Dylan Dog “Tre per Zero”, l’epistemologia e il rovesciamento

No, te l’ho detto: niente fantasmi né mostri.
Dovevo solo venire a trovare un tizio
che abita qui a Bellybutton. Non mi resta che
andare da lui, dargli una certa cosa e stop.
Sai che emozione… credo che
non la scriverà mai nessuno,
questa avventura…
Recentemente, mi è capitato di essere a Firenze per un convegno. Il terzo giorno, dopo aver salutato i miei colleghi, sono prontamente entrato in una libreria dell’usato che avevo adocchiato a distanza. Si trattava di uno strano sgabuzzino con libri sparsi. O meglio, un ordine c’era (ci doveva essere), ma io non sono stato capace di individuarlo. Non potevo andare via senza niente in mano, quindi mi sono fatto comprare da una vecchia edizione di un’antologia di brani di Charles Sanders Peirce, Scienza e Pragmatismo. Quella sera stessa, ho cominciato a sfogliarla.
Il giorno successivo, invece, dopo essermi abbuffato nei pressi di Collesalvetti, mi sono diretto all’aeroporto di Pisa, dove, costretto a temporeggiare, mi sono fiondato in edicola. Lì, ho trovato alcuni numeri della mia collana preferita di Dylan Dog, Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, una ristampa a colori di ventiquattro numeri celebri dell’Indagatore dell’Incubo, scelti fra quelli sceneggiati da Tiziano Sclavi. Ne ho preso quattro. Sull’aereo, ho letto quello intitolato Tre per Zero. Quella storia era uscita per la prima volta nel 1997, undici anni dopo L’Alba dei Morti Viventi – non il film di Romero, ma il primissimo numero di Dylan Dog (1986). Dylan era una creatura dello stesso Sclavi, il quale ne aveva discusso la creazione con Sergio Bonelli, aveva già creato un proto-Dylan col romanzo Dellamorte Dellamore (scritto nel 1983, ma pubblicato solo nel 1991), gli aveva aggiunto
una spalla, ovvero un sosia omonimo di Groucho Marx, e infine era uscito in edicola con quel primo numero disegnato da Angelo Stano.
Poi, dieci anni dopo era uscito Tre per Zero, che sembra l’oggettificazione di una serie di ragionamenti, a metà tra la lotta sociale e una riflessione sui massimi sistemi, di Tiziano Sclavi, in cui il falso si fa dominante presso gli elementi del reale, mentre le caratteristiche canoniche di Dylan e della sua spalla vengono totalmente ribaltate. A cominciare dall’inizio, in cui Groucho, anzi che ricoprire il suo solito ruolo comico, inveisce contro la presunta complessità del sistema economico mondiale: «È che ti raccontano un sacco di balle, sempre! E tu ci credi! Sei talmente abituato alle balle che ti raccontano che non ti viene neanche più in mente di metterle in discussione, e finisci per convincerti anche tu che “il problema è complesso” e che tanto non ci puoi fare niente!» Per poi accennare a una problematica epistemologica di indubbio peso: «Dicono che non ci sono due fiocchi di neve uguali… ma vorrei sapere chi lo dice! Come hanno fatto a confrontarli tutti!»
Al che io, che mentre leggevo queste pagine combattevo con una bambina poco più che neonata ossessionata dal mio braccialetto dai teschi colorati, penso al Peirce della sera prima. In effetti, questo era uno dei problemi che egli affrontava. Che non ci siano due fiocchi di neve uguali non è certo un dato esperienziale, ma non è neanche una verità logica… bensì, lo possiamo inferire probabilisticamente. Ma questa induzione non ha nulla a che fare con la verità. Dopodiché, Sclavi continua con una serie di ribaltamenti di quegli stessi dati che, se a primo acchito sembrano dati esperienziali, in realtà, non sono che mere induzioni. In questa storia di Dylan Dog non muore nessuno. Nello stupore generale, i morti risorgono dopo essere stati dichiarati tali. Ma la cosa non crea grossi problemi a nessuno, perché la crisi finanziaria imperversa, e la preoccupazione principale dei personaggi è quella di recuperare i loro soldi.
Ad essere ribaltato non è solo un fatto come quello per cui si muore, ma anche quello che, per induzione, un lettore di Dylan Dog poteva dare per scontato, ovvero che egli sapesse quale fosse la missione dell’eroe. Di fatto, il lettore viene a sapere perché Dylan si sia recato a Bellybutton (il paesello in cui è ambientata la storia), solo alla fine dell’albo. Il che rappresenta un altro fatto che contraddice un’ipotesi teorica.
Come nel film Fargo (1996), la storia si svolge sullo sfondo di un paesaggio innevato, e Sclavi ci tiene molto a far notare al lettore che due fiocchi di neve uguali esistono eccome. Il dato esperienziale che contraddice un’ipotesi. E, come se non bastasse, uno scienziato pazzo, che fa capolino qua e là nel corso della storia, si affanna a dimostrare (secondo lui, riuscendoci), che tre per zero non fa zero, ma fa tre. Se moltiplico tre mele per zero, mi rimangono tre mele, dice. Il che sembra essere vero sul piano nell’esperienza, ma falso sul piano della teoria. E lo scienziato, quando vuole mostrare a Dylan la sua scoperta, trova che dalle lavagne era stata cancellata la dimostrazione scritta col gesso.
Tutto questo porta il ragionamento di Sclavi sul piano della distanza tra la teoria e la pratica. Dove nella teoria i conti tornano, nella pratica la povera gente ha fame. Nella teoria i morti restano morti, ma nella pratica risorgono. Nella teoria, il lettore sa su cosa sta indagando Dylan, nella pratica, no. Nella teoria, tre mele, moltiplicate per zero, si annullano, ma nella pratica restano tre mele. Nella teoria non esistono due fiocchi di neve uguali, nella pratica, sì. È lo Sclavi sociale: a fronte di complessi calcoli economici, che mostrano un andamento positivo (tre per zero fa zero), alcune persone restano comunque lontane dai margini del fiume di denaro che dicono che scorra (tre per zero fa tre), frammisto allo Sclavi epistemico.
Tutto ciò non significa che la teoria sia scorretta, ma solo che non v’è alcuna correlazione tra la teoria e le conseguenze pratiche di essa. Del resto, Peirce, in quell’antologia, rivendicava la piena indipendenza della Scienza dalla Moralità, asserendo che lo scienziato che avesse voluto utilizzare la scienza per modificare gli aspetti pratici della vita quotidiana avrebbe commesso un grosso errore… e questo perché la scienza può non accordarsi con l’esperienza.
I mostri ci sono, in questa storia, ma sono relegati ai margini: mentre i personaggi si affannano a sistemare le proprie finanze, sei zombi si aggirano per Bellybutton, e Dylan non se ne accorge realmente. Anche lui è diventato una pedina del sistema economico, e viene mandato in quel paese per cercare di sistemare la crisi economica consegnando un assegno, in cambio di cinquemila sterline. Crisi che si rivela, anch’essa, essere generata da un’informazione falsa a cui i mercati hanno creduto, una nozione puramente teorica che ha avuto devastanti effetti nella vita delle persone.
In Tre per Zero, Dylan non è l’eroe. Continuamente si chiede perché abbia accettato questo caso… ma la risposta è semplice: Dylan è un eterno squattrinato. E, allora, chi potrebbe biasimarlo?
