Futuro come angoscia nel radicamento: cinque voci poetiche nate negli anni Novanta

Cinque voci poetiche nate negli anni Novanta e tratto comune: un’interrogazione sul futuro. Aspetto che non stupisce. Queste autrici e questi autori appartengono infatti a una generazione per la quale il futuro sembra si delinei in modo almeno in parte diverso rispetto a come veniva considerato in passato.
La rappresentazione del futuro è di solito legata a forme di utopia o distopia, visioni paradisiache o apocalittiche, incanto o disincanto, con un respiro soggettivo oppure sociale. Si pensi all’onirismo dei poeti maledetti o di quelli della New Age; oppure, sul versante opposto, all’ironia politica di Bertolt Brecht o alla lirica utopica di Franco Fortini che proiettava il presente in un’etica della storia.
Tuttavia, nel caso dei testi selezionati, scritti nell’arco cronologico dell’ultimo decennio, il tema del futuro comporta principalmente un’angoscia nel radicamento.
Che cosa intendo? Siamo abituati a considerare lo stato di angoscia come conseguenza di una condizione di sradicamento – e delle sue variabili: dall’alienazione al sentirsi spaesati, difficoltà
ad individuare le proprie radici, la propria appartenenza –. Ma, ora, l’angoscia sembra risiedere nella consapevolezza di voler appartenere a qualcosa – condizione, stato, funzione, ruolo – o a qualcuno, nel riconoscimento di chi si è e di ciò a cui si aspira, in una sorta di saggia lucidità e in una resilienza, bloccati da condizioni esterne che ne impediscono il compimento.
Futuro è, allora, interrogarsi sul presente, che appare forse l’unico orizzonte possibile, sulla propria identità, sulla storia che sembra essersi fatta insignificante, inattendibile nel vortice delle fake news, ma anche di una cultura woke in cui si proclama il diritto all’autenticità, scorporandola però dal suo valore di ideale, e da un’etica, rendendola un brand.
Così queste poesie non parlano di desideri d’avvenire, né di protettive nostalgie della tradizione, quanto piuttosto di un bisogno di recuperare, o meglio reinventare, il senso del presente. Come sentirsi nella storia? Quale significato dà, questa generazione, alla storia? La consapevolezza di questa domanda emerge, credo, in ciascuna autrice e ciascun autore.

Riccardo Frolloni (Macerata, 1993) la affronta attraverso una poesia ad andamento narrativo, che realizza cortocircuiti tra sequenze descrittive e flash alogici di un’autobiografia familiare, ottenuti soprattutto tramite combinazioni di ripetizioni ad elenco, e articolata in distici di misura ampia, che richiamano la versificazione anglosassone.
Questi cortocircuiti spezzano la narrazione e sottopongono il vissuto autobiografico a una sorta di frazionamento prismatico incalzante, come se fosse composto da accensioni neuronali. A volte il vissuto appare in forma di scene asemiche, altre di canali memoriali, altre come possibili tracce di premonizioni, eventi che sembra stiano per accadere, portando il lettore a oscillare tra vero e falso, possibilità e probabilità, lasciando la scrittura in divenire, consegnandolo a una temporalità e a una spazialità ulteriore rispetto a quella biografica.

In Gianluca Furnari (Catania, 1993) il futuro è invece un tema esplicito, rappresentato in uno scenario che apparentemente sembra avere tutti i caratteri della fantascienza. Il suo stile può essere definito mediamente classico, ma il tessuto semantico è alimentato da un’ironia sempre latente, come un’arguta curvatura sempre calibrata, che possiede un tocco ponderato, verrebbe da dire quasi da umanista quattrocentesco, e che sfata la dimensione della fantascienza tout court.
L’autorappresentazione di una macchina parlante, ad esempio, o la mescolanza del gergo delle scienze – da quelle naturali all’ingegneria – con il lessico della tradizione lirica, distanzia il tema del futuro dagli scenari fantascientifici. Il futuro è come un oggetto sul tavolo operatorio di chi scrive, in un perimetro di indagine circostanziata e consapevole, senza sogni visionari né prefigurazioni illusorie.

L’ironia è presente anche in Vera Linder (Milano, 1991), in particolare a livello espressivo: cioè nel poliglottismo, che lega l’italiano e l’inglese in colate di versi liberi, come fusoliere ritmiche ad esplosioni interne, riscrivendo la misura endecasillabica di base dell’italiano in un blank verse atipico, un pastiche dove l’armonia è di continuo spezzata in rumore.
Le fratture tra le diverse sonorità della lingua romanza e di quella anglosassone generano diffrazioni percettive, riconducibili a un flusso espressivo di un soggetto espanso in modo pluriprospettico, nel contesto occidentale, tra Europa e Stati Uniti. Una condizione di intersoggettività totalizzante, che combina gli incastri ironici degli usi linguistici con una condizione ontologica di tipo confessionale, che può ricordare le scritture della Beat Generation.

In Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) la confessionalità è invece uno dei tratti di una poesia che cerca di dar voce a una forma epica contemporanea. In queste poesie collidono molteplici piani, come in una battaglia, mentre chi prende la parola prova a individuare una centratura dell’essere umano nella storia, in chiave multi-temporale e multi-spaziale, dalle culture occidentali a quelle dell’estremo oriente. Una trama dove sono mescolate le radici sarde dell’autore, i riferimenti ad elementi ancestrali e alle scienze.
Questi ultimi due campi, in particolare, sono guardati come spazi di precisione – precisa la citazione della lingua antica, allo stesso modo dell’attenzione richiesta nelle sperimentazioni scientifiche –, ma ciò non genera una reificazione o una riduzione delle cose esclusivamente a fatti obiettivi, quanto una loro intensificazione immaginativa. La precisione stimola l’immaginazione: ecco un altro tratto comune fra queste autrici e questi autori.

E Giovanna Cristina Vivinetto (Siracusa, 1994) raccoglie fotogrammi esatti della propria esperienza di transizione e la riscrive in un mitologema. Il corpo si trasforma, si stacca dal sé, si appropria di un altro sé, diventa futuro. La storia di questo corpo è traslazione poetica di una ricerca d’identità. Chi sono stato, chi sono, chi sarò: domande che la letteratura ha sempre affrontato: ad esempio, con un sguardo verso la trascendenza in chiave spirituale o verso l’avvenire in chiave politica.
In assenza di ciò, oggi, queste voci sviscerano forse l’unica realtà non virtualizzabile: il corpo, o forse, meglio, la materia, lo stato o gli stati materiali che si abitano, dove l’individuo non è centrato in sé, ma appare un soggetto multi-prospettico.

Il respiro si testa come prova dell’esserci, senza visioni di paradisi o apocalissi. Il vedere e il vedersi del poeta-individuo moderno – diceva Paul Valéry – è entrato nella fluidità del poeta-soggetto che – come nelle poesie di Frolloni, Furnari, Linder, Ottonello e Vivinetto – ha un io esteso e intersoggettivo.
In questo modo, mi pare, sembra sia possibile pensare la storia: non secondo i massimi sistemi, ma secondo un prima, un adesso e un poi fatti di possibilità e probabilità, che si articolano tragicamente in sincronia al proprio respiro, precario ma traccia di umanità inalienabile. Respiro. Forse solo dal respiro si può ripartire per un pensare democratico, respiro di cui i massimi sistemi, le logiche dei poteri che dietro le quinte governano, non ci possono privare.

Maria Borio

Pini Art Prize (novembre 2025): Vera Linder, Gianluca Furnari, Riccardo Frolloni, Giovanna Cristina Vivinetto e Francesco Ottonello



da Ultima*Eldorado | “Nella trasparenza” di Maria Borio

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[Lorenzo Carlucci: lettera al prete Gianni]

[Carmen Gallo: Oro battuto e altri frammenti / Memorabilia]

Ore: 8:00

Il cielo è trasparente. Il cielo è armonia: significa collegamento, connessione, come viviamo l’era, come dice solitudine trasmessa, guerra, pace, virtuale. Rete e corpo si schiudono, gli ologrammi strappano la natura al cielo e la fondono ai sentimenti: queste cose fragili, per una volta. Queste cose fragili rendile libere e unite al di sopra, al di sopra, al di sopra. Il cielo è un uomo nero perché addensa.

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Ore: 12:00

I

Che cosa viviamo adesso? Molto tempo fa si diceva che la poesia parlava della vita e dell’universale, dell’universale concorde con la vita. Poi la vita… e la poesia non è stata più espressione di armonia. Che cosa viviamo adesso?

In un passo dell’Odissea Ulisse si trova in mezzo a una tempesta marina e tiene uniti i tronchi della zattera. Le parole che pronuncia possono essere tradotte così: «terrò uniti i tronchi della zattera, starò qui, resisterò» (Od., V, 361-362). Il verbo che indica il tenere uniti i tronchi è armózo, che ha la radice di armonia e significa collegare, connettere. Armonia non indica solo qualcosa di sereno, pacificato, ma indica anche una tensione per collegare, tenere uniti punti disconnessi come atto di resistenza. Si tratta di una tensione non spontanea, naturale, ma indotta: crea un contatto. In questa accezione, l’armonia è una tensione che non esclude mai una dimensione critica di relazione: l’armonia del bello non sussisterebbe senza la consapevolezza del sublime come controparte. Diciamo che l’armonia di una totalità deve essere sempre consapevolezza critica della relazione tra i suoi frammenti.

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Questa idea di armonia va di pari passo con quella di trasparenza. Si sente spesso parlare di trasparenza: in politica, in economia, in sociologia, in filosofia. Ci viene chiesto di essere trasparenti. Ma che cosa significa? Ora, non pensiamo al suo significato sociologico e politico, ma proviamo a considerare la trasparenza dal punto di vista dell’estetica. Un oggetto trasparente è un oggetto che ci fa vedere attraverso, che collega più parti di realtà in un uno spazio dove, nella nostra percezione, le parti entrano in relazione. Il vetro in cui si riflette la mia immagine è anche la superficie attraverso cui vedo il paesaggio esterno.

Un oggetto artistico che rappresenta bene il concetto di trasparenza è Il grande vetro di Duchamp: una lastra dove ci sono segni criptici e oggetti meccanici, misteriosi, con un significato simbolico a cui si possono attribuire le più varie interpretazioni, la cui origine è la trasposizione di una relazione sessuale (il sottotitolo dell’opera: La Sposa messa a nudo dai suoi Scapoli, anche). Non mi interessa il messaggio che Duchamp vorrebbe comunicare, di che cosa l’opera sarebbe o no un’allegoria. Mi interessa il fatto che i materiali incrinano la pulizia e corrompono la superficie. Pensiamo allo schermo di un computer o di un cellulare. Abbiamo una visione e una comunicazione diretta, immediata, di primo grado; ma abbiamo anche un ostacolo, una distanza, un limite, un secondo grado. Pensiamo a uno schermo e al Grande vetro. Sovrapponiamoli mentalmente…

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Uno spazio trasparente è quello in cui una visione diretta può subire l’interferenza di una visione indiretta: guardando attraverso il vetro vediamo l’ambiente che c’è dietro, ma anche il nostro riflesso, e questo riflesso può esprimere le nostre proiezioni mentali, la nostra idea subliminale della realtà, creando una visione di secondo grado che interferisce con quella di primo grado, come i segni e gli oggetti contenuti nel Grande vetro interferiscono e turbano la visione dell’ambiente che sta dietro l’opera. La trasparenza mette in relazione il puro e l’impuro, la comprensione diretta, oggettiva, del mondo, e una indiretta, soggettiva, trasversale, la realtà scomposta in frammenti e il sogno.

L’armonia e la trasparenza mostrano il collegamento tra il puro e l’impuro, riflettono un’idea di rappresentazione e di verità che è quella dell’esperienza come relazione di campi di senso, dove la soggettività è relazionale, inclinata, interagisce in modo fluido e flessibile con la realtà. L’armonia e la trasparenza fanno vedere una sostanza di rapporti che si basano sulla mediazione.

Uno spazio trasparente è lo spazio di una relazione. La poesia pensa e riflette sul mondo. Non perché cerca di descrivere la realtà o di speculare intellettual- mente su di essa in modo razionale o il più oggettivo possibile, come potrebbe fare la filosofia. È la forma di un pensiero emotivo che rende la scrittura un mezzo di conoscenza, a partire da una condizione di relazione: il soggetto parla di se stesso e parla del mondo, porta la testimonianza della sua esperienza e si pone il problema dell’interazione tra gli stati d’animo soggettivi e il reale, tra il regresso e il sociale, tra il vissuto personale e la tensione speculativa, tra l’empatia e la logica, tra l’affectum e il conceptum.

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II

Dicevo, si sente così spesso la parola trasparenza. Si chiede così spesso trasparenza! Siamo incoraggiati a vivere vite trasparenti? Ma che cosa significa? Come sono le relazioni dentro queste vite trasparenti? Oggi i rapporti e le comunicazioni possono essere rapidi, fluidi, la realtà è precaria, fitta di inter- mittenze e di riprese. Attraverso i mezzi digitali – uno schermo di un telefono o di un computer – siamo virtualmente ovunque, il nostro interlocutore o i nostri interlocutori dall’altra parte dello schermo sono vicini e lontani. C’è uno spazio collettivo virtuale fluido e anonimo, ma con crepe di bagliori e di sangue, con una radice umana che si può raccogliere come avvertire un sorriso tra le fossette del viso illuminato dalla luce digitale. Sta a noi penetrare lo schermo: capire che in questa dinamica di relazioni c’è una condizione di solitudine – in cui siamo chiusi in noi stessi, vediamo solo attraverso i nostri occhi, mettiamo la realtà dentro a uno sguardo isolante e, in questo senso, puro – e una condizione di possibile condivisione, di confronto, di scontro – in cui possiamo sentire la tensione della relazione, come essere l’uno l’altro limite dell’altro da una parte all’altra dello schermo, fino a bucarlo, toccarci, sporcarci, odiare, amare, passare attraverso tutte le impurità dell’esperienza. Pensiamo ancora al nostro vetro trasparente: vediamo immediatamente quello che c’è dall’altra parte, ma anche le impurità intrappolate nella grana oppure tracce di pioggia, di polvere. Non accade forse così anche quando guardiamo lo schermo di un telefono o di un computer? Siamo subito connessi, soli ma in contatto diretto, immediato, perfetto con un’altra persona, ma siamo anche in un’assenza, di fronte a un ostacolo, in un vuoto, sentiamo gli attriti e le imperfezioni della virtualità. C’è una visione pura e una visione impura. La trasparenza racconta tutto questo, come fosse una sintesi di puro e impuro. Così la trasparenza è in realtà uno stare nella trasparenza, una sintesi tra il puro e l’impuro, una cosa che parla di una relazione, che mi piace pensare come un’accoglienza. Anche lo schermo di un computer o di un telefono potenzialmente ci mettono in contatto con milioni di persone, nella distanza della virtualità – e sta a noi saper andare oltre il limite, cercare la relazione, proteggere la fragilità umana, avere il coraggio di stare nella trasparenza.

Una vita trasparente è la storia di una persona che riflette sulle relazioni.

Nella trasparenza porto il limite della mia esperienza in una tensione di relazioni.

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