mi ritrovo. Ma non è importante che io mi ritrovi. Voglio dire: è importante ascoltare, non trovarsi; è importante sporgersi verso una ricerca possibile, se questa è sincera come la vostra è, non concordare. Diciamo così: non concordo, ma mi metto in ascolto. Lo faccio perché sento un desiderio comune di cercare, di provare a guardare la scrittura (o meglio “le scritture”) attraverso una lente che non ne faccia soltanto un prodotto cieco, un prodotto meramente estetico, ma un’occasione di riflessione condivisa.

Sento quanto sia difficile oggi riattivare uno stile per riflettere intorno alla scrittura: ogni via sembra sbarrata, ogni grande strategia retorica sembra abolita. Questo è il tempo di una grande estinzione: in questo avvertiamo tutta la distanza dal Novecento delle retoriche pronte, stabilite, già coese e formalizzate. Non abbiamo più un linguaggio condiviso, non abbiamo più né le parole né gli spazi per una condivisione delle nostre scritture. E ciò proprio per paradosso: oggi lo spazio per mettere in mostra le nostre scritture abbonda più che mai, ma è spesso uno spazio “al singolare”, unidirezionale; è come se rispondesse al comando implicito “io mostro qualcosa a qualcuno”, senza che si possa realmente stabilire una connessione dialogica con chi incontri quel testo. Chi lo incontra allora non è l’altra anta di uno scrigno che con la prima dovrà, prima o poi, coincidere in una serratura, ma il destinatario di un messaggio che non avrà mai risposta: sarà perdutamente aperto nelle innumerevoli diramazioni, nelle infinite interconnessioni possibili. Proprio per questo, quello che ci rimane al di là di quanto dite, oltre cioè il piano stretto dei contenuti, mi tocca particolarmente. Mi tocca perché provate a mettere a nudo un dialogo che sembra rapito da un’intimità; è cioè colto da uno sfondo fuori scena, che nondimeno ora si dispone alla lettura comune, ma senza censurare il carattere privato in cui avviene. Un amico mi avrebbe detto: non sono parole in posa, queste. È come se nella dimensioni di iper-scena in cui ogni cosa oggi avviene, si potesse ritrovare – per paradosso – una rinnovata dimensione di intimità, in cui può nascere un dialogo sulle scritture che pratichiamo che, proprio perché non ha parole pronte, nondimeno cerca le parole per dirsi e le cerca laddove avvengono: nel mondo della vita.

Ed è allora così significativo che nelle vostre parole torni il tema della censura e che vi abbiano colpito le mie parole (sicuramente imprecise, affidate ad un messaggio vocale registrato mentre accadeva altro, ma – ora mi dico – sempre accade altro, mentre facciamo qualsiasi cosa) che facevano riferimento in merito alle vostre scritture alla parole “delicatezza”. Da un lato, mi sembra, che oggi vi sia, sempre di più, la condivisa esigenza di parlare del lavoro della scrittura: voi avete trovate, per questo, il termine “censura”. Sì, si richiama alla figura del censor: colui che doveva tenere il conto, contare i presenti, contare il numero dei vivi; dall’altro era proprio colui il quale era custode di una funzione morale. Ed è interessante: pensare che chi scrive debba avere al proprio servizio un censore, ovvero una funzione del proprio sguardo se non proprio qualcuno in carne ed ossa, che tiene il conto, sa che cosa è vivo nella scrittura e cosa no; e al contempo, monitora, salvaguarda, indica e eventualmente condanna ed espelle ciò che non rispetta il senso vivo della scrittura. Di fronte alla iper-scena contemporanea che vorrebbe che tutto fosse emerso e visibile sullo stesso piano, ecco che avvertite la necessità di “cancellare ciò che è morto”: la scrittura è frutto di questa cancellazione, è ciò che resta, che resiste. Ed è interessante perché non è una funzione esterna (non è un ente moralizzatore) ma dalle vostre parole emerge chiaramente che è una funzione della scrittura stessa. Il censore insomma è dentro la scrittura: è essa stessa, se le si accosta con ricerca sincera, che espelle il morto da sé.

Dall’altra, vi ha colpito che io vi abbia parlato di tenerezza. Perché? Questo è un retaggio post-novecentesco. L’idea che alla poesia appartenga soltanto un’espressione violenta, che mostri sempre una lacerazione, una ferita: una sofferenza acefala. Secondo me, possiamo andare oltre. Ma già la vostra ricerca, già le tue cianotipie Michele e la tua scrittura Francesco, mostrano che è possibile indagare uno spazio dell’arte dove si possa posare uno sguardo non violento. Nessuno di voi ha l’anima dell’urlo, né lo spazio incandescente della ferita slabbrata. Entrambi costringono lo spettatore, il lettore, da un ricatto: dicono ascoltami, ascoltami, dentro per forza. Mi interessa in voi questa mancanza di ricatto: voi volete che chi si accosti alle vostre scritture lo faccia davvero, tanto liberamente che non volete catturare la sua attenzione con la forza. Mi sembra questo vostro gesto delimitare un’area difficile sì, ma fertile. Sembra davvero un lucus, una radura, un’area dove sedersi, e stare insieme per un po’.




Attraversare la censura | Testi e stampe artistiche

Cigno, Michele Milani, Francesco Ottonello poesia, arte, poesia contemporanea, video poesia, attraversare la censura, immagini, parole

Tommaso Di Dio: Caro Francesco, caro Michele, sento quanto sia difficile oggi riattivare uno stile per riflettere intorno alla scrittura: ogni via sembra sbarrata, ogni grande strategia retorica sembra abolita. Questo è il tempo di una grande estinzione: in questo avvertiamo tutta la distanza dal Novecento delle retoriche pronte, stabilite, già coese e formalizzate. Non abbiamo più un linguaggio condiviso, non abbiamo più né le parole né gli spazi per una condivisione delle nostre scritture […]. È significativo che nelle vostre parole torni il tema della censura e che vi abbiano colpito le mie parole che facevano riferimento in merito alle vostre scritture alla parole “delicatezza”. Da un lato, mi sembra, che oggi vi sia, sempre di più, la condivisa esigenza di parlare del lavoro della scrittura: voi avete trovate, per questo, il termine “censura”. Sì, si richiama alla figura del censor: colui che doveva tenere il conto, contare i presenti, contare il numero dei vivi; dall’altro era proprio colui il quale era custode di una funzione morale. Ed è interessante: pensare che chi scrive debba avere al proprio servizio un censore, ovvero una funzione del proprio sguardo se non proprio qualcuno in carne ed ossa, che tiene il conto, sa che cosa è vivo nella scrittura e cosa no; e al contempo, monitora, salvaguarda, indica e eventualmente condanna ed espelle ciò che non rispetta il senso vivo della scrittura. Di fronte alla iper-scena contemporanea che vorrebbe che tutto fosse emerso e visibile sullo stesso piano, ecco che avvertite la necessità di “cancellare ciò che è morto”: la scrittura è frutto di questa cancellazione, è ciò che resta, che resiste. Ed è interessante perché non è una funzione esterna (non è un ente moralizzatore) ma dalle vostre parole emerge chiaramente che è una funzione della scrittura stessa. Il censore insomma è dentro la scrittura: è essa stessa, se le si accosta con ricerca sincera, che espelle il morto da sé […]

Testi e Immagini

Fissare troppo a lungo
Dimentico per questo invento.
Domani lontana sarà una terra
non basterà, distesi sulla sabbia
non bastava eppure batteva dentro
a granelli man mano sbiadendo
come sfumarsi, come fiumi.

attraversare la censura

Al confine
Resto disteso in un verde che splende
scalzo tra i Bächle di questa città
–
qui è la vita, una pelle che si screpola
un sogno avaro che distaccherà,
eppure ho stretto le tue mani calde
prima di partire verso casa.

attraversare la censura, immagini, parole

Sterilità
Penetro dentro il dipinto di lei, ora
sto al centro nitida io a testa in giù,
le gambe aperte richiamano alberi
a darvi conforto, dirci ancora in vita,
ecco a voi la principessa proibita
–
ragazzi acerbi, prima di sparire
innaffiate il mondo saremo altro.

Aprendo l’isola

a chi vive un sogno di arcipelaghi

Dai, inspira, lascia, dischiudi la tua isola
torna agli uomini di oggi e alla città –
ecco là casa tua due occhi in attesa
guardano te, non dicono di più.

Letture

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Bio

Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) è laureato in Lettere Classiche a Cagliari e Lettere Moderne a Milano. Ha curato il Volume 1. Poesia e Contemporaneo. A dialogo con i poeti contemporanei (2019), pubblicato il saggio Pasolini traduttore di Eschilo (2018), articoli su riviste cartacee come «l’immaginazione», «Romaneske», «ACME», «Atelier», «Oblio», online quali «Le parole e le cose», «Nazione Indiana» e «La Balena Bianca», poesie su giornali e siti tra cui «Repubblica», «Poetarum Silva», «Formavera», «Poesia del nostro tempo» e la plaquette collettiva Dentro la poesia (2018). La sua raccolta di esordio si intitola Isola aperta (2020, in corso di pubblicazione). È uno dei fondatori del sito www.mediumpoesia.com e ideatore della rassegna MediumPoesia: Poesia e Contemporaneo a Milano. Attualmente vive e insegna in un liceo a Milano.

Michele Milani (Lecco 1996) è membro del collettivo di poesia di strada milanese Tempi diVersi. Nel 2018 è semifinalista al premio di poesia con Musica Alberto Dubito, con il progetto autoprodotto febbre. È uno dei fondatori dell’associazione culturale Lampioni Aerei, per cui ha curato le prime due edizioni della rassegna MediumPoesia: Poesia e contemporaneo di cui sono stati pubblicati i resoconti in forma libro. Sue poesie compaiono all’interno della plaquette “Dentro la poesia” (Lampioni Aerei 2019). Nel 2018 ha fondato MediumPoesia, collettivo artistico e sito internet di approfondimento sulla poesia e sui rapporti tra scrittura e nuovi media. Nel 2020 ha curato la rassegna “dialoghi nell’immaginario” e “Modalità Ritratto. Poetiche in connessione” organizzata con il centro di poesia contemporanea della città di Catania. Ha collaborato con diverse riviste e litblog, tra cui “la Balena Bianca” e “leparoleelecose2”. 




Mario Benedetti (1955-2020) | Oltre la perdita e la dispersione

Mario Benedetti

Ieri mattina ci ha lasciato uno dei più notevoli poeti italiani della contemporaneità, Mario Benedetti (9 novembre 1955 – 27 marzo 2020).

Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze di un ictus, risalente al 2014.

Vogliamo ricordare Mario Benedetti in quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la dispersione: Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali di un’identità (2010), libro magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia, saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.

Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.

In chiusura, al nostro Tommaso Di Dio, per averci guidato durante il viaggio di conoscenza di questo autore straordinario che è stato Mario Benedetti, vorremmo mandare oggi il nostro abbraccio, per la perdita di un amico, oltre che di un poeta, a lui ancora più caro.

Francesco Ottonello
Michele Milani

Lasciano il tempo e li guardiamo morire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lascia dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.


*


Log, Ambleteuse

Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.

Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».

Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.

E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.

                           da Umana gloria (2004)

----------------------------------------------------------

Senza, raccolto sole, raggiunto.
Da nuvole e strade, da quello.

Il traghetto, Motivo dalmata,
Non siamo gli ultimi, Ida.

Case rimaste, vuoi, castano
passare da me, stanze, occhi.

Poltrona grigia, la tua.
Sfinente dolore.

Venuti con abiti. Non c'è alba,
e tramonta solo dietro la vita.

                          da Pitture nere su carta (2008)

----------------------------------------------------------


Dentro i discorsi si perde
la prima cosa che il bambino ha guardato.
Lui gioca silenzioso e gli occhi non muove.
Hanno tagliato l'albero, il tronco è caduto, 
lui non muove gli occhi, ascolta il da farsi.
Impara a vivere poveramente.


                         da Tersa morte (2013)

-----------------------------------------------------------

La bellezza delle lacrime.
La trasparenza. Tutto è vicino e lontano. 
Io a frammenti di te, di noi. 
Progetto di vita in cui non saremo, 
non siamo, non fummo. 
«Sai» non è un «tu», eppure è da lì.
Bocca sul catino. Non ho madre. 
Padre, di me stesso padre. Sul cielo stellato.

(p.13)

*

Altro modo di mantenermi nell’angoscia, esprimendola, è
l’immaginario erotico di violenza “particolare”. Lo descrivo. 
In un film di Ingmar Bergman, una donna seduta a terra
in un corridoio, schiena contro la parete, dice: «se quello
mi avesse violentata… sarebbe stato meglio, una cosa che
non avrei voluto, ma…». Più o meno. 
Violentata… e, penso a me, violentato da un uomo, ma
“da quello”. Oppure… Sì. Cerco di ammetterlo. Anche da me.
Ma ci vuole una donna, o un uomo, disposti, semi
consenzienti. 


Descrivo. 


Pagine bianche. E poi il sentimento di colpa e
vergogna. Mi vergogno, io o lui-lei. Entrambi? L’angoscia è
qui. Che cosa è successo? Uno non voleva, ma c’era
qualche minima cosa in entrambi a disporre la vicenda così. 
Comunque è l’estremo del possibile tra chi è complice
davvero con me. Penso. Immagino. Farnetico. Sono lucido.
Tremante. A metà tra fantasia e realtà. In queste righe.

(p.14)


*


I

Lo sai che ci siamo incontrati. Non fare finta. Non
fare finte.
E allora? Sei un corpo che si dà, si dice così. Lo dicono.
Senza amore. Una vecchia storia? No. Corpo cinico, crudele.
Ma vulcano in sommovimento interno, con amore. È tutto.

Chi parla?

Sono in diversi a ballare nella gabbia. Uno ricorda sé.
Un altro, sé. In tre o quattro. Ho guardato in foto la Tangenziale
Est che ti porta al mare. In costume, foto che mi volevi
inviare e non lo farai. È tutto.

Frasi nella vita.

(p.18)



                          da Materiali di un'identità (2010)

I testi sono stati selezionati da Francesco Ottonello, Luigi Fasciana, Michele Milani, Silvia Righi




Semën Chanin (Simon Hanin) | Quattro poesie per La Punta della Lingua

Simon Hanin, MediumPoesia, La Punta della Lingua, Poesia totale, poesia contemporanea, poesia russa, poesia lettone, poesia, poeti stranieri, poesia dell'altrove, omissis, miraggi edizioni

Semën Chanin (Simon Hanin) è nato a Riga nel 1970. Noi lo abbiamo incontrato grazie alla slammer Eugenia Giancaspro. Quest’ultima è – a nostro parere – una delle performer più interessanti nel panorama del poetry slam, in quanto unicum per la particolarissima ricerca dei punti di contatto tra suono e gesto, verso la possibilità di tradurre poesia in lingua dei segni. A Milano, il 9 maggio 2019, con i due artisti, MediumPoesia ha realizzato il reading Omissis e altre poesie, tra immagine, video, lettura e traduzione istantanea in LIS (linguaggio dei segni) estratto dall’ultima raccolta del poeta lettone (Omissis, Miraggi Edizioni) . La performance la potete vedere qui, o sul nostro canale youtube così che possiate farvi un’idea di chi è Simon Hanin.

Semën, insieme al gruppo Orbita, è stato tra i primi poeti a lanciarsi in quelle esplorazioni multimediali tra scrittura e nuovi linguaggi che nel nuovo milennio in molti altri avrebbero percorso – o meglio, stanno percorrendo. Ma non è solo questo. Dietro alla spinta verso un modo di fare poesia dove i confini tra i generi si confondono, dove le sperimentazioni aprono ad una enorme gamma di possibiilità ancora non catalogate, si cela sulla carta una grande cosapevolezza del mezzo poetico.

L’incessante lavoro con la lingua, conduce il lettore verso «un’indagine incerta, circospetta di un realtà che si sa di non poter penetrare fino in fondo» (Omissis, miraggi edizioni, dall’introduzione di Massimo Maurizio). Quella di Semën Chanin è una parola poetica che definisce microcosmi tanto individuali e ordinari quanto capaci di relazionarsi l’un l’altro, creando mondi fragili e profondi. La poesia di Semën emerge tutta insieme al suo paradosso, è buffa e giocosa e poi malinconica e nostaligca, estremamente commovente, sempre generata dal carattere stupefacente delle più insignificanti realtà.


Qui proponiamo quattro poesie, in vista del festival di poesia totale La Punta della Lingua 2019 che lo vedrà tra gli ospiti insieme al gruppo Orbita. 

traduzione di Elisa Baglioni

https://www.youtube.com/watch?v=sc47fJkF5i0

*
una ricerca sul folclore dell’isola
dove sono rimasti un paio di barbari
in uno stato di totale
abbruttimento, lo stadio selvaggio
ha ceduto il posto all’imbestiamento, si avviano
di fatto all’estinzione. venerano le linee zebrate
e i semafori. gridano “bar-bar!”
quando vedono un bar. mangiano
le cotolette con le mani, e spesso
strizzano gli occhietti

in barba ai responsabili della ricerca
i barbari se la sono svignata
insieme a una studentessa
coi biondi capelli. dalla riva si vede
lei sulla poppa del traghetto
con un dittafono in mano e un branco
di giovani vandali le ricamano storielle
lo sciabordio dell’acqua attenua i suoni
della parlata barbara. l’inestimabile
materiale se n’è andato, borbotta sotto i baffi il professore

*
dai, spostiamo la sessione di ipnosi a martedì, c’è posto fino a pranzo
potete? tutti possono?

non vedo le mani. uno, due. allora la spostiamo

compiti per casa: alleniamo lo sfocamento dello sguardo
mesmerizziamo gli oggetti inanimati
di riflesso montiamo su tutte le furie

e non dimentichiamo le distensioni corrette di schiena 

per la prossima volta portate qualcosa
di caldo e le funi da rosicchiare

*
se mi dico di ricordare la strada
puoi star certo che mi rimane impressa
a parte mi dico cosa scordare
e cosa appositamente ricordare
non è mia abitudine fare d’ogni erba un fascio
la meccanica è semplice e questo è il punto
voglio dire, non tiriamola per le lunghe
per quanto i capelli da soli si raccolgano in riccioli
gli chignon – ecco chi di natura non solleva rivolte
proprio per questo urge qualcosa di lana
a me, le mie pecore merinos
si può pettinare e pettinare, che cachemire
ma il vento strappa di mano la busta
non te la fa neanche dissigillare perbene
l’intestatario, pare, non pervenuto, la lettera tornata al mittente
due stranieri introversi raggiungono il ferroviere
allargando con cipiglio le braccia
svanisce la lanugine davanti ai nostri occhi

 *tolto con cura lo strato superiore delle voci acute
perdura il ronzio insettucolo dei meccanismi
a muovere l’incalcolabilità delle zampette

un rombo grave

le gambe della dea della corsa con un salto, un volo rapido
d’improvviso s’impaludano in un ralenti fino alle ginocchia

chi distende le punte, chi rallenta il passo
non lo sai
chi deve, tra l’altro, ancora allungare il mantice a poco a poco

torneranno le voci insettivore, chiameranno dal Nokia

a chi telefona? dalla voce si sente che Lei
è dispiaciuto, ma chi parla? è Lei che ha messo giù?
si è chiusa da sola?

la voluttà della frenata striscia dentro spirali vuote,
nella loro totale insensibilità verso gli stimoli esterni,
complici le spirali piene

 Semën Chanin




Marcello Fois | Due poesie da “L’infinito non finire”


Con L’infinito non finire (Einaudi, 2018), Marcello Fois indaga e (perché no?) racconta in poesia i cicli e i ricicli, la sopravvivenza e la sparizione dei modelli di vita, evocando sullo sfondo di un panorama del tutto umano cori di voci fuori dal tempo, originali. La voce del poeta si fa forte di una narrazione universale e però non rinuncia a farsi sentire distintamente, laddove aumenta la risonanza delle contraddizioni, degli ossimori, dei paradossi che accompagnano la vita e non riescono a esaurirsi nemmeno nella morte. Importante sottolineare come le origini sarde dell’autore giochino un ruolo fondamentale nell’intera opera, che vede proprio nella Sardegna il suo punto di inizio. Nonostante il legame viscerale dell’autore con la propria terra, in questa silloge non si fatica a spostare il discorso su un piano però del tutto diverso, in cui il sentimento di appartenenza e le proprie origini vengono poste dialetticamente a confronto, secondo la categoria di “affetto critico”, utilizzata dallo stesso scrittore.


Riportiamo qui un estratto dell’intervista allo scrittore, realizzata questo settembre al festival della letteratura di Mantova e pubblicata sull’online magazine Midnight

Marcello Fois: É vero. Penso di aver coltivato nel tempo un legame con la mia origine, che è un rapporto di affetto critico. Un grande affetto critico. Credo che il sistema migliore per avere un contatto corretto con gli affetti di cui ci circondiamo sia quello di riuscire a concepire, oltre al bello, anche i difetti di ciò che ami: è troppo facile amare cose perfette per la nostra misura.

Marcello Fois parte dalla terra e torna alla terra, scava fino alle origini recuperando un altro tempo: quello, appunto, corale. Non solo è narrazione storica, poi mitica, ma anche sentimentale e primigenia. Le due poesie che potete ascoltare, Congedo e Carne cruda e mentuccia sono state lette per noi dall’autore e ben sintetizzano alcuni tratti di quanto detto, lasciando emergere – in maniera significativa – anche lo stile della  parola  del poeta. Presentiamo le registrazioni insieme ai testi, che potrete trovare appena più sotto.


Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.


*

Carne cruda e mentuccia

E se il primo uomo nemmeno fosse uomo?
Non come lo pensi, certo non bestia,
ma ancora bipede,
non ancora infinito?

C'è la leggenda che lo racconta fatto goffamente
da divinità non ancora abbastanza esperte,
semplice ammasso di argilla e sputo.
Ecco, quell'uomo ancora non si regge,
potresti confonderlo con altre bestie.
Il suo corpo ha capito quanto la sua mente
non ha elaborato.
Per questo è lanuto come un caprone, forse piumato,
e persino palmato, come i pesci dell'oceano, dove ancora
galleggiano i continenti.

Se quell'uomo è arrivato alla mobilità
vuol dire che ha già capito.
Vuol dire che è stato partorito

e lo so mi chiederai da chi.
E so che se dirò: da una madre,
tu chiederai: da quale madre?
All'infinito.

Certo, insegnarti è far frattaglie,
disattendere la tua logica suprema,
perchè il tuo privilegio, figlio, è d'essere logico,
conseguente in tutto,
ma la mia maledizione è di fendere col coltello
il ventre molle delle tue certezze.

[...]

da L’infinito non finire (Einaudi, 2018)



J.K. Stefánsson | Incipit da “Storia di Ásta”

Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo – e soprattutto, è legittimo farlo?

Stefánsson, Storia di Ásta, MediumPoesia, Michele Milani, Francesco Ottonello, Mantova, festival letteratura, romanzo, poesia

A chiederselo è Jón Kalman Stefánsson che, nel suo ultimo romanzo, Storia di Ásta (Iperborea 2018), racconta di Ásta, del tragico sentimento di lei per Joseph – conosciuto in una fattoria sperduta da qualche parte nell’Islanda orientale – della sua gravidanza precoce, della sua solitudine. Senso di profonda solitudine che la porta a stringere legami con uomini che non le interessano davvero, a concentrarsi sui suoi studi, confrontandosi anche con l’assenza materna. Il narratore onniscente, utilizza lo sguardo della protagonista come primo filtro della narrazione, che tuttavia viene rotto molto presto. Così, nel romanzo anche l’aspetto lineare scomparirà: emergono piani molteplici intrecciati fra loro in una polifonia di episodi e di tempi differenti. Dalla morte del padre di Ásta – ispirato in parte alla figura del nonno dell’autore, imbianchino e morto tragicamente in un incidente sul lavoro – alle lettere della madre, fino alle riflessioni metaletterarie tra Sigvaldi e il fratello poeta, o alle digressioni musicali, veniamo a conoscenza di un mondo impossibile da raccontare, sospeso tra il ricordo e un presente che sfugge. Tuttavia, la coralità dei personaggi emerge nella sua musicale potenza. È la felicità rincorsa tra nostalgia e desiderio ad avvicinare le diverse esistenze – tra l’Islanda urbana, la sua campagna e la Norvegia. Un romanzo che, tra tentativi di scritture, riscritture e divagazioni, parla di un mondo inclinato sempre di più verso un abisso sbagliato, di ciò per cui vale la pena vivere, dell’uomo e dell’armonia, dell’incastro doloroso fra i corpi fino alla tenerezza, alle notti estive.

Jón Kalman Stefánsson è nato a Reykjavík nel 1963. Ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. Paradiso e inferno, primo volume della sua trilogia, è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni. Noi lo abbiamo incontrato al Festival della Letteratura di Mantova, per parlare con lui di Ásta e della sua opera.


Riportiamo qui un breve estratto dell’intervista all’autore, utile a contestualizzare ciò che segue in questo articolo:

J.K.S. : Quando scrivo non penso mai al lettore, forse mi dispiace, ma non penso mai a come una persona possa approcciare un mio libro, se possa essere troppo difficile oppure no. Quello che cerco di fare è catturare il sentimento che ho dentro di me, oltre che abbracciare nella scrittura tutti i differenti sensi con cui facciamo esperienza della realtà. Cerco per esempio di rendere musicale la scrittura, perché ritengo fortissima la connessione che lega musica e parola. In un certo modo compongo sinfonie, o scrivo blues. (Per leggere l’intervista completa: https://www.labalenabianca.com/2018/11/14/intervista-a-jon-kalman-stefansson/).

La musicalità della lingua e della scrittura non è per Stefánsson solo un fattore tecnico, di “stile”, bensì qualcosa di profondo. Non a caso Dylan Thomas parlava di “primo battito cardiaco dell’universo”. A interessare Stefánsson è proprio il ritmo, inteso qui come vibrazione che attraversa mondo e corpo, posta alla base di meccanismi percettivi e recettivi tra uomo e natura. A contrapporsi a questo – in quanto forza contraria che interrompe il compiersi di questo unico battito – è il “rumore della modernità”. Si legge infatti che «il modo migliore per essere se stessi è non fare niente – che l’essere umano scopre chi è quando riflette con calma». Stefánsson riflette sia da poeta che da romanziere rispetto alla propria scrittura, preferendo il mistero sepolto sotto le parole piuttosto che la discussione intorno alla forma in versi o in prosa: una differenza non ben definita, che sfuma nella sua opera e nel suo percorso autoriale. La parola cerca l’andare e il ritrarsi del mare, abbandonandosi al movimento delle onde. Un lasciarsi andare che è come annegare nelle fredde acque del nord, per respirare finalmente del respiro dell’isola.

Per avere un piccolo assaggio di questo mondo, su cui la letteratura è in grado di aprire una porta, abbiamo chiesto a Stefánsson di leggere l’incipit di Storia di Ásta, in lingua originale. Vi riportiamo, oltre al podcast, la traduzione italiana di Silvia Cosimini.

Michele Milani


 

«Le pagine che seguono raccontano la storia di Ásta, che un tempo è stata giovane, e che ormai è piuttosto anziana nel momento in cui queste righe vengono scritte, o meglio, scribacchiate, perché qui accade tutto di fretta, anche quando, a volte, la storia pro- cede con tale lentezza che il tempo è quasi sul punto di fermarsi.
Tra poco spiegherò perché è stata chiamata Ásta.
Perché i suoi genitori hanno scelto questo nome, e non Sigríður, María, Gunnþórunn, Auður, Svava, Jóhanna, Guðrún oppure Fríða, perché tutti nasciamo senza nome e immedia- tamente, o poco dopo, ci assegnano un nome, perché la morte faccia più fatica a trovarci. Dammi un nome, e la morte mi troverà meno facilmente. Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo – e soprattutto, è legittimo farlo?».

 




Paolo Giovannetti e Andrea Inglese | Teoria & Poesia

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MediumPoesia, Teoria & Poesia, ChiAmaMilano, Biblion edizioni, poesia contemporanea, Paolo Giovannetti, Italo Testa, Lorenzo Cardilli, Tommaso Di Dio, Stefano Ghidinelli, Francesco Ottonello, Michele MilaniNella serata del 1 ottobre, presso la sede di ChiAmaMilano, in Via Laghetto 2, MediumPoesia ha presentato il libro Teoria & Poesia (Biblion Edizioni, 2018) a cura di Paolo Giovannetti e Andrea Inglese. Una serata dibattito che ha visto alternarsi gli interventi non soltanto del curatore Paolo Giovannetti, ma anche di alcuni degli autori dei saggi presenti all’interno del volume: Lorenzo Cardilli, Stefano Ghidinelli, Italo Testa. Inisieme a loro, è stato invitato anche il poeta Tommaso Di Dio, per fornire un punto di vista critico, quello di un “lettore esterno”.

Aprendo Teoria & Poesia, precisamente alla pagina dell’Introduzione in due tempi – come la intitola lo stesso autore, Paolo Giovannetti – troviamo raccontati i primi passi che hanno portato alla pubblicazione del libro, le intenzioni e la struttura dell’opera. Riportiamo qui un estratto:

Il 16 settembre 2017 alla libreria Claudiana di Milano quindici fra poeti e critici si erano riuniti per realizzare una specie di maratona dialettica, un lungo dibattito intorno al rapporto fra teoria e pratica della poesia. L’idea dell’incontro era stata in particolare di Andrea Inglese: dopo aver letto un mio saggio, pubblicato nel 2016 sul n.61 del «Verri», aveva immaginato la creazione di una specie di gruppo di lavoro che provasse ad approfonire la questione. E la questione, più esattamente, era: dopo decenni di allontanamento dagli interessi teorici per rapporto a quella cosa che si conviene chiamare poesia, come possiamo ricucire l’evidente iato che si è aperto fra modi di comporre sempre più consapevoli e spesso proprio “concettuali”, e il dominio della critica (sia militante che accademica) che continua a navigare in acque sicure – diciamo – di un certo novecentismo? Due mondi rischiano di non parlarsi più fra loro. La poesia, che avanza consapevolmente per le sue strade, e i detentori e divulgatori dei valori ufficiali […] si incrociano sempre meno; quando non si guardano con reciproco sospetto. […] Basta insomma – ci siamo detti. […] Bisogna provare a guardare le cose in modo meno scontato, aprioristico, e cominciare a svecchiare un po’ l’orizzonte dei ragionamenti. […] E Questo abbiamo cercato di fare quel 16 settembre […] il risultato finale lo avete di fronte in questo momento. 


 

MediumPoesia, Teoria & Poesia, ChiAmaMilano, Biblion edizioni, poesia contemporanea, Paolo Giovannetti, Italo Testa, Lorenzo Cardilli, Tommaso Di Dio, Stefano Ghidinelli, Francesco Ottonello, Michele MilaniTeoria & Poesia è dunque una raccolta di scritti di vario genere, messi nero su bianco da esperti con diversi profili: critici, poeti, poeti-critici, critici-poeti, di generazioni anche lontane fra loro. Undici autori per unidici saggi dai toni eterogenei, che provano a destreggiarsi tra discorsi fondativi e tentativi di risposta agli interrogativi più pressanti della pratica poetica. I contributi sono di Giulio Marzaioli, Florinda Fusco, Vincenzo Frungillo, Stefano Ghidinelli, Italo Testa, Mariangela Guatteri, Lorenzo Cardilli, Luigi Severi, Stefano Versace, Simona Menicocci e Andrea Inglese.

Noi, Francesco Ottonello e Michele Milani, siamo partiti da qui per dare il via all’appuntamento, che potete ascoltare integralmente nel podcast presentato

 


 

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La storia di Teoria & Poesia non si conclude qui. Il 9 Novembre 2018 all’Università degli Studi Roma Tre si terrà la seconda edizione del convegno e la seconda riunione del gruppo di lavoro – questa volta ampliato – da cui l’anno scorso si è iniziato. Potete leggere il programma della giornata, scaricabile qui. Per chi volesse approfondire invece sull’incontro avvenuto alla libreria claudiana nel Settembre 2017, i video sono disponibili qui.

 

 

 

 

 


 




Vittorio Lingiardi | Due poesie da “La confusione è precisa in amore”

Vittorio Lingiardi (Milano, 1960) è psicanalista, psichiatra e professore ordinario di psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma. È autore di numerosi saggi e contributi scientifici. Il suo ultimo saggio Mindscapes (Raffaello Cortina Editore, 2017) approfondisce i legami tra psiche umana e paesaggio, quel luogo del mondo che cerchiamo per dare un’immagine a qualcosa che è già in noi. Come spiega l’autore: « ‘Per avere qualche speranza di essere noi stessi, dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi’. Questo pensiero di Jean Bertrand Pontalis, ci insegna due cose: una è che la nostra storia e la nostra psiche sono anche una geografia; siamo inseparabili dai nostri luoghi, per amore o per rancore. L’altra è che il nostro luogo non è mai uno solo. Ci vogliono appunto, molti luoghi». Noi l’abbiamo incontrato al Festival della letteratura a Mantova questo settembre, per intervistarlo e parlare di come paesaggio, psiche, mente e sessualità si intreccino non solo nella sua ricerca scientifica, ma anche nella sua opera poetica, composta finora di due raccolte, entrambe edite per Nottetempo, La confusione è precisa in amore (2012) e Alterazioni del ritmo (2015).  Di seguito vi riportiamo solo un breve estratto del nostro dialogo, utile secondo noi a contestualizzare il contenuto di approfondimento di questo articolo.

Vittorio Lingiardi: […] Dunque, le mie poesie sono piccole, corte e in effetti spaziano poco nel paesaggio inteso come paesaggio che ci circonda. Però, individuano quel paesaggio che forse è quello che mi è più caro: quello del corpo, nello specifico del volto umano. […] Io sono uno che a volte – rischiando di prendere un “che vuoi da me” si sofferma, si incanta a guardare le facce, il modo di camminare, i particolari, i dettagli delle persone. La gente è un paesaggio in cui sono costantemente immerso e credo che questo sia qualcosa che appartiene a una dimensione poetica dello stare al mondo: l’incantarsi, l’appassionarsi.

Potete trovare l’intervista completa, sul sito della rivista La Balena Bianca, direttamente a questo link.

Il tema del sentimento, della meraviglia, della gente e del paesaggio sono in effetti fondamentali nella scrittura di Vittorio Lingiardi. Li ritroviamo anche nelle poesie che l’autore ha letto in esclusiva per MediumPoesia, che potete ascoltare qui sotto: La confusione è precisa in amore e I dieci giorni che sconvolsero il mondo, entrambe estratte dalla silloge La confusione è precisa in amore (Nottetempo, 2012).

Michele Milani


Dieci giorni che sconvolsero il mondo

Si alzò andò in bagno
la giacca lasciando
timida sullo schienale.
Mossi la mano
cercandone il segreto:
tasche trovai cucite.
Tornò la faccia lavata
in sorriso. Non aveva segreto.
Era come la giacca:
superficie pura. Tutto faccia.

 

La confusione è precisa in amore

Ci cerchiamo nel sonno
a manate pesanti, il mattino –
con i piedi nel caos.
Poche cose da dire:
che siamo ragazzi
due vecchi –
a turno, un ragazzo,
un vecchio.
Non siamo qui per caso.
La confusione è precisa
in amore.