Riattraversare D’Annunzio nel XXI secolo: San Sebastiano e la Sardegna

Introduzione: riattraversare D’Annunzio nel XXI secolo

Quando mi è stato chiesto dal professor Ermanno Paccagnini di partecipare a una tavola rotonda su Gabriele D’Annunzio, sono stato inizialmente perplesso, perché non avevo mai riflettuto in modo consapevole sul mio rapporto con un autore che, secondo le note parole di Eugenio Montale, è necessario ‘attraversare’ per entrare nel pieno Novecento.

Riflettendo meglio, ho compreso con maggiore chiarezza il nesso tra D’Annunzio e la contemporaneità, nonché quello, più specifico, con il mio personale percorso. Mi sono venuti in mente due ambiti solo apparentemente marginali, ma in realtà rivelatori di elementi fondanti l’opera e la personalità del poeta abruzzese — e, in una parentesi biografica non del tutto peregrina, anch’io provengo in parte dagli “Abruzzi”, avendo una nonna molisana.

Il primo riguarda il legame con il mito e con la mitizzazione dell’arcaico; il secondo il nesso imprescindibile con la sensualità, inestricabile dalla musicalità della lingua. A questi si aggiungono il respiro extranazionale — nonostante e insieme nel nazionalismo — e la dimensione transmediale, che fanno di D’Annunzio un precursore di dinamiche oggi pienamente riconoscibili, nella nostra cultura ‘metaversica’.

In particolare, mi riferisco al rapporto con la figura di San Sebastiano e a quello con la Sardegna, sul quale mi soffermerò più diffusamente.

Léon Bakst, Costume per la danzatrice Ida Rubinstein (1885-1960) nel ruolo del protagonista maschile in Le Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D’Annunzio, 1912.

L’ossessione Sebastiano

Sulla vera e propria ossessione dannunziana per San Sebastiano molto si potrebbe dire anche in relazione alla vita privata dell’autore. Basti pensare all’incontro risalente agli anni ottanta nei giardini di Villa Medici con la scrittrice nonché amante Olga Ossani — che ispirò l’Elena del romanzo Il piacere — durante il quale il Vate si spogliò mimando la posa del santo trafitto alla colonna, e al fatto che in una lettera a lei indirizzata, scusandosi per alcune sue volgarità, si firmi proprio ‘San Sebastiano’.

Qui mi limito a ricordare la pièce teatrale Le Martyre de Saint Sébastien, scritta in ottonari francesi artificiosi e arcaizzanti, con le musiche di Claude Debussy (1910-1911). Premetto che mi soffermo sulla figura del santo — la cui nudità e la cui posa languida sono connesse alla dimensione sensuale fin dalla pittura rinascimentale — anche perché essa occupa un ruolo non marginale nel mio libro d’esordio Isola aperta (Interno Poesia, 2020), in cui compare un «ragazzo trafitto alla colonna» (p. 28) e che secondo il prefatore Tommaso Di Dio ha invece come «protagonista […] un Sebastiano che contempla le proprie ferite, trafitto dalle mancanze e dalle distanze» (p. 6).

D’Annunzio quindi è stato indubbiamente l’autore che ha contribuito maggiormente alla ricezione novecentesca di una versione apocrifa ed erotica della vita del Santo, che si svolge sotto il regno di Diocleziano (284-305): dal romanzo giapponese Confessioni di una maschera di Yukio Mishima (1948, ed. it. 1969) allo ‘scandaloso’ film Sebastiane del britannico Derek Jarman, girato integralmente in latino (1976).

Nell’opera dannunziana la figura di Sebastiano fu impersonata da un’attrice di sesso femminile, la saffica Ida Rubinstein, che rappresenta per il poeta l’ideale dell’androgino. Questo aspetto rafforza ulteriormente l’ambiguità – oggi diremmo the queerness – della rappresentazione, in una sorta di mistero medievale apocrifo della durata di ben cinque ore. L’azione, più visionaria che narrativa, segue il passaggio del giovane capo degli arcieri prediletto dall’imperatore e dalla corte pagana alla rivelazione cristiana: alla fascinazione sensuale esercitata dalla sua bellezza (è paragonato e venerato come Adone) si oppone la scelta consapevole del martirio, fino alla scena finale del supplizio, dove il corpo trafitto si trasfigura in immagine di gloria.

Alla prima a Parigi il 22 maggio 1911, al Théâtre du Châtelet, assistettero tra gli altri Marcel Proust, che apprezzò particolarmente l’opera, e l’arcivescovo di Parigi, Léon-Adolphe Amette, che invece la osteggiò in tutti i modi, giudicandola blasfema. Pertanto mi sembra che quest’opera renda bene conto della transmedialità, del respiro extranazionale e del rapporto pansessuale e sua modo queer con l’erotismo coltivati da D’Annunzio[1].

La nostalgia magico-eroica dell’arcaica Sardegna

Essendo io sardo, il particolare rapporto di D’Annunzio con la Sardegna mi ha da sempre interessato. Già da bambino, in un paese vicino a quello di mio nonno materno (Sardara), al castello di Sanluri, potei vedere esposte alcune lettere autografe dannunziane, in cui il vate parla del ‘vin nero’ di Oliena. Indicativa è la lettera del 1909 al giornalista Hans Barth in cui è ben presente l’elemento mitizzante con riferimento alle costruzioni prenuragiche:

“Non conoscete il nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domus de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo”.

Un unico viaggio, un amore ‘impossibile’ scolpito per tutta la sua vita. Gabriele D’Annunzio aveva appena diciannove anni quando, nel maggio del 1882, intraprese un tour dell’isola: una Sardegna ancora selvaggia e che il Vate esplorò vedendola come una “terra magica”. Sbarcò a Terranova (l’odierna Olbia) con due collaboratori della rivista romana “Capitan Fracassa”, Cesare Pascarella ed Edoardo Scarfoglio, visitando dapprima Alghero, Nuoro e Oliena.

La tappa successiva fu in Campidano, Villacidro, dove rimase estasiato dalla cascata di Sa Spendula, tanto da scriverne l’omonima poesia, pubblicata su “Capitan Fracassa” il 21 maggio 1882. Il testo celebra “uno strano popolo d’atleti” di pietra, anticipando quasi la riscoperta delle statue dei Giganti di Mont’e Prama. La tappa a Cagliari fu anch’essa fonte di ispirazione: la visione delle ‘bianche piramidi’ delle saline di Molentargius generò la poesia Sale; nella Sardegna meridionale il poeta osservò affinità con il Nord Africa, riflesse anche nella poesia Sotto la lolla (sa lolla è un ‘cortile aperto’ tipico delle case campidanesi).

Il suo rapporto con la Sardegna si configura a partire da quel viaggio giovanile e dall’intensità delle impressioni raccolte, testimoniata anche da una lettera al giornalista Stanis Manca (1893): “Ho nostalgia della Sardegna da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore”. Il precoce Gabriele — che già aveva pubblicato a sedici anni Primo vere (1879) e nel 1882 diede alle stampe la silloge Canto novo — rimase affascinato dall’aspetto arcaico, selvaggio e magico dell’isola, come emerge dai numerosi documenti e dalle lettere.

Questa fascinazione si riflette anche nei personaggi della sua opera. Nella tragedia Più che l’amore (Roma, 1906) compare il servo Rudu, detto homine de abbastu (“uomo di spessore”), che pronuncia battute in sardo e descrive il paese di Santu Lussurgiu. Ancora, nella Canzone della Diana delle Laudi (1912), viene celebrato Pietro Ari di Cuglieri come un combattente fiero e coraggioso.

La Sardegna attirò D’Annunzio anche per la sua dimensione musicale. Egli nutrì una grande ammirazione per il musicista e musicologo Gavino Gabriel, autore di canti popolari sardi, e scrisse: “Da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso con un indicibile aumento di vita interiore”. La musicalità dei canti, insieme alla forza arcaica del paesaggio e alla monumentalità delle strutture nuragiche, alimentò la percezione del poeta della Sardegna come terra mitica, quasi sacrale.

In coda al viaggio, D’Annunzio manifestò l’intenzione di scrivere un libro con foto, racconti e testimonianze, mai realizzato, ma rimangono articoli, reportage e lettere che documentano il suo legame con l’isola. Le poesie Sa Spendula, Sale e Sotto la Lolla mostrano come la Sardegna sia stata mitizzata da D’Annunzio attraverso la sovrapposizione di uno sguardo esotizzante, tipico del “continentale”, e al contempo di un sentimento quasi nativo, che associa l’asprezza e l’arcaicità della terra sarda al suo altrettanto mitizzato Abruzzo.

Faccio seguire, come ideale risposta a “La Spendula” di D’Annunzio, un mio testo letto durante la tavola rotonda a Pescara, ispirato alle costruzioni nuragiche dette ‘tombe dei giganti’, in cui la ricerca del suono e l’antico hanno un ruolo fondamentale. All’idea eroica dannunziana, già in nuce ‘superomistica’, si sostituisce quella di ‘nuovi eroi’ in grado di sapere uscire di scena, facendo così incominciare ‘l’altro’ da noi. In coda si presentano anche le altre due poesie dannunziane sulla Sardegna, mai incluse in alcuna sua silloge[2].

[1] Dell’ossessione per San Sebastiano e della sua identificazione con il santo in alcuni episodi della vita reale parlano Piero Chiara nella Vita di Gabriele d’Annunzio (1933, passim) e Giovanni Bruno Guerri in La mia vita carnale (2013, p. 76). Per una recente lettura queer di Frances Clemente vd. https://journals.openedition.org/mimesis/2364.

[2] Le poesie, insieme a un resoconto del viaggio, furono pubblicate nel volume di G. D’Annunzio, Pagine disperse. Cronache mondane – Letteratura – Arte, coordinate e annotate da Alighiero Castelli, Bernardo Lux, Roma 1913, pp. 25-27. Non sono a conoscenza di alcuno studio monografico su D’Annunzio e la Sardegna. Si forniscono alcuni link utili per approfondimenti: https://www.laboccadelvulcano.it/it/d-annunzio-gabriele.html; https://meandsardinia.it/viaggio-sardegna-gabriele-dannunzio-2/; https://sardegna.admaioramedia.it/80-anni-dalla-morte-di-dannunzio-un-solo-viaggio-ma-un-rapporto-intenso-con-la-sardegna-angelo-abis/

 

La Spendula (1882)

Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampii i mirteti
selvaggi e li oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.
Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un’acredine di effluvii
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore,
come fauno di bronzo su ’l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.

 

Alluxingiau babbaluxi deslùxiu (da Isola aperta, 2020)

Trova una formula al mitologema
a sicut erat at semper a torrare
–
ovunque prende il corpo muti suoni
ripulsano i rizomi dei pianeti
l’astro morente ingurgita i battiti
come se giacessimo lì, addormentati
in sas tumbas ’e sos gigantes nuovi eroi
incubati noi, guarendo da visioni ininterrotte
svincolati dal tempo appena culmina il sole,
è così che usciamo e incomincia un altro
vociare di verbo is brebus ’e is brebus
–
lasciamo il giorno controluce nel suono.

 

Altre due poesie dannunziane sulla Sardegna (presenti in Versi d’amore e di gloria, Appendice II)

Sotto la lolla

Cadono le sanguigne primavere
de’ rosolacci tra ’l fiorente smalto
de l’avena selvatica, ed a schiere
i fichidindia salgono il rialto.
Dietro la cupoletta saracina
un bel gruppo di palme apre il fogliame
ampio come un ventaglio di cadina
nitidamente sopra un ciel di rame.
– O bella bruna a cui verde rampolla
tra i fior del petto una canzon d’amore
sotto i nidi nell’ombra d’una lolla
co’ i ritmi lunghi d’un incantatore
io mi fermo dinanzi su ’l cavallo
come un arabo senza caffetano:
trottavo solo pe ’l viale giallo
ed ho visto le palme di lontano.
Datemi un sorso d’acqua. Io sono stanco
ed ho raggiunto l’oasi cortese….
Come un vuoto alvear, tacito e bianco,
ditemi, è Tombuctù questo paese?
Ne l’iride di càrabe profonda
a voi fiammeggia il Sàhara incantato,
sprizza da ’l fiore de la bocca tonda
la freschezza d’un dattero dorato.
Tutta cadente su le membra pigre
voi seguivate il piano vol del canto;
ma che stupenda agilità di tigre
ne ’l sorgere de’ vortici de ’l manto!
Che fascino di urì, per maometto,
ne ’l vostro riso (Una gran barba nera
con relativa canna di moschetto
sporge da ’l muro). Grazie. Buona sera.

Sale

Ne le quadrate sedi l’inerzia
de l’acqua torpe: non anche un brivido
trascorre qual sonno di lago
e la grande alba plenilunare.
Stan per la riva tacita i cumuli
bianchi de ’l sale, bianche piramidi
de l’umile vertice, a ‘l fondo
de l’acqua torpe; non anche un brivido.
Stan per la riva simili a un ordine
di sacre tombe. Lungi, la linea
lucente de ’l mare e dei colli
bassi pendentisi ne ’l vapore.
Una freschezza sana di effluvii
Va per la notte di maggio; scricchiola
A tratti il cristallo salino
in quel solenne mistero…. Forse
giù ne le tenebre danzan le mummie
egiziane? Forse invisibile
Osiri co ’l verde occhio regna
La solitudine ampia e serena?




Appello da Gaza alla cultura italiana: una voce per il poeta Haidar al-Ghazali

La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno

Haidar al-Ghazali

«Riportami alla mia giovinezza / per un momento» è la supplica che il poeta palestinese Haidar al-Ghazali, che proprio ieri ha compiuto 21 anni, affida alla lingua smarrita dell’infanzia, nel mezzo della devastazione di Gaza. In pochi versi – pronunciati quasi sottovoce, come chi parla al margine dell’irreparabile – ci ricorda che la guerra non uccide solo i corpi, ma spezza le biografie, cancella le città e deruba i giovani del tempo per crescere, studiare. Solo con i due occhi chiusi si può camminare per la propria terra martoriata.

لحظةً
أمشي في الشوارع
مغمضَ العينين
فلا أجلس الآن
أرثي مدينةً كاملة.

ʿidnī ilā ṣabāy
laḥẓatan
amshī fī al-shawāriʿ
mughmaḍa al-ʿaynayn
falā ajlisu al-ʾāna
arthī madīnat(an) kāmila.

Riportami alla mia giovinezza
per un momento
a camminare per le strade
con i due occhi chiusi
affinché non mi sieda adesso
a piangere un’intera città

[traduzione di Francesco Ottonello]

Di fronte a tutto quello che sta accadendo, denunciato dal report di Francesca Albanese per le Nazioni Unite, non è più possibile restare in silenzio. Chi ha una voce, la usi. Chi scrive, scriva. Chi insegna, insegni la giustizia.

Chi può creare opportunità concrete – borse di studio, residenze letterarie, progetti di accoglienza e formazione – lo faccia ora. Questo articolo chiama in causa voi, lettori, poeti, intellettuali, scrittori, accademici, e chiunque abbia una voce e il potere anche minimo di fare qualcosa.

Si tratta di difendere ciò che resta umano nell’umano: il diritto a un futuro, alla parola, alla dignità. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare che si perda, come diceva Vittorio Arrigoni.

Riportiamo qui la traduzione dall’inglese delle parole che Haidar al-Ghazali mi ha indirizzato personalmente affinché venissero diffuse tra la comunità culturale italiana. Esse sono tratte da un vocale, che riproduciamo con il suo consenso, e da cui si possono sentire i rombi degli aerei che sorvolano Gaza, intervallando la sua voce…

Traduzione in italiano

Ciao amico mio, grazie per il tuo interesse. Apprezzo tutto ciò che stai cercando di fare. Sì, puoi pubblicare questo sul tuo sito web. Penso che possa essere utile.
Vorrei ottenere una borsa di studio per studiare all’estero. Sai, tutte le università di Gaza sono state distrutte — completamente rase al suolo — a causa del genocidio. Il mio percorso di apprendimento si è interrotto quando è cominciato questo genocidio. Perciò vorrei ricevere una borsa di studio per studiare all’estero. Suggerisco anche di cercare un programma di residenza letteraria. Io sarei disponibile e penso che potrebbe essere utile anche come possibilità di evacuazione da questo massacro.
Viviamo in una situazione orribile — nella carestia, nella fame. E non riesco a credere che io stia vivendo davvero tutto questo. Sai, la situazione è insostenibile. Ottenere una borsa di studio o una residenza letteraria sarebbe utile per avere una possibilità di fuggire da questo massacro.

Aidar al Ghazali

Trascrizione in inglese

Hello my friend, thank you for your interest. I appreciate everything you are trying to do. Yes, you can share this on your website. I think it will be useful.
I would like a scholarship to study abroad. You know, every university in Gaza has been destroyed — totally demolished — as a result of the genocide. My learning journey stopped when this genocide began. So I want to get a scholarship to study abroad. I also suggest that you search for a literary residency. I would be available, and I think it would be useful as a way to evacuate from this massacre.
We are living in a horrible situation — in famine, in starvation. And I can’t believe I am actually living through this. You know, the situation is unbearable. Getting a scholarship or a literary residency would be helpful to have a chance to evacuate from this massacre.

 

 

Infine presentiamo tre poesie tratte dal volume Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, edito da Fazi Editore nel 2025, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, e che raccoglie versi scritti da dieci autori palestinesi tra ottobre e dicembre 2023. Proprio su questo libro concludiamo la stagione di MediumPoesia 2024–2025, con un articolo critico di Davide Pinna in uscita domani.

23/04/2023
L’alfabeto degli universi

L’alfabeto degli universi
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.
Segnerò l’appuntamento sopra le tue colline
e il flauto testimonia
e l’alba testimonia
e le mie barche affondate testimonieranno
che ballerò con la notte invecchiata
e prepareremo universi di poesia,
o fiore di melograno.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.

Portami sotto le tue palpebre;
perché il mare mi soffoca nella sua vastità
e dormi sui palmi delle mie mani,
la poesia cola dalle tue curve strette come respiri
per gli annegati.

Io sono la fenice, stanca delle storie di cenere
tolgo la mia leggenda ogni notte alla porta di casa,
divento un corvo,
prigioniero del tuo chiarore.
Poni il tuo mantello sul mio petto
e divento un gabbiano di mare o una colomba.
Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.

O paese degli affaticati,
perché hai colto l’ultimo fiore del melograno?
Perché ci lasciamo disegnare gli universi sui muri delle barche?
Perché, o paese degli affaticati,
i nostri petti sotto il mare,
sotto i cortei?
Tornerò un giorno dicendo:
quello che non sanno gli annegati
è che se non avessero portato con loro
i loro grandi sogni
tutte le barche non sarebbero affondate.

24/10/2023

Stavo per mettere un boccone di lenticchie in bocca
quando un razzo si è avvicinato al nostro quartiere,
chiudendo la finestra del sole con un mucchio di terra.

E poiché sono un poeta,
sarei sicuramente morto.
Mio padre abbraccia i miei fratelli e mia madre
tra le sue braccia
in un angolo,
e io sto sotto le lastre di zinco e le schegge,
osservando questa scena
per scriverla.

Sono corso verso la strada,
come un bambino,
fino a quando il nostro vicino ha messo la mano di una bambina
sul marciapiede di fronte a me,
quindi non ho distolto lo sguardo,
così ho capito che ero cresciuto.

Tornai a casa,
la polvere del crimine aveva occupato tutto,
e sulla tavola da pranzo
cinque piatti
e quattro cucchiai
e sopra di me un soffitto bucato.

Non ho trovato il mio cucchiaio.

29/02/2024

La bambina il cui padre è stato ucciso
mentre portava un sacco di farina
sulla schiena
continuerà a gustare
il sangue di suo padre
in ogni pane.

25/04/2024

Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo
per piangere.
Oggi
i giovani liberi si sollevano nelle università
e non verrà promosso
chi non supererà l’esame di umanità.

Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo,
governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?

La mia voce, la vostra voce
e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia,
ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli
che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere
sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti
fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra
e nutrirvi.

Haidar al-Ghazali (2004). Poeta di Gaza. Finché gli è stato possibile ha studiato Letteratura inglese e Traduzione. Oggi la sua università è rasa al suolo. Dall’inizio dell’offensiva israeliana racconta l’assedio in versi, scrivendo ogni giorno, come lui stesso dice, «versi che sanguinano». Negli ultimi mesi i suoi testi sono apparsi, anche in traduzione, su diverse riviste. La poesia “I giovani liberi” letta in tutto il mondo nella traduzione “The intifada of the free youth”, e rivolta ai giovani in protesta nelle università occupate, contiene il verso che dà il titolo a questa raccolta. Leggere quotidianamente i suoi diari in versi, cercando di mantenere il contatto nonostante le continue fughe, i lutti e gli sfollamenti ha costituito un lavoro impegnativo e doloroso. Questo libro viene pubblicato nella speranza che un giorno potremo finalmente attraversare il Mediterraneo, noi e il nostro coetaneo al-Ghazali, e parlare di poesia con un passaporto alla pari.

Biografia tratta da “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, cit., pp. 75-76.




Noterella sui maturati bacchettoni, noia e ipocrisia

Maturo acerbo

Forse dovresti accorgerti di non essere più giovane quando “ragazzi” — uomini? se questo è un… — pressappoco della tua età iniziano a ripetere i soliti discorsi bacchettoni, parlando di generazioni di sfaccendati, sconsiderati, senza responsabilità. Per non parlare della magico-rituale locuzione: “ai miei tempi”.

A dire che “noi” (?!) fummo a nostra volta definiti “bamboccioni” (Padoa-Schioppa, Brunetta) e “choosy” (Fornero), circa tre lustri fa. E così via da sempre: già nelle fonti latine, i vecchi si lagnano degli ingrati giovani.
Per fortuna — penso — sono sempre stato fuori tempo e fuori da ogni tribù del Noi: un giovane-vecchio, anti-anagrafico, con amici ottantenni e diciottenni al contempo, in arcipelago.
E ho sempre trovato assurda la retorica della maturità perpetuata dagli adulti, uno strumento di indirizzamento costrittivo verso un modello, in fondo ‘potere’. Diranno per mantenere l’ordine, la pace…
Così sto sospeso e avviluppato nel ramo, tra maturità marce che frenano ma rivorrebbero l’acerbo, e acerbità già marce che sognano un altro maturo.

Come se alcuni casi isolati poi rappresentassero una “generazione”, divenendo il simbolo. Un simbolo del solito, noioso, inveterato depensiero: voi giovani, voi vecchi, o tempora, o mores, 60, 80, 100.
Che noia, che noia, nonnulla! Ma che facciano quello che vogliono con il proprio voto e con la propria pelle, ricordo…

[…]
Ole, quid ad te,
de cute quid faciant ille vel ille sua?
[…]
Dicere quindecies poteram, quod pertinet ad te:
sed quid agas ad me pertinet, Ole, nihil.

Olo, ma che importa a te
che fanno quello o quell’altro della propria pelle?
[…]
Quindici volte avrei potuto dirti quel che ti riguarda:
ma quel che fai, a me riguarda, Olo, un bel nulla.

Marziale, Epigrammi, 7.10 (traduzione mia).

E intanto, in un’altra costa del Mediterraneo, tra maturi e bimbi, prosegue lo sterminio.
Lì, silenzio.

“Chi sente il suono del razzo sopravvive.
Siamo ancora vivi fino a nuovo avviso.” [1]

Così ha scritto la poetessa e biochimica Heba Abu Nada (1991–2023), cinque giorni prima di morire, sotto i bombardamenti israeliani a Gaza.

Ancora, qui, 60, 80, 100.

 

 

[1] “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti, traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh, Fazi, Roma 2025,  p. 71.




Il Pasolini uscito alla maturità 2025 davvero non è pasoliniano?

Le persone che scrivono che il testo di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) uscito per la maturità non è “pasoliniano” forse ignorano grossolanamente le sfaccettature della sua poetica. Esistono testi più rappresentativi, si dice. Ma perché? Forse perché alcuni hanno letto solo un certo Pasolini, o lo hanno letto solo in un certo modo. Pasolini è scandalo ma anche fragilità, ardore ma anche delicatezza, dagli esordi fino al cosiddetto “Pasolini apocalittico” degli anni Settanta.

Se Pasolini pubblica come ultima silloge Trasumanar e organizzar (1971), è poi anche con L’hobby del sonetto – ignorato dai più e mai uscito come libro autonomo – che si coglie la sua intima desolazione, il senso profondo di esclusione dal consorzio civile, dovuto primariamente alla sua omosessualità. Pasolini fu il primo poeta italiano moderno a esporsi pubblicamente in questo senso. E si scaglia contro la società borghese anche perché si sente rigettato da essa. Pensando alla vicenda amorosa con Ninetto Davoli, parla di un «patto reciproco» che non si può sancire legalmente e di invidia per lo «stupido anellino», simbolo dell’amore borghese a lui negato (al riguardo rimando a questo mio contributo).

Premesso ciò, concentriamoci sul testo proposto per la prima prova della maturità 2025 come traccia A, tratto dalla Appendice I a Dal diario (1943-1944). Sicuramente non è il Pasolini più noto delle Ceneri di Gramsci (1957), non è il polemista degli Scritti corsari (1973-1975), ma trovo piuttosto scorretto e ingiusto liquidarlo come un ‘Pasolini non pasoliniano’: un poeta ‘lirico’ innocuo da cameretta, con utilizzo del termine in senso deteriore e snobistico.

Il percorso poetico di Pasolini esordisce all’insegna del friulano e della rivisitazione anche in italiano della tradizione lirica classica e in particolare dei temi idillico-elegiaci. Ma come non cogliere la desolazione di chi osserva da una stanza chiusa “un medesimo mondo” che non cambia durante il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale, mentre il cuore muta e avviene il passaggio dall’adolescenza alla maturità? Stupenda e per nulla banale è l’immagine delle “mille lune” che “non son bastate a illudermi di un tempo / che veramente fosse mio”. Pasolini ha sempre ricercato ossessivamente quel tempo e – se si legge attentamente il testo – la chiave interpretativa è proprio nell’ossimoro, cifra stilistica di tutto Pasolini.

La luna – simbolo ricorrente nella tradizione lirica e che può indicare anche la speranza d’amore – si rinnova quando il poeta riscopre “il canto antico”, proprio nel momento in cui il “perfetto inganno”, quello perpetuato dalla società repressiva, che lo tiene chiuso in camera, sembra non potere più dare spazio alla speranza di un mutamento. C’è tutto Pasolini in nuce, anche nella sua splendida naïveté, nel suo ideale di trovare in un mondo pre-industriale, antico, una possibilità di salvezza a quella lancinante desolazione. E così il Pasolini che passa dall’adolescenza alla giovinezza attraversa tutta la tradizione lirica, da Saffo a Pascoli, cercando di rivitalizzarla.

Chi lo ha studiato davvero sa che l’autore di Casarsa già dagli esordi è vicinissimo alla lirica greca arcaica, a Leopardi e a Pascoli – non a caso due poeti non propriamente inquadrabili, anche sul piano ‘sessuale’, nel modello normato della loro epoca. In sintesi, se si ignora questo Pasolini, non si capisce l’altro Pasolini. In questo c’è l’altro, e viceversa, inscindibilmente.

Ma questo, in fondo, importa poco. Il testo proposto alla maturità permette molteplici collegamenti con i programmi affrontati, dalla letteratura italiana a quella classica, fino alla storia e alla filosofia. Il problema è forse che PPP nei programmi nemmeno compare e in nessuna veste era mai comparso alla maturità. Non lo conoscono i discenti, ma forse nemmeno i docenti.

Ricordo che non fu mai menzionato nel mio programma di liceo, come fosse un tabù, se non dalla docente di inglese, che era all’avanguardia. Lo studiai per conto mio e decisi di portarlo io all’esame, dato che mai sarebbe potuto ‘uscire’, intitolando la tesina: Pier Paolo Pasolini: teoria e critica della società. E infischiandomene delle logiche di punteggio.

Da allora ho proseguito gli studi pasoliniani, dalla tesi di laurea triennale fino ai contributi scientifici più recenti. E continuo a parlare nelle aule di Pasolini, autore frainteso e ancora oggi poco compreso, usato spesso come insegna ideologica o ridotto a propaganda, come è emerso dal numero speciale che ho curato per l’Ulisse nel 2024: Pasolini e il suo mito. Tradizione letteraria e metamorfosi intermediali.

Mi auguro quindi, al di là delle polemiche, che il suo tardivo ingresso alla ‘maturità’ sia un segnale per iniziare a studiarlo seriamente nelle scuole, insieme al vivo pullulare letterario del secondo Novecento, da Andrea Zanzotto a Vittorio Sereni, fino alla contemporaneità anni Duemila, di cui urge riappropriarsi.

Invece, si è tornati indietro, negli anni Sessanta/Settanta si studiavano i poeti e gli autori viventi, ora non solo sono ignorati i contemporanei, ma anche i loro predecessori novecenteschi vengono trattati frettolosamente, solo se ‘avanza’ tempo. E tempo non avanza quasi mai…

Appendice I, Dal diario (1943-1944)

Mi ritrovo in questa stanza

col volto di ragazzo, e adolescente,

e ora uomo. Ma intorno a me non muta

il silenzio e il biancore sopra i muri

e l’acque; annotta da millenni

un medesimo mondo. Ma è mutato

il cuore; e dopo poche notti è stinta

tutta quella luce che dal cielo

riarde la campagna, e mille lune

non son bastate a illudermi di un tempo

che veramente fosse mio. Un breve arco

segna in cielo la luna. Volgo il capo

e la vedo discesa, e ferma, come

inesistente nella stanca luce.

E così la rispecchia la campagna

scura e serena. Credo tutto esausto

di quel perfetto inganno: ed ecco pare

farsi nuova la luna, e – all’improvviso –

cantare quieti i grilli il canto antico.




Un poemetto omoerotico attribuibile a Torquato Tasso (Università di Cambridge, Queer & Trans philologies)

Non perdete l’opportunità di seguire il convegno internazionale Queer & Trans philologies presso l’Università di Cambridge oggi e domani. Domani, sabato 23 marzo, alle 11.45 (ora italiana), Francesco Ottonello presenterà un intervento intitolato “A homoerotic poem attributable to Torquato Tasso: Ganimede rapito” (“Un poemetto omoerotico attribuibile a Torquato Tasso: Ganimede rapito“), condividendo i risultati della sua ricerca condotta durante il dottorato su un manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma, che finora non ha ricevuto un’adeguata attenzione critica e che potrebbe gettare nuova luce sulla figura di Torquato Tasso.
Presentiamo l’abstract ufficiale dell’intervento in inglese con la traduzione in italiano.

Abstract

In this paper, I aim to present a study on Ganimede rapito (“Abducted Ganymede”), a mythological poem comprising 50 hendecasyllabic octaves. This poem is known through a singular source, found within the Ms. Pal. 211 (Biblioteca Palatina, Parma). It features two distinct sections of varying handwriting and origins: the poem “Ganimede rapito” and a 17th-century satirical piece “Against lust” by Lorenzo Azzolino.
The manuscript attributes explicitly this poem to Torquato Tasso. Confirming its authorship could potentially shed new light in a queer perspective on the biography of one of Italy’s most celebrated literary figures.
In 1893, the poem was published for the first time in a limited run of sixty copies by Angelo Solerti. In doing so, the scholar raised questions about its attribution to Tasso. Yet, he left this attribution issue unresolved, and regrettably, it has received scant attention since.
Exploring the correspondence between Giosuè Carducci and Angelo Solerti, it becomes evident that Solerti’s judgment was significantly influenced by Carducci’s authoritative opinion. Nonetheless, Carducci’s perspective, while influential, ultimately led Solerti astray. Carducci described Ganimede rapito as an “apotheosis of pederasty”, subsequently arguing against attributing it to Torquato Tasso.
This poem undeniably belongs to the specific genre of Renaissance mythological poetry, inspired by Ovid’s Metamorphoses, and centered on erotic themes. This genre flourished in Italy during the 1530s to 1550s and counted major representatives such as Luigi Alamanni and Bernardo Tasso, the father of Torquato.
Supported by various pieces of evidence, it is plausible to attribute this poem to Torquato Tasso’s early adolescence, dating it to approximately 1557-1559. In conclusion, Tasso seems to have composed a mythological poem in the Ovidian tradition with Ganymede as the main character, a mythological figure that has long represented an icon of homoeroticism, both in Antiquity and the Middle Ages.
Ganimede rapito (“Abducted Ganymede”), a mythological poem comprising 50 hendecasyllabic octaves. This poem is known through a singular source, found within the Ms. Pal. 211 (Biblioteca Palatina, Parma). It features two distinct sections of varying handwriting and origins: the poem “Ganimede rapito” and a 17th-century satirical piece “Against lust” by Lorenzo Azzolino.
The manuscript attributes explicitly this poem to Torquato Tasso. Confirming its authorship could potentially shed new light in a queer perspective on the biography of one of Italy’s most celebrated literary figures.
In 1893, the poem was published for the first time in a limited run of sixty copies by Angelo Solerti. In doing so, the scholar raised questions about its attribution to Tasso. Yet, he left this attribution issue unresolved, and regrettably, it has received scant attention since.
Exploring the correspondence between Giosuè Carducci and Angelo Solerti, it becomes evident that Solerti’s judgment was significantly influenced by Carducci’s authoritative opinion. Nonetheless, Carducci’s perspective, while influential, ultimately led Solerti astray. Carducci described Ganimede rapito as an “apotheosis of pederasty”, subsequently arguing against attributing it to Torquato Tasso.
This poem undeniably belongs to the specific genre of Renaissance mythological poetry, inspired by Ovid’s Metamorphoses, and centered on erotic themes. This genre flourished in Italy during the 1530s to 1550s and counted major representatives such as Luigi Alamanni and Bernardo Tasso, the father of Torquato.
Supported by various pieces of evidence, it is plausible to attribute this poem to Torquato Tasso’s early adolescence, dating it to approximately 1557-1559. In conclusion, Tasso seems to have composed a mythological poem in the Ovidian tradition with Ganymede as the main character, a mythological figure that has long represented an icon of homoeroticism, both in Antiquity and the Middle Ages.

Abstract (traduzione in italiano)

Si presenta uno studio sul “Ganimede rapito”, un poemetto mitologico di 50 ottave di endecasillabi. Il poemetto è trasmesso da una singola fonte manoscritta, il Ms. Pal. 211 (Biblioteca Palatina, Parma), che presenta due sezioni di mano e provenienza diverse: il cinquecentesco “Ganimede rapito” e la satira seicentesca “Contro la lussuria” di Lorenzo Azzolino.
Il manoscritto reca un’attribuzione esplicita a Torquato Tasso. Confermare la sua paternità potrebbe potenzialmente gettare nuova luce in una prospettiva queer sulla biografia di uno degli autori più celebri della letteratura italiana.
Il poemetto è stato pubblicato per la prima volta nel 1893, in una tiratura di sole sessanta copie da Angelo Solerti. Lo studioso sollevò dubbi sulla sua attribuzione a Torquato Tasso, lasciando irrisolta la spinosa questione attributiva che finora ha ricevuto scarsa attenzione da parte degli studi.
Grazie a un’analisi della corrispondenza tra Giosuè Carducci e Angelo Solerti, si evince che il giudizio di Solerti fu significativamente influenzato dall’opinione autorevole di Carducci. Tuttavia la prospettiva carducciana trasse Solerti in inganno. Carducci descrisse il “Ganimede rapito” come una “apoteosi della pederastia”, argomentando per questo motivo contro l’attribuzione a Torquato.
Il poemetto appartiene innegabilmente allo specifico genere del poemetto mitologico rinascimentale ispirato alle Metamorfosi ovidiane e incentrato su temi amorosi. Questo genere fiorì in Italia durante gli anni 1530-1550 e tra i maggiori rappresentanti si possono annoverare Luigi Alamanni e lo stesso Bernardo Tasso, padre di Torquato.
Con il supporto di varie prove risulta plausibile attribuire questo poemetto alla prima adolescenza di Torquato Tasso, datandolo approssimativamente al 1557-1559. In conclusione, Tasso sembrerebbe aver composto un poemetto mitologico di ispirazione ovidiana con Ganimede come personaggio principale, una figura mitologica che nel corso dell’Antichità e del Medioevo aveva svolto il ruolo di icona dell’omoerotismo maschile.

Per il programma completo del convegno:

https://www.crassh.cam.ac.uk/events/39800/#programm

Per registrarsi e seguire il convegno online richiedere il link alla seguente email:

queertransphilologies@gmail.com

https://www.eventbrite.com/e/queer-trans-philologies-tickets-799960191467




Un’inedita ballata di Gabriele Galloni: “Ganimede”

Agli scomparsi in cielo, ai Ganimedi

F. O.

Pochi mesi fa, in modo del tutto imprevisto, come un prodigio: la scoperta di un inedito di Gabriele Galloni diciottenne è come se avesse aperto un varco temporale, un nuovo spazio di dialogo: ciò che la poesia può fare.

Lessi la prima volta delle poesie di GG in rete nel 2018, mi colpirono per l’incisività da epigramma greco, la levigatezza del verso con grazia penniana, turbata però da un impulso erotico a tratti sadico, e da un senso tragico, altissimo, della scomparsa. Lo invitammo nel ’19 alla rassegna che organizzavo a Milano con il gruppo studentesco Lampioni Aerei, divenuto associazione, sorto all’Università degli Studi di Milano: “MediumPoesia. Poesia e Contemporaneo”[1]. Non racconto oltre, di noi.

Ora che per me sta per terminare questo tempo sospeso, di ricerca entusiasmante, ossessiva e totalizzante per la tesi di dottorato, sul mito di Ganimede, potrò concludere il viaggio intorno a questa figura, proprio ricordando il Ganimede di Gabriele Galloni.

Un’avventura – sempre a venire – mitologica che trova il suo inizio letterario nei tempi remoti dell’Iliade omerica, e che persiste, con variazioni da Ovidio a Goethe, da Virgilio e Shakespeare, da Christine de Pizan a Marguerite Yourcenar, fino a oggi. Nella letteratura italiana, di cui mi occupo fondamentalmente nella tesi, si trovano rielaborazioni del mito di Ganimede tra gli autori più celebri: Dante, Petrarca, Boccaccio, Alberti, Poliziano, Boiardo, Ariosto, Tasso, Marino, Parini, Alfieri, Leopardi, Saba, fino al contemporaneo Franco Buffoni.

Gabriele Galloni rielabora il mito mostrando dei debiti diretti, in alcuni casi, nei confronti di questa estesa tradizione che, in estrema sintesi, ha interpretato la figura principalmente in due modi, non sempre disgiunti: erotico (poiché Ganimede diviene amasio, oltre che coppiere, di Zeus/Giove), trascendente-ascetico (poiché Ganimede rappresenta un caso eccezionale di mortale straordinariamente bello, che ascende in cielo e ottiene eterna giovinezza e immortalità).

Mi limito qui a riportare il testo galloniano su Ganimede, di cui intendo fornire un’analisi stilistica e sulle fonti più dettagliata nella tesi. Bisogna però precisare che esattamente a dieci anni fa, al 2013, risale Symbolum ’13[2]: la versione musicata e riscritta del testo in una chiave cristologica dal teologo morale Dario Coppola, con beneplacito di Gabriele. GG inviò personalmente il testo a Coppola, con l’invito esplicito a realizzarne una partitura musicale, di cui il giovane poeta rimase particolarmente entusiasta. E non posso che ringraziare Dario Coppola per avermi messo a disposizione il testo originale scritto da GG.

Nella seconda versione riscritta da Coppola, il desiderio amoroso per Ganimede espresso dall’io poetico muta in quello per Cristo. D’altronde la lettura di Ganimede come figura Christi non è nuova, ma risale al Medioevo, e si trova in particolare nel poema in francese antico noto come Ovide moralisé.

Bisogna quindi considerare il testo originale con protagonista Ganimede come una ballata scritta con l’intendimento che vi potesse essere una partitura musicale alla base. Il componimento consta di tre strofe di sette endecasillabi perfetti con schema di rima ABABABCC, e la scelta di definirla lato sensu ‘ballata’ risale al poeta, per indicare la gioia festante dell’innamoramento. Nonostante una certa scolasticità della composizione, comprensibile per la giovanissima età dell’autore, si trovano in nuce diversi stilemi del ‘gallonismo’: «una cifra tematica e stilistica così distintiva da rischiare il precoce automanierismo»[3], come ha scritto Roberto Batisti.

 Colpisce l’originalità con cui viene affrontato il mito: la prospettiva dell’Io è quella di un adolescente coetaneo, o poco più grande, di Ganimede, con cui si configura un’unione terrestre, fisico-erotica ma al contempo celeste e divina con il personaggio del mito rapito in cielo.

Francesco Ottonello

Ganimede

Dolce è il dolore come un’onda lenta
che a poco a poco unisce i nostri sessi,
Ganimede; il dolore che ci tenta
la carne, che ci stringe negli amplessi,
Ganimede; la morsa sonnolenta
a cui ci abbandoniamo a poco a poco,
senza pensieri, dolce, santo fuoco.

La notte è silenziosa e ancora bianca
di stelle; silenziosa come i baci
dei fiori sulle tombe vuote, e bianca
come un leggero crepitio di braci
che tutto intorno a noi brucia e si sfianca,
pallido e silenzioso. E tu mi guardi,
mi ti avvicini pieno di riguardi…

Stringiti a me, più forte. La tua bocca
non abbia che il singhiozzo bianco e lieve
della mia carne, Ganimede, tocca
l’amore, stringi, bacia. Il sogno beve
l’ultima voluttà del corpo… bocca
di fiore, bocca che non si concede,
amore: forza, sogna. Ganimede…




“Il dio di Norimberga” di Alessandro Baldacci

Il dio di Norimberga

Alessandro Baldacci (Padova 1970), docente di Letteratura Contemporanea all’Università di Varsavia,  autore di importanti monografie sul tema del tragico in poesia e su poeti quali Amelia Rosselli, Milo De Angelis, Andrea Zanzotto, Giorgio Caproni, recentemente ha dato alla luce il suo ‘esordio’ poetico con Il dio di Norimberga (peQuod, 2023).

Il lavoro è caratterizzato, innanzi tutto, da un raffinato impianto macrostrutturale in cinque sezioni (Il dio di Norimberga, Ufo, Il ballo delle baccanti, Abbraccia le mosche, Oppure), ognuna comprendente dalle due alle sei sequenze. Ogni sequenza, a sua volta, si compone di frammenti numerati in cifre romane, leggibili senza soluzione di continuità. I frammenti di ogni sezione possono essere di diverso numero, dai 5 ai 28, ma sono tutti uniformemente costituiti da ottave.

Pertanto l’intero libro può essere letto come un peculiare poema transmoderno [1], in cui l’elemento fantascientifico degli ufo si connette a quello mitologico delle Baccanti, mediante un immaginario che si muove con fluidità dalla tragedia di Euripide al cinema di Truffaut. Si registra inoltre una particolare attenzione a specifici eventi storici, fino alla pandemia di Covid-19, riverberata nella sequenza (Sotto la sabbia) che apre la terza sezione (Il ballo delle baccanti), chiusa da Dino muore, proposta qui integralmente. È una delle più brevi del libro, sei frammenti, in versi decasillabi. Come indica l’autore «questa breve sequenza parte dalla morte per setticemia di Dino Campana nel 1932 e poi prende strade completamente impreviste, autonome, che portano a micro-derive, a fantasmi e ricombinazioni di una realtà che non cessa di manifestarsi come forma aliena» (Nota, p. 176).

Anche qui, tra Euridice-mosca e il poeta Dino Campana morente, tra l’oralità di diverse lingue e la fruizione videografica, tra ufo e baccanti, torna la figura ‘protagonista’ di Kaspar: un «bambino apparso, praticamente dal nulla, nel maggio del 1828, in una piazza di Norimberga» (Nota); una sorta di dio inquieto, allucinato e allucinatorio, dai confini affatto netti, piuttosto rappresentativo del ‘transmoderno’. La penultima sequenza del libro intitolata Guarda Kaspar si apre e si chiude con delle immagini in bianco e nero: un bimbo in fuga in uno spazio alieno, aperto, incerto.

Francesco Ottonello


da Il dio di Norimberga (peQuod 2023)

Dino muore

I.

«Dino muore e non muove la testa»,

 ripetevano in coro parlando

dello scroto sul filo spinato

mentre lui divorava la torta,

ricordava la terra sognando

le baccanti vestite di rosso,

gli ufo in cielo, perduto negli occhi

di Euridice coperta di mosche.

II.

Metti adesso nel muro la testa

e poi resta così fino a quando

dell’inverno diranno soltanto:

«era un treno in cui mettere tutti

nascondendo Euridice nel palmo,

inseguendo con Dino le mosche

dentro gli occhi di Kaspar che piange,

mentre ridono in russo o in tedesco».

III.

Poiché ridono in russo o in tedesco

e nel video non sa cosa dire

Dino mette le mani nel forno,

canta assieme alle streghe nel palmo,

come Kaspar, coperto di sabbia,

mentre abbraccia Euridice, le mosche,

ricordando a sé stesso che in fondo

le baccanti lo seguono sempre.

IV.

Mentre ridono in russo o in tedesco

Dino muore e non muove la testa,

come Kaspar che fissa per ore

sullo schermo l’arrivo degli ufo,

senza un grido, cercando soltanto

le baccanti di sempre che infine

riconsegnano tutti alle mosche,

nascondendosi dietro a Euridice.

V.

Dino conta fino a dieci

e poi lascia sotto l’acqua

le bambine che in passato

gli riempivano la bocca

con la sabbia presa in piazza,

fino a quando lo accarezza

come un topo la certezza

che Euridice sia una mosca.

VI.

«Una mosca o la fine del mondo?

Chi pensi che mai sia Euridice?»,

chiede Dino che muore, sfiorando

sia lo scroto che il filo spinato,

mentre Kaspar nasconde la testa,

cerca gli ufo sin sotto la sabbia,

e sorride soltanto se incontra

le baccanti vestite di rosso.

Note

[1] Sul concetto di transmodernità in poesia sono intervenuto recentemente su MediumPoesia a proposito del XVI Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2023) e nella mia monografia sull’opera di Franco Buffoni (Pensa MultiMedia, 2022).

Link articolo: https://www.mediumpoesia.com/alla-soglia-transmoderna-del-xvi-quaderno-ottonello/

Link anteprima monografia: https://www.leparoleelecose.it/?p=45595




Alla soglia transmoderna del ‘XVI Quaderno’: sguardi incrociati sui Quaderni Italiani di Poesia Contemporanea.

XVI Quaderno

Oggi esce il nuovo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea a cura di Franco Buffoni, il XVI, com’è tradizione – dal VI Quaderno del 1998 – per Marcos y Marcos, mentre i primi cinque Quaderni (1991-1996) uscirono per Guerini e Associati (I-IV), e Crocetti (V).

Non solo un libro – dal peculiare genere ibrido che definirei ‘antologia critica di raccolte poetiche individuali’ (sette) – ma un vero e proprio evento (amato, odiato, sicuramente discusso) nel microcosmo della poesia italiana, se come scrive Davide Castiglione «i Quaderni rimangono quanto più di vicino abbiamo – per il prestigio dell’iniziativa, la sua centralità culturale e la durata nel tempo – alla formazione quantomeno potenziale di un canone»[1].

Difatti nei primi otto quaderni, dal 1991 al 2004, si trovano voci poetiche oggi ampiamente riconosciute e in alcuni casi piuttosto imitate dalle nuove generazioni: come Guido Mazzoni e Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Rosaria Lo Russo, passando per Claudio Damiani e Maria Luisa Vezzali, Gian Mario Villalta ed Elisa Biagini. Risultano inclusi anche poeti-narratori come Aldo Nove, Emanuele Trevi e Flavio Santi (all’esordio come ‘dialettale’ in friulano), poeti a vocazione lirica, talvolta classicheggiante, come Alessandro Fo, Roberto Deidier, Paolo Febbraro, Gabriel del Sarto; e parimenti vi sono poeti votati alla sperimentazione formale come Andrea Raos, Andrea Inglese e Dome Bulfaro. Meriterebbe uno studio a sé soltanto la prima stagione dei Quaderni, che si chiude a mio avviso, con i primi due volumi degli anni Zero, che includono: Dome Bulfaro, Stelvio Di Spigno, Gabriela Fantato, Pierre Lepori, Massimiliano Palmese, Stefano Raimondi, Andrea Temporelli (VII, 2001); Fabrizio Bajec, Vanni Bianconi, Nicola Bultrini, Andrea De Alberti, Tommaso Lisa, Annalisa Manstretta, Luigi Socci (VIII, 2004):

Quella che individuerei come ‘seconda stagione’ dell’esperienza dei Quaderni si apre presentando un netto divario tra le istanze avanguardistiche (o postliriche, dette anche ‘di ricerca’) e liriche (o neoliriche, talvolta ‘neo-orfiche’). Risulta esemplare la rosa dei nomi del IX Quaderno (2007): accanto ai due autori del dirompente Prosa in prosa (2009, II ed. 2020), Alessandro Broggi e Marco Giovenale, si registra la presenza degli ‘stregati’ Maria Grazia Calandrone e Mario Desiati, e poi dei ‘lirici’ Massimo Gezzi, Giovanni Turra e Luciano Neri. Una polarità confermata, seppure in modo meno sfumato, dalla scelta dei nomi del X Quaderno (2010): Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa, e Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci.

Indicative al riguardo sono le parole di Matteo Fantuzzi che, in una relazione al “XXIV Congresso ADI 2021”[2], ha specificato come «l’impianto di dialogo generato da Franco Buffoni, anche tra realtà geograficamente e concettualmente distanti, tra identità differenti, crei una sorta di clima complessivo, una idea di possibilità collettiva di fronte ad un impegno comune, all’interno di un mondo editoriale e sostanziale mutato rispetto agli anni della raboniana Guanda». Una realtà che Fantuzzi – riprendendo le immagini e i concetti di «sogno di arcipelaghi» e «isola aperta» (presenti nei miei lavori Isola aperta, Interno Poesia 2020, e Futuro Remoto, “XV Quaderno”, 2021) – definisce una «possibilità di intreccio di mondi e isole difficilmente dialoganti tra loro», «un’isola aperta e una infinità di ponti da attraversare per raggiungere ulteriori isole».

Ma queste isole – potremmo chiederci – sono davvero entrate in dialogo, a livello testuale, nella poesia delle più recenti generazioni?

 “La poesia di ricerca nell’orizzonte contemporaneo non è ancora effettivamente partita o almeno pienamente penetrata?”. Questa la domanda che Gilda Policastro, inclusa a sua volta come poeta nel X Quaderno (2010), rivolgeva agli ‘inquadernati’ del XIII Quaderno (2017): Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini, Jacopo Ramonda. Pur cogliendo gli esiti maturi dei poeti di quel Quaderno, nella sua recensione, Policastro lamentava un «orizzonte» che restava alla base «interamente lirico» (nonostante siano espliciti i debiti di Ramonda verso la ‘prosa in prosa’)[3].

Proprio Claudia Crocco, nella recensione su «Semicerchio» al XV Quaderno, osservava come risulti alquanto diversificato lo stile e il soggetto enunciativo delle sette sillogi: «Meloni, Franceschetti e Del Sarto sono fedeli a una lirica più tradizionale, ma quella di Del Sarto è anche una forma di parodia, mentre i testi di Franceschetti (il più deangelisiano […]) sono più filosofici. Nelle poesie di Bertini e di Sermini, in modi diversi, è presente una riflessione sul piano morale, mentre Ottonello sembra credere più degli altri nell’oltranzismo formale (e linguistico) come principio di poetica. Le poesie e le prose di Burratti, invece, sono quelle più sperimentali dal punto di vista del soggetto dei testi»[4].

Un altro punto a mio avviso centrale da approfondire in sede critica sarebbe quello legato al tema dell’identità, al rapporto tra le istanze di poesia engagé e lato sensu erotica, alle configurazioni della relazione io-mondo nei testi poetici degli ultimi decenni. Niccolò Scaffai su “Allegoria”[5], a proposito dell’XI Quaderno (2012) che apriva gli anni Dieci, osservava che al centro delle poesie degli ‘inquadernati’ – Yari Bernasconi, Azzurra D’Agostino, Fabio Donalisio, Vincenzo Frungillo, Eleonora Pinzuti, Marco Simonelli, Mariagiorgia Ulbar – vi era «la ricerca di un rapporto tra il soggetto e la realtà (la storia, le esistenze), che le sospinge verso una soglia etica». E anche Maria Grazia Calandrone sul “Manifesto”[6] parlava di responsabilità della poesia, riscontrando una certa «presa in carico di una coralità umana, subumana, superumana o parzialmente umana».

Dalle letture condotte in anteprima sull’ultimo Quaderno (oltre che su diverse sillogi uscite in questi anni), mi sembrerebbe plausibile pensare che, passato un decennio, i poeti Millennials tendenzialmente siano decisamente interessati a esplorare tematiche, direzioni, strategie stilistiche, soluzioni formali connesse al tema della ‘dis-identità’ tra soggetto e realtà, all’impossibilità dell’impegno unidirezionale verso un obiettivo prestabilito.

L’intento non è scovare o costruire un luogo possibile nel mondo attraverso la poesia, semmai dare forma all’impossibilità di riconoscersi in qualcosa di fisso e definito. Il poeta della generazione-arcipelago non si pone forse nemmeno più il problema di potere agire in modo attivo e propositivo nel mondo per modificarlo. Forse la possibilità della nuova poesia sta nella forza queer della ‘disidentificazione’, più che nella ricerca dell’individualità dello stile e della deindividuazione del soggetto tardo-novecenteschi, di cui parlano rispettivamente nei loro saggi i poeti-critici Maria Borio (Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2020) e Riccardo Socci (Modi di deindividuazione. Il soggetto nella lirica italiana di fine Novecento, Mimesis 2022). La poesia ipercontemporanea può forse sondare nuove possibilità di esistere in un nuovo paradigma di ‘transmodernità’ (vd. infra): l’esistenza nel bilico dell’irrealtà, la vita nella virtualità che invade la realtà, la guerra a pezzetti che si riproduce (anche e non solo) nei cervelli iper-notificati.

Buffoni parla infatti di «Poete e poeti [che] non si fanno più alcuna illusione circa la possibilità di incidere sulla realtà del mondo in cui viviamo, ma che questa realtà non possono fare a meno di fotografare e di trasmettere filtrata attraverso la mediazione artistica»[7]. E ricordando la recente indagine di Roberto Cescon sul ‘Nuovo Sentire’[8], si può sottolineare un «intenso riferirsi alla dimensione biologica e neurocognitiva» nella poesia dei più giovani.

D’altronde, già nel XV Quaderno, al di là del mio Futuro remoto – definito «a dominante distopica» con una «spazialità sfuggente, “rizomatica”, che allude a una temporalità molteplice» dal prefatore Paolo Giovannetti – un forte senso di impossibilità e disincanto permeava le sillogi dei miei ‘colleghi’. In modo palese nel nichilismo trionfante e beffardo di Simone Burratti e nella tragicità prosciugata e suicida di Emanuele Franceschetti. In modo più sfumato nel sentimentalismo sonante e sfiduciato di Linda Del Sarto, e nella lingua glottologica dell’oblio di Sara Sermini, fino a un’impossibilità, meno di sostanza, nel respiro oltremontano di Meloni e nella sagacia tragicomica di Dario Bertini.

E non mancavano certamente scritture di ‘allarme’ nei precedenti Quaderni: penso in particolare alle interessanti scritture di soglia di Maria Borio con le sue ‘trasparenze’ (XII Q.) e di Carmen Gallo tesa tra ‘fughe’ e spazi chiusi (XIV Q.), ma anche alla classicità allarmata di Marco Corsi (XII), o alle deformazioni apprensive di Andrea Donaera (XIV). Ulteriori sondaggi potrebbero essere fatti sugli altri ‘inquadernati’ del XII (oltre a Borio e Corsi), ovvero Maddalena Bergamin, Lorenzo Carlucci, Diego Conticello, Alessandro De Santis, Samir Galal Mohamed, e sui poeti del più recente XIV che (oltre a Gallo e Donaera) include Pietro Cardelli, Raimondo Iemma, Maddalena Lotter, Paolo Steffan, Giovanna Cristina Vivinetto.

Nella selezione da parte del comitato per il XVI Quaderno mi sembra però che venga rimarcata con più nettezza una direzione – già presente seppur meno esplicitamente nei precedenti Quaderni della ‘seconda stagione’ – ovvero quella che definirei ‘transmoderna’.

Personalmente mi pare sia infatti da superare una volta per tutte il paradigma di postmodernità. Forse valeva maggiormente per una generazione di critici e poeti cresciuti a finte rivoluzioni, a reale berlusconismo, in un immaginifico postmoderno. A me non pare di essere in nessun ‘dopo qualcosa’. Siamo in una fase, invece, di transizione fondamentale, e da poeti è fondamentale comprenderlo: un momento di soglia e passaggio dal meccanico al digitale, dal reale al virtuale, dall’unica via nettamente stabilita (straight) all’indefinibilità delle possibilità (queerness, anche della Fisica come ha osservato Karen Barad). Transmodernità come fluidità tra possibilità e impossibilità stesse, divenendo l’impossibilità e l’indeterminatezza lo statuto del possibile. Sia che questo passaggio lo si interpreti in senso apocalittico sia in senso entusiastico, non lo si può, non lo si dovrebbe, negare. Per essere poeti in questo nuovo paradigma è forse necessario entrare nel transito, e approdare a quel ‘Terzo Paesaggio’ (nozione di Gilles Clément) che per Laura Pugno[9] si addice al genere poetico.

Ho rielaborato il concetto di ‘Transmodernità’ in rapporto alla poesia a partire dai saggi della filosofa Rosa María Rodríguez Magda (vd. Transmodernidad, 2004; cfr. Enrique Dussel, Postmodernità e transmodernità) in un contributo di prossima uscita per “Labirinti”[10] dell’Università di Trento (n. 196, 2023) e nella mia recente monografia[11] sull’opera di Franco Buffoni (Multimedia, 2022), poeta egli stesso entrato in un pieno orizzonte di transmodernità con la silloge Betelgeuse e altre poesie scientifiche. Con Transmodernità in poesia si intende:

un superamento di alcune rigide dicotomie: avanguardia (scritture di ricerca) – retroguardia (lirica), Io maschile – Io femminile, centro – periferia (Imperi – Colonie). Di conseguenza il modo di concepire e vedere il mondo non parte più necessariamente (soltanto) da una prospettiva normativa, maschile e patriarcale, limitatamente eurocentrica, o – nel caso della poesia italiana – italocentrica, ma da diversi punti sincretici, non gerarchici, collegati tra loro come in un arcipelago. Transmodernità anche come superamento della crisi postmoderna, di una società non più meramente frammentata e consumista, in cui all’edonismo e al disimpegno ludico si sostituisce una postura responsabile e responsiva, pur se improntata al disincanto e a un senso di impossibilità. In un paradigma di transmodernità rientrano più facilmente i concetti di rizoma, tecnologia, globo, con una prospettiva relativistica ma totalizzante, che non solo accetta la differenza ma la ritiene una parte fondamentale per comprendere il tutto con un valore ‘transinclusivo’. Se il concetto di modernità giunse all’apogeo con le avanguardie del primo dopoguerra, stabilendo chi fosse egemonico, il transmoderno interpreta la necessità del tutto in tutte le prospettive. La transmodernità può essere dunque vista come una sintesi tra modernità e postmodernità. Si parla di ‘simultaneità’, di cyberspazio, di glocal – e volendo anche di metaverso – con una coesistenza degli elementi del reale e del simulacro (virtuale). Quella che era la coscienza dell’individuo postmoderno all’interno di questo paradigma si fa social: un individuo nuovo nel mondo delle reti. Se lo spirito diventava corpo nella postmodernità, diviene ibrido, cyborg o proiezione virtuale nella transmodernità. Se il protagonista era per lo più maschile ed eterocentrico all’interno di un paradigma postmoderno, nella transmodernità trovano rappresentazione sia soggetti femminili autodeterminati sia soggetti divergenti, queer. L’oralità che entrava nella scrittura nel postmoderno ora diviene schermo. Il concetto di Transmodernidad col suo prefisso latino trans è dunque in grado di connotare l’emergente cambiamento socioculturale, economico, climatico, politico-filosofico di fine Novecento e primi anni Duemila ben oltre la postmodernità, potendosi leggere in relazione ai concetti di ‘modernità liquida’ di Bauman e di ‘deserto del reale’ di Žižek. Una nozione che risulta più ampia e radicale rispetto a quella di postmodernità, avendo una relazione strutturale non solo con la globalizzazione, ma con l’informatizzazione e la conseguente esigenza di rinnovamento.

Penso che una lettura attenta di questo Quaderno XVI (ma anche del XV e parzialmente dei precedenti Quaderni) possa rimarcare come sia finita l’epoca del ‘dopo la lirica’ (sulla scorta di Enrico Testa), del ‘postremo’ (per dirla con Andrea Afribo), o della ‘ultima poesia’ (seguendo la già citata Policastro). O meglio penso che possa far capire come non sia mai iniziata. È arrogante da parte nostra ritenere di essere arrivati al capolinea, si è solo davanti all’ennesimo precipizio della storia, che forse un tempo sapremo non essere mai esistito.

La poesia è il tempo unito della diversione e della conversione, e a maggior ragione in un paradigma di transmodernità non c’è ordo (prima o dopo in linea retta), solo simul (la simultaneità delle tradizioni). In conclusione, con le voci raccolte da parte di Franco Buffoni e il comitato dei Quaderni – di Michele Bordoni, Marilina Ciaco, Alessandra Corbetta, Dimitri Milleri, Stefano Modeo, Noemi Nagy, Antonio Francesco Perozzi – si entra a mio avviso nel pieno della ‘Transmodernità’.

Diversi poeti del XVI lo fanno in modo esplicito e problematizzante, con uno schiacciamento verso la stretta contemporaneità e un uso massiccio di linguaggio scientifico e tecnologico: Perozzi in bottom text mediante una sintesi versificatoria brillante e sarcasmo acuto, mentre Milleri con Nel pieno di nor e Ciaco con Gli anni del disincanto attraverso un ricercato impianto intellettuale e la giustapposizione fluida di versi e prosa. Invece Bordoni preferisce uno stile versificatorio mediato dalla classicità, da molteplici tradizioni storico-letterarie, e da disparati inserti  linguistici, dal vietnamita al sardo, con Il duca di Sullun (un Nullus capovolto alter ego del nor di Milleri?). Vi sono dei segnali notevoli di ‘transmodernità’ anche in opere cosi antitetiche come quella empatica, tesa alla responsabilità collettiva, rivolta al ‘ritorno alla partenza’ di Modeo (Partire da qui); e quella chirurgica e improntata alla dissezione, anzitutto anatomica, di Nagy (L’osso del collo); e persino sottotraccia nel lirismo fiabesco del poemetto Sempreverde di Corbetta, con protagoniste le voci delle bambine (quest’ultima da saggista si occupa di Media Studies ed è l’unica tra gli ‘inquadernati’ nata poco prima degli anni Novanta). In sintesi, ogni poeta della generazione-arcipelago nota come Millennials mostra un’urgenza di esplorare (o perlomeno non ‘riesce’ a escludere del tutto), ognuno con la sua scrittura ben distinta, l’orizzonte che in Futuro remoto ho chiamato ‘transumano’.

Certamente rimane da vagliare la tenuta dei singoli esiti degli ‘inquadernati’ e attendere i loro eventuali  percorsi futuri. E sarà da osservare, criticamente, se oltre alla spinta verso il ‘Futuro’ vi sia nelle scritture un legame profondo con il ‘Remoto’. Una poesia che non sia solo calcolo intellettuale, slancio sul precipizio, esibizione di cultura, ma un attraversamento responsivo dei multiversi delle tradizioni in convergenza, possibile – come direbbe Buffoni – solo con una ‘poetica’ autentica, ovvero che regga, alle sfide dello spaziotempo.

Francesco Ottonello

 

Link dei contributi citati


[1] https://www.labalenabianca.com/2019/05/07/xiv-quaderno-di-poesia-italiana-il-setaccio-dei-poeti/.

[2] https://www.francobuffoni.it/files/pdf/fantuzzi_adi.pdf

[3] http://www.francobuffoni.it/files/pdf/gilda_su_quaderno.pdf

[4] https://www.francobuffoni.it/files/pdf/semicerchio_c_crocco_xv_quaderno.pdf

[5] https://www.francobuffoni.it/files/pdf/xiq_n_scaffai_allegoria.pdf

[6] https://www.francobuffoni.it/files/pdf/calandrone.pdf

[7] https://www.glistatigenerali.com/letteratura/i-quaderni-e-la-poesia-intervista-a-franco-buffoni/

[8] https://www.pordenoneleggepoesia.it/nuovo-sentire/

[9] https://www.leparoleelecose.it/?p=35317

[10] https://www.lettere.unitn.it/219/collana-labirinti

[11] https://www.leparoleelecose.it/?p=45595




“Sonetti d’amore per King-Kong”: l’esordio di Gino Scartaghiande

Sonetti d'amore per King-Kong

Sonetti d’amore per King-Kong, un esordio poetico del 1977 da ricordare e riconsiderare, poiché in grado di rileggere la tradizione con un’ossessione tragica dell’oggi, mediante una spinta mitopoietica originale: disperata e armoniosa al contempo. L’irriverente e sagace silloge dell’allora ventiseienne Gino Scartaghiande, suddivisa in sei sezioni precedute dal testo epigrammatico Non ho mai conosciuto la collocazione (Il nome, Sonetti d’amore per King-Kong, Campo, Sospensioni, Distanze, Il posto), venne pubblicata su sollecitazione di Elio Pagliarani per la Cooperativa Scrittori, fondata nel 1971/1972 da Luigi Malerba. Nella prima edizione, ormai pressoché introvabile, reca una prefazione di Renzo Paris e in copertina è scelto, non a caso, un disegno con teste animali di Jackson Pollock. 
Il libro va a inserirsi nella affatto monolitica tradizione, di matrice greca e latina, dell’omoerotismo, ben presente dal Medioevo nella letteratura italiana, benché rimossa o celata dal canone, e messa (solo parzialmente) in luce nella pionieristica antologia di Antonio Veneziani e Renzo Paris: L’amicizia amorosa. Antologia poesia omosessuale italiana dal XIII secolo a oggi (Gammalibri, 1982). I motivi e i moti dell’eros nella poesia di Scartaghiande hanno una cifra intimistica ben riconoscibile, ma possono essere letti in rapporto ai tratti salienti di altri esordi anni Settanta: la disperazione enfatica e inconsolabile di Dario Bellezza (Invettive e licenze, 1971), l’ironia dissacrante e sfrontata di Attilio Lolini (Negativo Parziale, 1974), il gioco amaro e ipercolto del primo Buffoni (Nell’acqua degli occhi, 1979).
Recentemente, poco prima della sua dipartita, è stato Carlo Bordini (1938-2020), nella collana di poesia online “Arianna – I libri ritrovati” (Diacritica 2021) da lui diretta insieme a Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi, a ricordare questo esordio come “uno dei migliori libri della seconda metà del Novecento”, un unicum della stessa produzione di Scartaghiande a lungo ripudiato dal suo autore (C. Bordini, Sonetti come unicum, p. 143). 
Dopo l’edizione originale e l’uscita digitale su Diacritica, è di nuovo possibile avere tra le mani le pagine di esordio di Gino Scartaghiande, grazie alla pubblicazione nella nuova collana di Graphe Edizioni (Perugia) intitolata “Le mancuspie“, incentrata sul recupero di alcune voci essenziali, in ombra, del Novecento. Il terzo numero con Scartaghiande, in uscita il 26 febbraio 2023, segue due ‘chicche’ che hanno rivisto la luce nel 2022: Parola sub di Luciana Frezza (1926-1992) e Un uomo pieno di morte di Giorgio Manganelli (1922-1990). Il curatore Antonio Bux presenta i Sonetti per King-Kong come un “un punto di rottura nella poesia italiana […] subito valutato come un vero e proprio evento”, che avvera “il sogno di una lingua, qui così vera e al tempo stesso evanescente”.

Francesco Ottonello

Gli uomini fanno ogni giorno la stessa cosa

Come procede da dietro
dal buio. Forse dalla
luce ma dal buio per me.

Chissà dove sono morto
oggi, in quale parola
detta a chi mi sto
decomponendo.
Come smarrito su di una strada.
La notte e la pioggia
mi slabbrano la persona.
Ogni giorno ama ripetersi.

***

*

Stanco vorresti tacere. Non so
che farmene delle notti
susseguenti. Strascico sotto
i tuoi pallidi piedi.
Suvvia riapri gli occhi, ti prego
sii pupilla ancora per un poco.
Rimesso, ripreso un inizio perduto.
Sai, ti trovo monotono, estenuante
perfino, ma scialbo, slittante
da una parola all’altra, perché
non dovresti?
D’altra parte i giorni e le ore
fanno lo stesso gioco con i luoghi.
Ma non per questo cesseremo. Anzi.

***

*

E così pervenuti o meno
altalena delle righe, dei suoni
come ondate cancerose, frammisto
mezzo, ente vacuo e solido
occhieggiato dal razzismo della
comprensione. Ma tu disperso,
disperso e consono prima ancora
di posare un solo piede, riesci
rinchiuso in simile dilatazione.

***

*

Nella sua curva dolce metto
una porta oscura e la lascio
aperta. Vi conserva un’acqua,
uno specchio nell’erba e nido.
Vi respirano la notte e le ombre.
Quando distese le cose s’insinuano
nei propri vuoti. Un rimando duplice
ora, mettermi io stesso a parlare.
Dove si sposta il cerchio alle labbra.
Se qui scagliato io fossi sempre tu.

***

*

A tempo il caldo preparerà
argomenti su cui sedermi.
Farà spuntare quante cose
libri, perdite. Proclamo
la mia estraneità
dal momento che mi vedo
coinvolto, tutto. Dico
che da questa parte, solo
considerando. Se alzano il velo
il primo che guarda annienta l’altro.

***

Gino Scartaghiande (Cava de’ Tirreni, 1951) vive e lavora tra Roma e Salerno. Laureato in medicina, nel 1977 ha pubblicato Sonetti d’amore per King-Kong (Cooperativa Scrittori, Roma-Milano) a cui sono seguiti altri titoli quali Bambù (Antonio Rotundo, Roma 1988); Oggetto e Circostanza (Il labirinto, Roma 2016 – Premio Nazionale Frascati Poesia Antonio Seccareccia), Cavallucci marini (Il labirinto, Roma 2022), Incovertendo (Battello stampatore, Trieste 2022). Sullo scorcio degli anni Settanta è stato tra i collaboratori di Prato pagano e tra i fondatori di Braci (1980-1984). Intenso il suo sodalizio d’arte e di vita con poeti e artisti operanti a Roma; tra gli altri, è stato legato da profonda amicizia con Elio Pagliarani e Amelia Rosselli. Sue poesie sono state tradotte in più lingue.




Sulla precarietà del medium digitale: «ma rotta resta la memoria hard disk». Recensioni sommerse di Massimo Del Prete

filologia del futuro

«l’enorme espansione della memoria conseguente all’introduzione dell’informatica renderà ancora più necessaria la chiarezza nella scelta di ciò che deve essere tramandato» 

R. Antonelli, C. Segre, Tempo e critica del testo. Venti domande di Roberto Antonelli a Cesare Segre,
«Critica del testo», n. 1, 1988, p. 619

La scrittura ha a che fare con la perdita dalle sue origini più remote. Una necessità pratica di non perdere i conti, di tenere un resoconto, che va insieme a una spinta intrinseca all’essere umano di infuturare la traccia, propria e altrui, di far perdurare la memoria oltre l’arco di una vita o della vita di qualche generazione. Eppure si è destinati alla sparizione o al transmembramento (parola che rubo al mio poeta-feticcio Hart Crane). Non c’è archivio che tenga: «ma rotta resta la memoria hard disk» – da un endecasillabo di Isola aperta (2020, p. 95) riprendo parte del titolo di questa riflessione. La domanda d’avvio è questa: cosa succederebbe se in futuro non ci fosse più la possibilità di accedere agli archivi digitali, o se un archivio di materiale digitale si distruggesse e non si potesse mai più riparare?

Probabilmente perderemmo la traccia di una nutrita serie di testimonianze. Certamente in un’ottica ampia, non filologica, potrebbe non importarci di ciò: perché non è forse tutta la letteratura destinata a cadere in una confusione di suoni? Eppure continuiamo non solo a riprodurci come specie, ma a riprodurre i segni di un nostro passaggio: non più con pittogrammi incisi nella roccia, ma con lettere e materiali multimediali pulsanti in uno schermo. Quanto precario? Oggi per fruire dei testi spesso si ha necessità di uno strumento che non è ‘autosufficiente’, a differenza di un supporto cartaceo, essendo un medium che ha bisogno di essere alimentato ‘energeticamente’ dall’esterno. Spesso poi questo medium è legato a una pagina ancora più precaria, sospesa sul filo: online. Ma in linea fino a quando, ancora per quanto?

Fruiamo dei testi sempre più attraverso connessioni da remoto, con molteplici rifrazioni e distanze. E la poesia con tutta la sua forza non si propaga più solo attraverso la voce viva o la pagina cartacea, ma anche attraverso i meandri dei media che mutano. Fragile e transitoria si pensava la parola dell’oralità più di quella affidata ai manoscritti e alle stampe, eppure è perdurata per secoli in alcuni casi, venendo imparata a memoria e ripetuta. Quanto è più certa la nuova parola 2.0, vincolata alla luce artificiale? In questa nuova rivoluzione dei media forse ci troviamo di fronte a un supporto paradossalmente più fragile sia della viva voce, sia della pelle di animale e delle fibre vegetali.

Spesso ho meditato sulla perdita, anche in poesia, senza mai giungere a un punto risolutivo: piuttosto espando i dubbi e le criticità. Queste riflessioni nascono però da un’occasione specifica, concreta, che ha possibilmente a che fare con quella paura egoistica di sparizione, tipica della nostra strana specie. Ricercavo infatti il primissimo scritto critico uscito su Isola aperta (Interno Poesia 2020) a cura di Massimo Del Prete, autore che non conoscevo personalmente, ma di cui avevo letto delle attente e mai superficiali recensioni a libri di poesia contemporanea. Erano uscite – ironia della sorte – per un sito chiamato Menti Sommerse.

Perché dunque non si trovava più l’articolo? A quanto ho saputo, i proprietari del sito hanno deciso di non occuparsi più di poesia, per dedicarsi a espressioni artistiche più in vista. L’articolo così è stato soppresso, la mente è stata davvero sommersa.  Un click è bastato per spazzare via tutti gli articoli usciti negli anni al riguardo. Ci affanniamo a conservare qualcosa, ma d’altronde basterebbero dei little clicks, o un grande Blackout – titolo, per altro, di un memorabile libro-poemetto di Nanni Balestrini – e non potremmo accedere più a nulla.

Non che non esistano riviste accademiche di prim’ordine attente alla poesia contemporanea, come per esempio «Semicerchio» diretta da Francesco Stella, «Testo a fronte» diretta da Paolo Giovannetti (fondata da Franco Buffoni), «l’Ulisse» diretta da Italo Testa e Stefano Salvi (quest’ultima è attualmente solo digitale). E resistono ancora riviste cartacee più militanti e/o divulgative come «Atelier» di Giuliano Ladolfi e «Poesia» di Nicola Crocetti. Non mancano nemmeno nuovi progetti vòlti al cartaceo, sorti per iniziativa di poeti e critici delle nuove generazioni. Eppure spesso, nel bene e nel male, diversi dibatti sulla poesia contemporanea vengono alimentati dai cosiddetti litblog, se non da dinamiche social (soprattutto sul più boomer Facebook, secondariamente sul più millennials Instagram) connesse alle pubblicazioni sui blog. Cosa ne sarà tra trent’anni dei litblog (di qualità) attenti alla poesia contemporanea, da quelli più ‘storici’ come Le parole e le cose e Nazione Indiana, a quelli sorti negli ultimi anni con le nuove generazioni? Come sarà possibile tra cent’anni ricostruirne filologicamente le vicende?

Non ho una risposta. Non pensò sarà facile farlo. Mi viene però alla mente come nel 1872 il celebre filologo classico Wilamowitz si scagliò contro la rivoluzionaria opera di Nietzsche sulla nascita della tragedia, parlando in senso sprezzante di Zukunftsphilologie, una ‘Filologia del futuro’, in cui i due termini cozzavano, essendo la filologia intesa come restituzione del passato (cf. Dan Octavian Cepraga, Filologia del futuro! L’ecdotica nell’universo digitale, Recensione a Scrittura e filologia nell’era digitale di Domenico Fiormonte, «Textual Cultures», 1.1, 2006, pp. 124-134). Oggi più che mai, ma ormai da qualche decennio, direi che i termini futuro e filologia non sono più antitetici. La precarietà insita al medium stesso del digitale accelera il problema della filologia del futuro, in cui le esili proiezioni virtuali rischieranno di avere disperso del tutto le fonti.

Conscio di queste questioni, non facilmente risolvibili, ho deciso di ripubblicare gli articoli di Massimo Del Prete, nella convinzione che siano meritevoli di una nuova, per quanto precaria, luce artificiale. Un aspetto curioso che rafforza il paradosso è che spesso le letture critiche, sia per la scelta dei libri recensiti sia per sensibilità dell’autore, si focalizzano proprio sui temi della memoria e della perdita. Ed è proprio con l’articolo su Verso le stelle glaciali (Interlinea, 2020) di Tommaso Di Dio che voglio terminare la riflessione e fare riemergere ‘la prima mente sommersa’: 

Perdere la memoria (se le stelle glaciali sono l’unico orizzonte di senso ma non sono raggiungibili) è comunque insufficiente per considerare una resa definitiva alla vita: «il vento che muta cancellando | le tracce, i cammini» non basterà a scardinarci, a farmi morire ancora.  
La memoria non può restare «eppure | bisogna tenerlo | bisogna nutrirlo. Questo tronco | che non vuole più | andare via da qui». Quelli che sono giunti fin qui forse non potranno dire di essere «esistiti veramente»: che traccia infatti si può dire di aver lasciato se ci proporzioniamo anche solo ai tempi delle generazioni umane? […] Ciò che eravamo si riforma da capo: il passato stesso si oblitera e la memoria si sovrascrive in un nuovo punto di partenza dei tempi. Conterà allora solo l’eterno presente e ogni futuro, conterà infine soltanto essere giusti verso sé e il mondo. Conterà soltanto dirsi la verità: 
«Le nostre parole | stanno per raggiungerci. Siate pronti. | Dite loro il vero».

Clicca qui per leggere il primo articolo della serie: Verso le stelle glaciali di Tommaso Di Dio.