Non è tutto smeraldo quel che luccica. Ovvero: ricostruire l’eredità di “Wicked. Vita e opere della perfida Strega dell’Ovest”.

Remedios Varo

«Abbi cura di te e guardati dai legami con i bastardi ai piani alti,
perché una volta scoppiata la rivoluzione non ci sarà pietà per i leccaculo»
Gregory Maguire, Wicked

Tra tutti i tabù in cui possiamo incappare navigando nel vasto e incerto oceano che è la sociologia della lettura, la fanfiction occupa sicuramente un posto speciale. Nata come una forma di scrittura punk, al di là delle autorità letterarie, e con il solo apparente scopo di soddisfare gli appetiti di un tipo di lettura elementare, primario, basato sulla proliferazione dei contenuti, nell’ultimo decennio la fanfiction è tuttavia andata incontro – esperienza comune per i fenomeni di nicchia in espansione – ad una serie di operazioni editoriali (e cinematografiche) volte a restituirle una sua dignità come fiction indipendente, non più “di secondo grado”.

Alcuni casi di ripubblicazione dal web (come per la trilogia di 50 sfumature, che era nata come fanfiction di Twilight, o per Il fabbricante di lacrime, il libro più venduto in Italia nel 2022 e originariamente comparso su Wattpad) sembrerebbero poi aver dato una spinta ad altri tipi di scritture, che questa volta nascono già per l’editoria, cioè le “riscritture”: dalle rivisitazioni femministe – almeno negli intenti – del mito greco (con Madelline Miller e tutte le sue numerose epigone), fino ad arrivare naturalmente alle rinnovate mitografie/apologie dei cattivi delle fiabe.

Va da sé che quando Oscar Vault (Mondadori) nel 2022 ha deciso di ripubblicare il romanzo Wicked di Gregory Maguire, una riscrittura della storia dell’innominata Strega dell’Ovest de Il mago di Oz da cui è stato tratto un famosissimo musical omonimo, ci si aspettassero grandi cose. Tuttavia, di Wicked si è parlato poco e tiepidamente, almeno nel belpaese, e forse il motivo va rintracciato nel fatto che il suo solco era già scavato prima che il libro arrivasse sui nostri scaffali.

Anche se pubblicato per la prima volta nel 1995, la realtà del testo di Wicked è stata piuttosto fumosa in quest’ultimo ventennio, oscurata dall’immensa popolarità dell’adattamento teatrale che valse il Tony Award a Idina Menzel nel 2003 e che, a ben vedere, rispecchia molto poco l’anima del romanzo. In Italia, la questione è ancora più spinosa, perché la prima edizione del romanzo (Sonzogno, 2002) consta tuttora di poche copie latitanti che ogni tanto compaiono sul mercato secondario. Bisogna poi considerare la proliferazione di opere che strizzano l’occhio alla fanfiction e che negli anni ‘10 hanno istituito una vera e propria tradizione, consolidando anche un pubblico che si aspetta un’eroina incompresa (possibilmente coinvolta in una storia d’amore quasi impossibile).

Alla luce di tutto questo, si profila un’opera che Wicked avrebbe potuto o dovuto essere, ma che di fatto non è, e forse si intuisce il perché del silenzio che ne ha circondato questa nuova edizione. La malvagia Strega dell’Ovest riproposta da Maguire non cerca l’empatia del pubblico, non vuole piacere, non le interessa giustificare le proprie azioni. Il suo intento, piuttosto, è quello di proporre una visione più dettagliata e complessa di una vicenda storica che avevamo creduto una favola.

Il paese di Oz che si intravede tra le pagine di Wicked, infatti, non è certo la terra macchiettistica e colorata del romanzo di Baum, ma non è neanche semplicemente una sua versione approfondita o riempitiva. È un vero e proprio meccanismo di strutture politiche, economiche, antropologiche: tutt’altro che elementi del fondale, le città, le strade e le tradizioni di Oz invadono la scena ad ogni capitolo, creando una complessità materiale ed emotiva che sta a metà tra l’high fantasy e il romanzo russo. Si tratta di un mondo creato dalla stratificazione irrisolta di molte religioni, descritto dalla prosa pittoresca di Maguire, fatta di immagini vivide e potenti. La sua è una terra bellissima e pericolosa, dove ogni colore è sangue di qualcosa.

Tutto il registro linguistico dell’opera è in qualche modo anti-letterario e consapevole di esserlo: grottesco, bizzarro e spesso parodistico anche nelle interazioni e nei dialoghi tra i personaggi, i quali sembrano in costante lotta contre se stessi e gli altri, a bordo di una folle giostra di idee e di corpi. Mentre lo leggiamo, spesso abbiamo l’impressione di starci “perdendo qualcosa”, come se davvero fossimo degli estranei calati in una terra dalla storia irriducibile.

È in questo pandemonio che prende le mosse la vicenda di Elphaba, la neonata dalla perde verde che diventerà la Strega dell’Ovest. Fin dai suoi primi vagiti capiamo di avere a che fare con una futura dissidente – nella mente come nel corpo. La sua identità razzializzata e intersessuale (e quindi le questioni legate al colore della pelle e ai genitali) non è mai un vezzo di trama o un carattere secondario; è anzi accuratamente inquadrata nei discorsi sul biopotere e sulle istituzioni tramite il quale esso si esercita, e che faranno della protagonista un’anarchica antispecista. «Sono una ragazza per caso, se non per scelta», dirà Elphaba una volta che avrà preso consapevolezza del suo ruolo nei disordini di Oz.

L’identità della protagonista, peraltro, non è l’unico elemento di queerness proposto nel libro, che esplora con spontaneità (ma senza rinunciare alla complessità) forme di relazionalità non monogame e genitorialità altre, basate sulla comunità. E proprio la comunità e il senso di cura ritornano spesso nel libro quando si parla della disabilità della sorella di Elphaba (dettaglio a cui è legata la storia delle iconiche scarpette rosse) oppure dell’impiego positivo che può avere la magia. Dirà Glinda: «[Le streghe nel Glikkus] con i loro incantesimi, impediscono alle vacche di andare a muggire sull’orlo dei precipizi. Chi mai potrebbe permettersi di innalzare uno steccato su ogni burrone? La magia è una pratica locale, un contributo al benessere della comunità».

Tutta la storia di Elphaba ruota attorno a queste tematiche, ed è imperniata sulla continua peregrinazione alla ricerca del perdono e dell’espiazione. La Strega non è nata o cresciuta nell’Ovest, ma lo raggiunge al termine di un viaggio (che è al contempo di natura politica ed emotiva), e ne farà la propria casa, suo malgrado. E se è malvagia, lo è solo per darsi una spiegazione del male che la perseguita, e che non nasce come un impeto oscuro dall’interiorità del suo spirito, ma piuttosto vi si posa, dall’esterno, come una spolverata di fiocchi di neve. La parabola della Strega rende certo che il male è la parte in cui veniamo calate, l’abito che ci viene fatto indossare quando siamo private della voce per raccontare il nostro punto di vista.

Alla luce di tutto ciò, possiamo notare come ben pochi elementi della narrazione di Wicked, da quelli tematici a quelli più meramente formali, calzano nel canone in cui è stato apposto, che è quello del romanzo-riscrittura fantasy post-Twilight. Ma a chi attribuire il (de)merito di una tale svista?

Sentiamo che almeno una parte di colpa debba assumersela una certa editoria italiana mainstream, che per molto tempo ha trattato poveramente la narrativa di genere, senza sapere bene dove e come collocarla, e relegandola (nel caso del fantasy) al ruolo di letteratura leggera, “di evasione”, per bambini o bambinoni, ed è stata incapace di coglierne le più profonde ragioni. Anni di pratiche editoriali su questa scia hanno nutrito un pubblico che, in molti casi, poco o male sa orientarsi nel canone del fantastico, e che si è abituato pigramente ad un certo tipo di testo, che ricalca precisi stilemi, e di cui con il tempo ha finito per volersi ingozzare.

Quando Wicked è stato mandato alle stampe per la seconda volta in Italia ha dovuto reggere il confronto con un libro che non è mai esistito, ma la cui nicchia in libreria era già stata preparata da tempo. E tutte le persone che, di fatto, avrebbero potuto trovare nel romanzo di Maguire una lettura per i loro palati, sono invece state invitate a guardare altrove. Questo articolo nasce proprio dal desiderio di ripristinare l’immagine di Wicked come di un’opera complessa, iperrealistica, sconfortevole, faticosa, ma anche e soprattutto potente, creaturale, conflittuale: profondamente intrecciata alle nostre vite di tutti giorni in quanto identità marginalizzate (persone queer, disabili, non bianche, etc), e orgogliosamente posizionata contro le strutture del potere.




Queer bite. Su “Membrana” di Chi Ta-wei

Membrana di Chi Ta-wei

Pubblicato per la prima volta nel 1995 a Taiwan, Membrana di Chi Ta-wei (Add editore, traduzione di Alessandra Pezza) è arrivato sugli scaffali italiani solo nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Questa piccola perla della fantascienza speculativa cinese immaginava un intero ventunesimo secolo all’insegna della catastrofe ecologica e della cura ossessiva del corpo e della bellezza fisica. Possiamo dire che avesse torto?

Il romanzo narra la vicenda di Momo, giovane e rinomata estetista che conduce una vita appartata, nella sicurezza della sua casa, sullo sfondo di un’umanità trasferitasi sotto i fondali oceanici a causa di una crisi ecologica. Qui Momo riceve i suoi clienti, mentre il mondo esterno viene lasciato fuori dalla porta, concedendosi solo brevi e – apparentemente – sconnesse incursioni. La storia si compie, mutando forma, nel corso di 150 pagine; passa dall’essere un racconto di formazione e uno slice of life malinconico a una complessa (e anche un po’ confusa) elucubrazione biopolitica a incastri.

Quasi in maniera metaletteraria, Membrana è un libro “a strati”. Le sue pagine parlano continuamente di involucri: dal macroscopico della barriera che protegge la civiltà umana sul fondo dell’oceano, al microscopico delle creme di cui le persone si cospargono per difendersi dalle radiazioni che compromettono la salute cutanea, e che le ricoprono come una seconda pelle. Ma c’è anche l’involucro di un ambiente intimo, l’appartamento di Momo, dal quale ci godiamo una distopia soft sci-fi i cui dettagli ci arrivano come rumori bianchi, suoni ovattati dalle pareti di un interno subacqueo.

E naturalmente ci sono gli involucri di un intreccio a spirale, dove tutto si tocca con cose lontane, e si riesce quasi a vedere attraverso le sottili pareti che sorreggono una storia delicata fatta di illusioni sovrapposte. Pubblico e privato sono i due grandi estremi di questa vorticosa configurazione. Si alternano paralleli per quasi tutto il corso del romanzo, al punto che si finisce con il credere che la scelta dell’ambientazione sia arbitraria. Ma lentamente la loro compresenza si fa sempre più fitta, finché non si ricongiungono nell’epilogo con un sordo contraccolpo.

Ari Heinrich (he/they), che ha tradotto il romanzo per l’edizione americana, nella postfazione spiega che l’opera chiede prima di sospendere l’incredulità, e poi di riflettere su come l’esperienza dell’assorbimento letterario possa avere un impatto non solo sul proprio senso del tempo, ma anche sulla percezione di sé. «There are allegorical implications to this device, of course, but there are also personal ones. Who are you before you read the book, and who after?».

Come nota l’autore (sempre nell’edizione sopracitata), il libro stesso è come il corpo cyborg, composto da parti eterogenee, compreso di allusioni, richiami e citazioni intertestuali ed extratestuali che attingono a opere importanti come film, letteratura, musica e così via, senza le quali l’opera non potrebbe funzionare.

Al di là della storia ben confezionata e della prosa non proprio memorabile di Ta-wei – tranne nelle ultime, splendide pagine – quello che colpisce davvero di Membrana è l’immaginazione di un futuro relativamente remoto che dopo un quarto di secolo risulta goffa e retrò, ma in maniera deliziosa. Si ha l’impressione di avere a che fare con quell’ibridazione tra cyber e primordiale che caratterizzava la prima serie di Digimon Adventure (1999): un ossimoro affascinante ma con una nota lugubre.

Ai tardi anni ‘90 il futuro mostrava un volto di silicio che entrava nel merito degli aspetti più intimi e creaturali dell’umano. Le pietre miliari del cinema biopunk quali Gattaca (1997), Matrix (1999), eXistenZ (1999) sono tutte testimonianze di un’ansia di spersonalizzazione, della paura che la tecnologia avrebbe confuso i confini tra corpo e macchina, tra realtà e finzione. Membrana non fa eccezione, mettendo in scena uno spettacolo parodico dei sensi, una satira impietosa della realtà del corpo.

Ma “Il corpo” non c’è più, restano momenti di vissuto biotecnologico, cioè resta il fattore temporale come traccia dell’esperienza – ce lo diceva già Braidotti nella prefazione a Manifesto Cyborg (1995) di Donna Haraway.

In questo senso le tematiche queer relative ai discorsi biopolitici trovano naturalmente posto nella macchina narrativa di Ta-wei, il quale indaga dei livelli di significazione del corpo trans che ancora oggi riescono a dirci qualcosa. L’aleatorietà della natura e degli ordini della materia organica che caratterizza l’universo di Membrana non diventa mai un pretesto per indugiare su particolari morbosi.  Semmai, in questa eterodossia della carne ci si può sguazzare, esplorandola senza peccato.

Il genere viene trattato non solo come variabile, in un flusso, ma come atto di volontà. Sempre Heinrich ricorda che i corpi, in Membrana, non sono “cablati” secondo il genere, indipendentemente dal sesso. Il fatto che Momo sia stata assegnata maschio alla nascita è quasi casuale, solo uno tra i molti dettagli del background della protagonista.

Membrana ci offre il panorama possibile di una narrativa inquadrabile criticamente al di fuori dei valori di default dell’eteronormatività e dell’occidentalcentrismo. Dipinge l’ipotesi di un’estetica queer sinofona e futuristica, e attraverso questo caleidoscopio sinestetico trasmette le sensazioni di cui è composta.

È una storia che si rivela come una guida di sopravvivenza al capitalismo più avanzato e le cui soluzioni sono quelle che da sempre ci affascinano di più nella speculative fiction: narrare storie per continuare a (far) esistere, per regalare finali alternativi.




Maurizio Evangelista, Mr. me. Selezione di testi

Maurizio Evangelista

Il libro accompagna il lettore nell’esplorazione di stanze d’albergo popolate da figure e motivi sempre diversi; le immagini sono in grado di evocare l’esperienza di una lettura-zapping composta da lampi situazionali discontinui ma precisi, mai vaghi. Le atmosfere si alternano tra visioni glamour hollywoodiane e momenti di tenera intimità o d’abbandono, all’insegna di un verso limpido. Questa è una poesia che non chiede esplicitamente di essere testimoni, ma invita all’esplorazione lasciando aperti tutti gli spifferi dai quali spiare e origliare.

*

  1. CHECK-IN

farai il bravo stasera

metterai la mia faccia
e aspetterai

che io vada a dormire

                                    per te.

oggi
che potremo essere
non mi guarderò neanche.

  1. STANZA 125

quante cose stupende queste cose
così allineate sul bancone in fila
a fare finta che tutto sia per finta
solo così tante mani a rovistare
solo così poco spazio per cercarsi e dire
va tutto bene

                           finché mi sei distante.

  1. STANZA 129

non ho figli della mia età
da far uscire sul davanzale
col bel tempo.

guardo il mio compagno come guardavo mio padre
come se fossi suo figlio
e lui mi assomigliasse

sarò sempre un bambino
affacciato all’età di qualcun altro

se indovinassi quanti anni ho
sarei già padre di me stesso.

  1. STANZA 209

alcuni hotel in centro hanno insegne enormi

li guardi da lontano e sei dentro

e prima che tu te ne accorga
indossi i vestiti di un altro
ed hai la sua stessa taglia di scarpe

e fai tutte queste cose che stai già facendo
e ti fai

altissimo
per assomigliare agli alberi

che crescono come i palazzi
che perdono i calcinacci
come seccano le foglie.

  1. STANZA 311

non si chiedeva mai
di albeggiare in viso col sapone
si restava fermi dopo il fischio.
poi Luigi saltava a due i gradini
e l’estate cominciava in pieno inverno

con noi due che contavamo le fermate
cercando gli occhi di chi inciampava.

*

Nota biografica 

Maurizio Evangelista è nato a Terlizzi nel 1980, vive a Bisceglie. Dopo la laurea in Scienze Politiche ha pubblicato le raccolte poetiche Suonatore di corno (La Vallisa, 2010) e La città inventata (Secop edizioni, 2015) con il quale ha ricevuto il premio della critica “Vrdnicke Venac Vile” a Sremski Karlovci in Serbia. Organizzatore e direttore artistico dal 2010, con Teodora Mastrototaro, dell’evento Notte di Poesia al Dolmen, Evangelista ha pubblicato in diverse antologie in Italia e all’estero, tradotto in inglese, russo, polacco, serbo-croato, spagnolo e albanese. Nel 2017 ha partecipato alla XVII edizione della Giornata Mondiale della Poesia di Varsavia su invito del poeta Aleksander Navorski, ed è stato tra gli ospiti della XI edizione del “Trireme della Poesia Ionica” a Saranda, in Albania, su invito del poeta Agim Mato. Oltre alla poesia ha pubblicato suoi racconti per l’infanzia nei libri Gli animali e noi (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2013) So dire di no (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2015) e La rosa di Damasco (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2016) a cura del prof. Daniele Giancane.




Queer bite. Su “Una storia d’amore. Lettera a mia figlia transgender” di Carolyn Hays (Add Editore, 2022)

Nonostante la cosa possa confondere è così: bambinə trans sono sempre esistitə. Le stime sono in crescita[1] e se questo accade non è a causa di mode passeggere, ma perché le informazioni diventano più accessibili, le realtà più disponibili. Non bisognerebbe patologizzare la varianza di genere; il supporto è quella cosa che serve perché troppo spesso si presume la varianza di genere come sbagliata o pericolosa. Serve perché esistono ambienti stigmatizzanti, privi di informazioni veritiere e utili riguardanti questi argomenti.

Da questa falla prende le mosse il libro: da un ambiente pericoloso e dalla voglia di divulgazione.

Un giorno qualcuno bussa alla porta dell’autrice: è una sorta di assistente sociale, che ha ricevuto una segnalazione riguardante i comportamenti troppo femminili della figlia dell’autrice (allora socializzata e conosciuta da tuttə come un bambino). L’episodio è un punto di rottura, una svolta. All’improvviso l’autrice e la sua famiglia rischiano di perdere tutto. Si troverà costretta a trasferirsi nel Nord America più progressista, affrontando, nel farlo, l’evoluzione del suo ruolo di madre nei confronti della figlia transgender. Questo memoir-lettera indirizzato alla figlia non è solo il resoconto di un periodo di cambiamenti e trasformazioni – per tutti i membri della famiglia – ma molto di più.

Ciò che sorprende è la varietà di argomenti trattati e l’accessibilità della forma. Farei leggere questo libro a qualunque genitore (o parente, allevatore, amicə, etc…) volesse approfondire le tematiche riguardanti la transness (esperienza transgender). E se da un certo punto di vista la regola dovrebbe essere sempre quella di leggere opere scritte direttamente da persone transgender, questa in particolare ha comunque dalla sua una peculiarità che potrebbe attrarre facilmente un pubblico esterno: il punto di vista di una madre (progressista) che ama la propria figlia e che è disposta a mettere in gioco tutto ciò che crede di sapere sul mondo per lei.

Carolyn Hays infatti è lo pseudonimo di un’autrice americana già consolidata, che ha deciso di rimanere anonima nel rispetto dell’identità e delle scelte della figlia (che attualmente ha circa 14 anni). L’autrice non è assolutamente estranea al mondo dell’alterità, e nello stesso testo riesce a far emergere tutti gli argomenti portanti dei dibattiti più recenti dei femminismi: la pericolosità dell’assimilazionismo, la transfobia come infezione culturale introiettata da ognunə di noi, le TERF; e nel farlo tocca con mano la contingenza, arrivando a narrare le vicende di J.K. Rowling, il movimento Black Lives Matter, l’America di Trump, il documentario Disclosure [2] sull’importanza delle rappresentazioni trans nei media.

Ne emerge un ritratto vero, vivo e ricco di contraddizioni. Il percorso di una donna che ha tutto da imparare dalla figlia, e che ha capito qual è l’unico principio irrinunciabile dell’amore: il supporto. E da quel supporto nasce tutto il resto: la volontà di informarsi, di divulgare, di rendere il mondo un posto migliore per tuttə, di ascoltare ciò che le persone transgender hanno da dire, di far riemergere le loro memorie e storie collettive, di ricreare il pantheon dei loro miti: «Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, Giovanna d’Arco, Diana Goetsch, Oliver Baez Bendorf, Jennifer Finney Boylan, Nick Krieger, S. Bear Bergman, Janet Mock, Laverne Cox, Lili Elbe, James Barry, Chaz Bono, Billy Tipton, Lucy Hicks Anderson, Gavin Grimm, Jen Richards, Sarah McBride, Danica Roem, Nicole Maines, Aimee Stephens… Lasciamo che i nomi diventino una litania[3]».

Un ruolo fondamentale in questa storia lo gioca, così com’è ormai diventato comune quando si parla di comunità trans, la rete di informazioni e supporto che si crea quasi come atto di sopravvivenza, partendo dal basso. Quando la famiglia della scrittrice capisce che è arrivato il momento di trasferirsi, ad esempio, come uno stormo di uccelli segue gli schemi migratori di persone queer che l’hanno preceduta. Se c’è bisogno, qualcunə in qualche gruppo è prontə con una lista ‘segreta’ di pediatrə e medici che accettano di avere in cura bambinə trans* nel rispetto delle loro identità, oppure di scuole con le migliori linee guida in fatto di identità di genere. Queste liste sono ricavate facendo crowdsourcing tra migliaia di famiglie in tutto il paese: comprendono nomi, luoghi, servizi, conoscenze, racconti che possano garantire dei safe space. È la parte sotterranea di un gigantesco regno, la rete miceliale che mantiene connesse le nostre comunità.

 «Quello che ho scoperto è che esistono anche società segrete. […] queste società segrete esistono in silenzio intorno a certe forme di perdita, di dolore e di malattia, di amore, di sostegno e supporto reciproco[4].».

Nonostante abbia trovato alcuni elementi del libro un po’ innecessari (come l’incursione, nell’ultimissima parte, dell’identità cattolica della madre e dei suoi discorsi sulla fede), mi soddisfa rendermi conto di come questi aspetti non siano mai trattati in maniera acritica. La forza del racconto sta infatti nella disponibilità e nello spazio che la madre e la figlia si costruiscono intorno e tra loro stesse: solo quello spazio determina la possibilità di crescita e arricchimento. Il senso di una lettera così può essere riassunto da una frase che la voce narrante rivolge alla figlia come una dichiarazione d’intenti e una richiesta allo stesso tempo: «mi dirai tu come combattere per te».

La transness è un momento di autodeterminazione, un non-luogo di possibilità e crescita, il fattore identitario di unicità di ogni molteplicità: non si può raccontare senza perdersene un po’ per strada. Non si può prescindere ovviamente dal dubbio e dal timore che comporta, dalla paura e dall’incomprensione. Ma è il momento in cui la voglia di complessità e liberazione cede il passo a queste cose, superandole, che comincia il vero cammino. E la gioia che porta con sé si rivela.

 «Non so mai quando mi troverò davanti all’odio, ma non so nemmeno quando incontrerò l’amore[5]».

NOTE SULLA TRADUZIONE E SULLA RESA IN ITALIANO

Non avendo purtroppo con me la versione in lingua originale del testo e non essendo riuscitə a trovarne traccia, non so se quanto sto per segnalare è tutto frutto di traduzione letterale o piuttosto resa di espressioni da una lingua a un’altra. Ricordo comunque che la traduzione in italiano è curata da Chiara Brovelli.

Ho trovato nel testo alcune problematicità e le porto qui alla luce. Una tra queste è l’utilizzo improprio del termine outing al posto di coming-out. Mi ha anche lasciatə perplessə l’utilizzo, per tutta la durata del libro, di una formula che può essere sconveniente, cioè ‘i trans’, ‘un trans’ e così via; avrei apprezzato un riscontro con la versione originale per capire se sarebbe stato meglio tradurre con ‘le persone trans’. Infine, alle pagine 348 e 349 ci sono due singoli episodi di misgendering nelle frasi di cui riporto uno stralcio: «una donna trans, che ha affrontato il percorso più avanti, ma che durante l’infanzia era un atleta bravissimo, e poi è diventata una guida…», «Nance Forse, regista e produttrice, primo trans dichiarato a ricevere una nomination…». Ricordo perciò che bisogna riferirsi alle persone trans* sempre e comunque con i pronomi da loro scelti. È un peccato che questi due episodi figurino nel libro visto che per il resto la traduzione è buona.

June Scialpi

[1]http://www.vita.it/it/article/2019/02/15/bambini-e-adolescenti-transgender-i-numeri-veri-e-le-parole-giuste/150696/

[2] Disclosure: Trans Lives on Screen (2020), diretto da Sam Fede. Disponibile su Netflix

[3] Carolyn Hays, Una storia d’amore. Lettera a mia figlia transgender, add editore, 2022, p.162

[4] ivi, p. 279

[5] ivi, p. 134




Queer bite. Su “Vite negate” di Franco Buffoni

Mi è capito di recente di imbattermi in un videogame, Hunt the Night, ambientato in un mondo in cui il giorno e la notte hanno la portata di intere ere: si alternano non più ore, ma secoli di luce e di tenebra. E durante la notte, la civiltà viene sfibrata, la cultura si sgretola, condannando l’umanità a rifarsi daccapo a ogni avvento del giorno.

Quest’immagine mi ha impressionatə particolarmente, perché riesce con immediatezza a rappresentare quanto inverosimile sia la cultura nella sua materialità, e quanto faticosa sia l’operazione del suo mantenimento. Non è semplicemente qualcosa che ci capita, che «si eredita: […] la si costruisce» (p. 7). Ed è con queste parole che Franco Buffoni ci introduce alla lettura del suo memoir per altri.

Vite negate (Fve Editori 2021) è un’opera che sta sempre in bilico tra la perizia filologica e il pettegolezzo, in piena fedeltà allo spirito di ciò che vuole raccontare. L’indagine di Buffoni parte da un quesito semplice: se davvero la cultura si trasmette di padre in figlio, e quindi in seno al patriarcato e all’eteronormatività, che ne è stato della cultura omosessuale? La sua impresa vuole essere un tentativo di colmare il vuoto d’archivio lasciato da secoli di cancel culture (quella vera) sulle identità queer della nostra storia.

Buffoni fa una selezione di storie di omosessualità maschile sulla base di un limite imprescindibile legato alla materialità dei fatti: le uniche persone di cui possiamo conoscere le storie sono persone di cui è stato scritto o che hanno scritto di sé. Nulla sappiamo – e probabilmente mai sapremo – di contadini, balie, operai, se non attraverso verbali e referti. In Vite negate, infatti, si incontrano principalmente figure di potere e letterati; nomi inediti ma soprattutto noti, personaggi storici che abbiamo studiato in una versione ‘revisionata e (s)corretta’. Forse di queste persone abbiamo chiesto in classe: “ma è vero che era gay?”, e l’insegnante con un’occhiata imbarazzata ci ha risposto “sono cattiverie” oppure “prima le cose funzionavano diversamente” o addirittura “non sono cose che c’interessano”.

Lo scopo di Vite negate è replicare a quest’ultima affermazione con un “no, ci interessano”. Perché ci interessano le innumerevoli (e sfortunate) mogli di Enrico VIII, ma non gli amanti di Edoardo II? Perché impariamo a memoria A Silvia ma non sappiamo nulla del Ranieri a cui Leopardi manda mille baci? Forse perché scopriremmo che le operazioni che sono state compiute per ‘purificare’ le loro vite non sono solo inaccettabili, ipocrite e persino maldestre, ma talvolta anche brutali, truculente e crudeli. Sono martiri di un’altra religione che abbiamo sfatto e rifatto all’ombra del closet.

Immagino le persone queer del passato come piccoli soli, singolarità umane in una tenebra siderale che si rifanno daccapo, che hanno dovuto inventare miliardi di fuochi, ogni volta come la prima, ogni volta destinati a estinguersi.

Sono gratə di poter leggere finalmente un libro di storia della nostra cultura, dove l’esistenza in quanto persone queer non viene grattata via dalla pagina per esigenze di trama. Il più grande pregio di Vite negate è l’inaugurazione di una stagione di recupero di questa eredità culturale. Vogliamo il canone queer che ci è stato negato e lo vogliamo adesso. Vogliamo fare catechismo a Sant’Eliogabalo martire. Voglio essere lə vecchiə che si inginocchia davanti all’edicola votiva di Mario Mieli.

Per chiudere vorrei rimaneggiare, come ha già fatto prima di me Carmen Maria Machado (1986-), una ‘formula’ creata dalla poeta Pat Parker[1] (1944-1989) a beneficio di quanto appena detto e del senso che può avere creare un archivio che contenga le storie di queste soggettività:

FOR THE CISHET PERSON WHO WANTS
TO KNOW HOW TO BE MY FRIEND
The first thing you do is to forget that I’m queer.
Second, you must never forget that I’m queer.

[1] Il titolo del componimento a cui faccio riferimento è FOR THE WHITE PERSON WHO WANTS TO KNOW HOW TO BE MY FRIEND, e i primi due versi recitano “The first thing you do is to forget that I’m black. / Second, you must never forget that I’m black”. Da Movement in Black (Diana Press, 1978)