Quanto ci costano gli esordi in poesia

Carlo Saraceni paesaggio con sepoltura di Icaro

Ospitiamo, in coerenza con lo spirito dialettico e improntato all’apertura verso l’altro, che ha contraddistinto dalle origini e contraddistingue tuttora MediumPoesia, un contributo che ci è pervenuto e su cui noi della redazione non ci troviamo molto d’accordo, nonostante il riscontro di uno stile di scrittura accattivante e senza dubbio pungente.

Innanzi tutto, ci sentiamo di squalificare le allusioni, a tratti un po’ astiose, che dipingono un “personaggio Polverini” alquanto distante da quello reale, oltre che le questioni sul reperimento dei materiali e su una strumentazione di ricerca pronta e servita, sottolineata «nelle parti giuste, per non perdere tempo a cercare» di cui parla Antonio Merola. Non spetta certamente a noi una difesa dell’operato di Pietro Polverini, dato che non agiamo in quanto gruppo corporativo e poiché non pensiamo ce ne sia alcun bisogno, visti gli interventi a firma Polverini che usciranno nei prossimi mesi e che avranno modo di riprendere varie polemiche suscitate.

Come redazione possiamo dire che Per una precaria storiografia degli esordi in poesia (2016 – 2021) ha voluto favorire, sin dalle sue premesse, l’apertura di uno spazio di dialogo incentrato sulla questione degli esordi, con uno sguardo focalizzato su una generazione che difficilmente trova spazio nei luoghi editoriali privilegiati, in una società italiana che, come sappiamo, si impone gerarchicamente e gerontocraticamente.

L’operazione che abbiamo inteso portare avanti è a nostro avviso utile per suggerire delle possibili tracce per ulteriori scavi da compiere nella precarietà del presente e nell’incertezza del futuro, con la volontà di lasciare anche ai posteri una serie di interventi che rendano testimonianza della nostra generazione. Parliamo volutamente di «posteri», dal momento che lo fa Merola nel suo articolo immaginando un «lettore del futuro» lasciato solo (non si sa perché) a scavare in un auspicato vuoto critico. Merola sembra poi imbastire un binarismo a cui non aderiamo: da una parte il “lettore di poesia” in senso spregiativo, dall’altra il “lettore-poeta” che ama assaporare l’ebbrezza di un verso; da un lato il “mare” e la “vitalità” e, dall’altro, lo studioso meticoloso (e per questo sterile?). Come se chi facesse anche critica non fosse in grado di sentire la poesia. Rassicuriamo anche di frequentare il mare e che riflettere sulla letteratura non esclude né la poesia né tantomeno la vita pulsante.

Premesso ciò, auspichiamo che possano seguire altri contributi di taglio sinottico o monografico, come già specificato. E concludiamo ricordando come solo con vari sguardi, non votati all’autocelebrazione e a una definizione assolutizzante, si possano ammirare le immagini di un mosaico con coerenza di unitaria bellezza.

Diego Ghisleni, Giulio Medaglini, Mario Soldaini

Scrivo poesie al computer e faccio calcoli a mano. Certo posso sbagliarmi. Spesso anzi. Ma anche il calcolo in colonna è un modo per amare la verticalità della pagina – e per affrontarla. Come per alcune poesie, decide tutto l’ultima riga. Il risultato. L’esattezza. Che si ha in matematica e si può avere in poesia. Suppergiù, il calcolo è questo: 585 euro. 

Facciamo un esperimento poetico. Convertiamo il calcolo in una poesia. 
Potremmo scrivere così: 

Ho speso 585 euro 
per leggere. 

Con il verso «per leggere» che messo lì, in chiusa, nobilita il viscido atto dell’acquisto. Arriva inaspettato. Ora immaginate un lettore forte che si scandalizza. Ma come?! Così tanti soldi per leggere? Fanno quasi quaranta libri. E ce lo dice lui, che legge almeno un libro al mese. È un lettore forte. 

Massì, gli rispondiamo. 
Tutti soldi spesi in letture. 
Diciamo, in media, quindici euro a volume. 
Siccome siamo poeti affiliamo anche un’altra arma: l’enjambement. 

Ho speso 585 euro 
per leggere
poesia. 

Da matti, dice il lettore forte. Eppure, è quanto ha speso – suppergiù, suppergiù – Pietro Polverini per comprare tutti i libri citati in Per una precaria storiografia degli esordi in poesia (2016 – 2021). O meglio, solo per acquistare gli esordi. Poi ci sono gli strumenti dello studioso – i classici, i saggi. I libri da spulciare quando necessario. È bene possedere anche quelli, diluiti nel tempo. Come una collezione della saggezza. Pronti sulla mensola. Sottolineati nelle parti giuste, per non perdere tempo a cercare. Rileggere è ottimizzare. 

Ecco qua i lettori di poesia. A noi basta rileggere un verso per migliorarci la giornata. 

Dobbiamo però essere giusti. La cifra fa riferimento agli esordi distribuiti in un arco temporale preciso: 2016 – 2021. Quindi ora, su un foglio bianco, possiamo operare una divisione in colonna. Ecco il testo del problema: se Pietro Polverini ha speso 585 euro per compare libri di poesia di autori esordienti tra il 2016 e il 2021, quanto ha speso in un solo anno? Il calcolo sarà per forza di cose approssimativo. Non possiamo infatti sapere esattamente quanti libri Polverini ha comprato ogni anno. Gli esordi non sono sempre uguali. Dipendono da tante cose. La pioggia, il sole. Le urgenze. Il mercato editoriale. La sensazione della fine del mondo. Vanno ad annate. 

Certo, la somma media spesa in un anno è ridimensionata – ma resta una buona somma. Ce ne fossero, di lettori tanto spendaccioni. Così facendo il mercato si bilancia: a leggere poesia siamo rimasti in pochi, ma fagocitiamo. 

Si potrebbe obiettare che lo studioso – qualsiasi studioso – i libri può andarseli a cercare in biblioteca. Che il ricercatore non debba acquistare ciò che cerca. Semmai trovarlo. In questo caso, dal momento che gli esordi citati sfiorano la quarantina, Polverini deve aver fatto molte volte avanti e indietro per visionare tutti quei libri. Su e giù, su e giù. Quanti libri posso portare a casa? Ha detto cinque? Va bene, ne prendo cinque. E così di nuovo. Fino a studiarli tutti. 

A questo punto però è bene compiere un atto di sincerità. A meno che non si abiti a Terzo, è difficile che le cose siano andate davvero così. Come la poesia manca dagli scaffali delle librerie – si dice così, perché lo scaffale dedicato alla poesia in confronto agli scaffali dedicati alla narrativa risulta minuscolo, ma provate a confrontare lo scaffale della poesia con lo scaffale del teatro, lo scaffale dei classici antichi, lo scaffale delle biografie, della storia, della psicologia, della sociologia, della scienza – così la poesia contemporanea spesso manca nelle biblioteche. Questo atto di sincerità non riguarda più solo Polverini, ma riguarda tutti coloro che scrivono intorno alla poesia: la verità è che una buona parte dei libri che leggiamo, li leggiamo gratuitamente. Digitalmente, spesso. Poche volte cartacei. Ma tra segnalazioni, articoli, recensioni e doni, prima o poi siamo sicuri che almeno una parte di quei libri che vogliamo leggere – e anche di quelli che non vorremmo leggere – passerà per la nostra casella e-mail. La casella e-mail redazionale. 

È il minimo. È il minimo che noi che scriviamo gratuitamente nei nostri siti, nei nostri lit-blog, nelle nostre fanzine, nelle nostre riviste non dobbiamo anche metterci a pagare i libri. Giusto? C’è poco da obiettare, ma bisognerebbe porsi allora una domanda: che cosa ci viene chiesto in cambio da chi ci manda il libro? In superficie un giudizio critico. Se immaginiamo il libro di poesia come un mare, il critico sarà il vento che forma le onde. Che sposta il mare da qualche parte. Di solito, in direzione della spiaggia. Se però la spiaggia è stata abbandonata dalle persone per il mare mosso, allora alle nostre onde non resta che infrangersi sul bagnasciuga deserto. 

Si forma un circolo vizioso. Pochi lettori forti di poesia che sono gli stessi pochi che scrivono di poesia. Gratuitamente. O acquirenti o critici. Così la domanda rimane inerte: chi compra libri di poesia? Gli altri. Quelli che i giudizi critici dovrebbero in qualche modo smuovere alla curiosità. Un cerchio include. Un circolo vizioso invece no. Un circolo causa i tornado. Possiamo così dire addio alla presenza umana sulla spiaggia. 

Così ecco che rimasti soli chiusi in un circolo vizioso ci siamo trasformati in una tribù. L’esordio è allora, da un punto di vista antropologico, un «rito di iniziazione» e una «nascita sociale» che introduce il poeta esordiente in un mondo nuovo (Cfr. Francesco Remotti, Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Laterza, 2013, pp. 35-36). O per usare la teoria delle reti: l’esordio si configura come un momento decisivo, perché prima di allora il poeta è ancora fuori dalla rete e deve trovare il modo di entrarci sfruttando un connettore. Una volta accolto nella tribù, si accorgerà di quanto sia difficile lasciarla per incontrare le altre persone del mondo. Siamo dentro l’occhio del ciclone. In trappola. 

La polemica più grande suscitata dall’articolo di Polverini si è aggirata finora intorno agli assenti. Polverini ha citato decine di esordi. Mancano degli altri, Gabriele Galloni, Arianna Vartolo, Mattia Tarantino (l’infante prodigio?), Paolo Pitorri (ah, pardon: è della redazione di Yawp). Attenzione perché alcune sentinelle hanno scoperto un intruso. È il lettore forte – il lettore forte normale – che coraggiosamente ci ha seguito fin qui. Era rimasto nascosto dietro una tenda. Ascoltava. Ha da dire qualcosa. Silenzio, noi della tribù. Facciamolo parlare. Chiede l’intruso: ma come degli altri? Quanti sono? Ha paura. 

Chi è rimasto in classe invece è ancora impegnato a trovare la soluzione del problema: quanto ha speso Polverini in un anno. Un alunno alza la mano. Il maestro gli dà la parola. L’alunno non capisce: che cosa significa esordio? È facile: vuol dire che qualcuno ha pubblicato il suo primo libro. Ora l’alunno sembra preoccupato. Il maestro alza la mano. L’alunno gli dà la parola. Il maestro non capisce: perché hai quella faccia? Sono tanti libri. Dovrà mica studiarli tutti tutti? Ha paura. Come il lettore forte. Come qualsiasi lettore. È a questo punto che il maestro di matematica tira fuori il latino: l’etimologia della parola. Esordire ha anche un altro significato e sono pochi che riescono a significarlo. Bisogna prendere una tela e strapparla per farci spazio. Come il costume di arlecchino. Il libro di un esordiente è un colore nuovo che cambierà l’arcobaleno della tela, senza però distruggerla. Il latino funziona meglio alla fine. 

Il bambino spaventato rischia di trasformarsi in un lettore forte spaventato. Se non credete a me, credete almeno a Daniel Pennac in Come un romanzo. È proprio questo il punto: che cosa smuove un articolo come quello di Polverini? Che cosa smuovono i nostri articoli? Teniamoci forte: la paura, per chi è fuori dalla tribù. Nessuno si avvicinerà mai ai nostri fuochi. Guarderanno da lontano i poeti come fuochi fatui. 

Dopotutto, hanno certamente ragione, 
poiché la nostra vita è per tre quarti spesa; 
sta a noi farci da parte e cedergli la casa
riservandoci il comignolo e il pennone. 
Alla giovinezza, ahimé! piace trionfare. 
Fummo un tempo altrettanto giovani e trionfanti, 
e non più inclini di loro a filosofare. 
Bah, s’abbiano la fame, noi avremo i digiuni. 
Che si tengano Ibsen! Per noi era Hugo. 
Siano tanto e di più, noi restiamo gli stessi, 
non troppo vecchi però, non tali da metterci 
dritti dritti a pensare ai tuffi supremi. 
Lasciamoli crescere. L’arte maturerà
anche per loro, entrati appena nel tempio, 
e la nostra morte compianta approverà
quelli a cui noi abbiamo dato l’esempio. 

È una poesia di Paul Verlaine (in Poesie, a cura di Luciana Frezza, Rizzoli, 1974). Bisognerebbe trasformare il senso dell’elitarismo, se non è possibile eliminarlo. C’è un modo: lasciamolo ai posteri. Lasciamo che siano loro a compiere una loro storiografia. Se un libro ci sembra abbia la grandezza di un dinosauro, sotterriamolo. Lasciamo al lettore del futuro degli indizi. Scava qui, più che lì. Ma non priviamolo della gioia di sporcarsi le mani scavando. E se vorrà scavare lì, più che qui, lasciamolo fare. Magari troverà schegge di meteorite che a noi erano sfuggite. 

E noi? Portiamo nuove persone a guardare il mare. È ciò che fece Verlaine con Rimbaud, che il mare non lo aveva mai visto, quando si misero in viaggio. Questa brutta copia non è una polemica contro Polverini, ma un appello. Prima di tutto ai nostri amanti: portateci a vedere il mare. Poi ai nostri maestri, che magari saranno gli stessi che dovranno decidere se pubblicare o meno i nostri libri di esordio: portateci a vedere il mare. Siate elitari in questo. Mostrate il mare a un piccolo libro d’acqua: se è un poeta capirà da solo se è pronto a sfociare. Se non è ancora pronto, farà in modo di esserlo. Se invece è una marana magari cercherà di raggiungere comunque il mare, ma poi ci si perderà dentro. Ci sarà poco da preoccuparsi. Questi possono rimanere in qualche modo affari della tribù. Ora però il compito difficile: popolare la spiaggia. Rileggere è ottimizzare. A noi basta rileggere un verso per migliorarci la giornata. «Quanto della Sorgente fugge lontano con te – » (in Silenzi, a cura di Barbara Lanati, Feltrinelli, 2004). Oggi ho già riletto tre volte questo verso di Emily Dickinson. E come continua? Indovinate chi ha parlato. 




Antonio Merola | Le sette domande di MediumPoesia

antonio merola, yawp, poesia, poesia contemporanea

1. Tra i libri usciti nel primo ventennio degli anni 2000, ne trovi almeno 5 che per te siano fondamentali?

C’è, prima di tutto, Il sarto di San Valentino (Ensemble, 2018): Iuri Lombardi è una delle voci più interessanti della sua generazione. Con Lombardi ci confrontiamo quotidianamente, potremmo dire parola per parola. Ciascuno è lo spietato editor dell’altro e da lui ho ripreso, e poi fatto mie, alcuni stilemi, certi modi di guardare il mondo. Aggiungo Le parole accanto (Interno Poesia, 2017) di Michela Zanarella. Sebbene a una prima lettura la si potrebbe accusa di eccessiva semplicità, quella di Michela è una semplicità conquistata a fatica, per dire il bello che c’è nel mondo, che è spesso più difficile di raccontarne i mostri. Una scrittura che fa bene leggere. Poi c’è l’antologia uscita per Dot.com Press (2016) delle poesie di Francesco Tomada, che ha delle epifanie davvero spiazzanti e uno stile che potrebbe rifarsi come caposcuola a di Luigi Di Ruscio. Pina Piccolo è un’altra autrice che a me piace molto. Con La macchina sognante e con la controparte internazionale The dreaming machine sta facendo un lavoro eccezionale di diffusione. Ma è soprattutto con la raccolta I canti dell’interregno (Lebeg, 2018) che ho capito davvero la poetica di Pina: è una scrittura dal forte respiro americano, non a caso fa la spola tra l’Italia e la California, una poesia contemporanea per la capacità che ha di denunciare i problemi globali e per risolvere i quali non abbiamo più molto tempo. Una simile direzione è evidente anche in Nuova poesia americana, vol. 1, a  cura di John Freeman e con le traduzioni di Damiano Albeni (Black Coffee, 2019), perché oltreoceano i libri mi sembra abbiano una potenza del tutto diversa dai nostri. Come ho già scritto (qui: https://www.barbaricoyawp.com/post/poesia-invito-alla-lettura-della-nuova-poesia-americana-vol-1 ), questo salta subito all’occhio leggendo le note bio-bibliografiche dei selezionati, ricche di Poeti Laureati, premi Pulitzer e National Book Award, storie di attivismo o cattedre universitarie. Ma soprattutto nella maniera di costruire l’oggetto libro, che è sempre centrato su un focus particolare: dalla questione delle minoranze, come la ricostruzione della storia degli indiani d’America in Layli Long Soldier, al rapporto tra fiabesco e miti mohave, come in Natalie Diaz, o al tentativo di fare luce su come sia stato costruito nel tempo il corpo delle donne nere, a partire dalle Indie coloniali e in stretto rapporto con le forme assunte via via dalle dee, fino alle questioni ambientaliste o di carattere scientifico, come le scoperte del telescopio Hubble in Tracy K. Smith.

2. Se incontro un poeta, possibilmente, non lo riconosco subito. C’è un modo per riconoscere un poeta? Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana?

Sono un sostenitore convinto dell’idea di «letteratura come vita», per questo ho bisogno di impossessarmi delle biografie prima dei testi. Se è possibile, di permettere ai testi di fare parte della mia vita aprendo la porta alle persone che ci sono dietro, vive o morte che siano. Entrare nei loro laboratori e vivere il presente della loro creazione, la poesia che guardano nel mondo, prima ancora che la poesia guardata nei testi. Con tutti gli autori e le autrici che ho citato prima ho cercato di creare questo rapporto. Francesco Tomada, conoscendo questo mio approccio, mi ha invitato per esempio a leggere le Lettere dal mondo offeso (L’arcolaio, 2014) tra Christian Tito e Luigi Di Ruscio. Io non conoscevo ancora nessuno dei due e non avevo letto ancora le loro poesie. Oggi credo che l’antologia delle poesie di Di Ruscio (Marcos y marcos, 2019) dovrebbe non solo entrare nella lista di sopra, ma anche nel canone della poesia italiana. Ancora un esempio: quando ho conosciuto Alberto Pellegatta e Stelvio Di Spigno sentivo profondamente il loro essere poeti, prima ancora di leggerne i testi. Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017) o Minimo umano (Marcos y marcos, 2020), altre due raccolte che aggiungerei alla lista della prima domanda, me ne hanno dato una conferma. Quello che voglio dire è che una volta che crei delle relazioni con delle persone, è il loro modo di guardare il mondo e la loro sensibilità che finisci per accogliere nella tua vita, arrivando in qualche modo a trascendere anche i testi. Ci sono libri che mi hanno cambiato la vita, di cui non saprei citarti nemmeno una riga. Il libro è per me uno strumento che mi avvicina o mi allontana dal suo autore. Con la critica empatica che ho proposto in F. Scott Fitzgerald e l’Italia (Ladolfi, 2018) ho cercato di dimostrare che questo può accadere anche tra noi e gli autori del passato: sento l’uomo Fitzgerald, per esempio, e il suo vissuto, sempre vicino a me, pronto a consigliarmi, perché per me la scrittura a che fare con la vita, prima ancora che con le parole. Ho una idea puerile della letteratura.

3. Come è il tuo rapporto, in quanto autore, con i lettori e con i colleghi?  Senti di fare parte di una comunità, a cui aderisci?

Sono contrario all’idea di poesia come dono, che è una bella parola con cui molti autori nascondono quella più autentica di promozione. Leggevo di uno studio che metteva in evidenza il fatto che spesso a Natale si facciano i doni più inutili o evitabili, per chi li riceve. Così accade spesso anche con i famigerati doni della poesia. Siamo sicuri che sia un dono che a me piace o che sia felice di ricevere? Questa premessa è necessaria per rispondere alla tua domanda. C’è una forte crisi della poesia che non riguarda tanto la ricerca e il linguaggio, quanto l’editoria e il mercato. La scena poetica italiana non è reticolare come quella, per esempio, della narrativa: è al contrario un microcosmo, dove ciascuno di noi conosce o ha sentito parlare di tutti gli altri e in cui, più o meno a turno, eliminando antipatie personali, tutti escono sulle stesse riviste o spazi on line. Per certi versi la scena poetica italiana è similare alle logiche degli algoritmi, perché è difficile uscire fuori dal mondo degli addetti ai lavori. Grazie a Yawp, posso leggere molto di ciò che di nuovo viene pubblicato e in qualche modo tra i redattori di Yawp si è instaurato un rapporto comunitario, che però rimane anche un rapporto professionale. Ma ora come ora ci sarebbe bisogno di strabordare e di cercare la comunità con un pubblico che non sia quello di chi scrive poesia o degli addetti ai lavori (che per inciso quasi mai comprano i libri, dovendoli recensire). C’è bisogno di cominciare a parlare anche di mercato poetico e non solo di critica letteraria, come ho provato a fare durante la mia esperienza in «Atelier».

4. Che rapporto hai con la poesia straniera?

Mi sono formato e continuo a leggere prima di tutto poesia americana. Ho cominciato dai poeti della Beat Generation, per poi proseguire a ritroso. Lo dico, per me: ancora oggi Howl di Allen Ginsberg mi pare un poema irragiungibile. Ciò che mi affascina della letteratura americana è prima di tutto questo stretto rapporto con la vita e l’idea di professionalità legata al mestiere di scrittore, di cui ho parlato prima. Spesso mi viene rimproverato che dovrei prima recuperare i poeti italiani degli anni Settanta, Ottanta e così via… il problema però è che alcune concezioni della poesia americana non riescono a trovare terreno fertile in Italia. Emerson per esempio diceva che l’intuizione detta da sé il proprio ritmo. Williams Carlos Williams che la metrica è una forma di rituale che si frappone tra la poesia e la realtà. Sono robe che qui fanno storcere il naso. C’è poi il fatto che, come ho scritto su Yawp (https://www.barbaricoyawp.com/post/essay-centouno-anni-di-ferlinghetti), la poesia americana ha una tradizione tradita fin dai suoi albori: Walt Whitman è il poeta tradizionale americano per eccellenza, ma è anche il poeta che rompe tutto. Questo fa sì che quella che a noi sembra una avanguardia come la Beat Generation, in realtà sia una poesia legata dritta dritta con un filo a quella della tradizione. Credo in più che la poesia americana sia anche tradizionale nel senso più antropologico del termine. Questo si vede nel rapporto che lega i beat al jazz o, ancora, se si confrontano i beat con i poeti della negritudine. Ecco cosa scriveva per esempio Léopold Senghor:  «Il negro ha i sensi aperti a tutti i contatti, alle più lievi sollecitazioni. “Sente” prima di vedere e reagisce immediatamente al contatto con l’oggetto, e cioè alle onde che esso emette dall’invisibile. E attraverso questa potenza di emozione egli prende coscienza dell’oggetto. Qualcuno mi ha rimproverato di aver definito l’emozione come negra e la ragione come ellenica, cioè europea. Ed io mantengo fermamente questa mia tesi. Il fatto è che il bianco europeo tiene l’oggetto a distanza. Lo guarda, lo analizza, lo distrugge o per lo meno lo soggioga, per utilizzarlo. Il negro-africano intuisce l’oggetto ancor prima di sentirlo, ne assimila le onde invisibili e i contorni; poi, in un atto d’amore, lo incorpora a sé per conoscerlo profondamente» (in LEOPOLD SENGHOR, Poesie dall’Africa, trad. di GIUSEPPE CECCONI, Pontedera, Giovane Africa Edizioni, 2014). Pensiamo anche al negro di Arthur Rimbaud, che non a caso è uno dei modelli esemplari di questa poesia: c’è una linea che lega tutte queste esperienze e che si muove molto molto lontana dalla corte di Federico II, che guarda all’Africa e ai suoi ritmi come alla culla dell’umanità. 

5. Nel tuo processo di scrittura, ti capita di raccogliere stimoli da altre forme artistiche o da discipline scientifiche?

Sì, sono molto appassionato di antropologia e, in una certa misura, di transumanesimo. Prendo moltissimo da lì. In questo periodo, però, sto cercando di raccapezzarmi anche su altro. Penso per esempio all’esperienza di Cambridge Analytica e a quanto questa ci ridimensioni. A come funzionino i big data. Cerco di seguire le mille idee di Elon Musk e di confrontarle con gli strumenti della letteratura (per esempio qui: http://www.altrianimali.it/2017/11/28/cronache-marziane-ray-bradbury-vs-elon-musk-distopia-vs-utopia/). Anche i poeti dovrebbero mostrarsi interdisciplinari, perché altrimenti si rischia di rimanere fuori dai temi della contemporaneità. E non è tanto una questione di posa civile: il climate change è un aut aut, da una parte c’è un modello di società futura fondata sulle reti, in tutti i sensi, e dall’altra quella che viviamo oggi. Potremmo essere gli ultimi a dire qualcosa.

6. Che rapporto hai con la rima?

Come ho cercato di argomentare, secondo me il ritmo non deve per forza aderire a delle forme metriche. Devo confessare che la rima, quando la sento in un autore contemporaneo italiano, mi allontana dal testo. Credo che il motivo sia dovuto in parte al fatto che, essendomi formato sugli autori americani e, in una prima battuta, sugli autori americani tradotti, è difficile che in una traduzione la rima resista. Sento la rima come qualcosa di anacronistico, forse sbagliando. C’è poi da dire che è difficile non suonare cose già suonate, usare cioè la rima in modo nuovo o diverso. Questo però non mi vieta di amare per esempio la poesia di Vivian Lamarque. Sono poi un accanito lettore di libri per bambini: il modo che ha di usare la rima Winnie Puh o Roald Dahl nelle sue filastrocche è straordinario.

7. Ci sono 3 poeti delle nuove generazioni che ritieni particolarmente interessanti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

Credo che Dolore minimo di Giovanna Vivinetto e In che luce cadranno di Gabriele Galloni siano libri destinati a rimanere nel tempo. Sono autori che hanno cercato e hanno trovato, più la prima del secondo, un pubblico fuori dagli addetti ai lavori. Sono entrambe esperienze molto interessanti e che ho già difeso in più sedi. Ci hanno fatto capire quanto i poeti italiani fatichino a concepire il libro anche come qualcosa che debba essere promosso. C’è poi la poesia di Mattia Tarantino, una specie di enfant prodige per tutto ciò che porta avanti. Anche Paolo Pitorri e Sara Comuzzo hanno due poetiche che mi hanno colpito molto e per questo motivo ho fatto in modo che entrassero in Yawp: Paolo deve ancora esordire, ma la sua poesia ti arriva dritta addosso e non ti permette di spostarti, mentre di Sara Comuzzo suggerisco la raccolta Una bellezza lontana (2018). Ho fatto delle belle scoperte anche tra i poeti di Planetaria e se devo dirti un nome tra tutti sceglierei Manuel Micaletto, perché la sua mi sembra una poesia che strizza l’occhiolino al mondo digitale e dei videogames in una maniera davvero interessante. 

Che cosa faremo quando finiranno i soldi
se da qualche parte ci aspetta un ponte
o forse una madre a indovinare la forza
per cercare ancora una parte nel branco: ma fare la spesa
ogni giorno era la prima soluzione contro l’assurdo
come accettare di avere scoperto il mostro
sotto il letto a sorridere nero come una parte della famiglia.
Ci eravamo lasciati alle spalle una mancanza
tra le stanze vuote: ricordo ancora la povertà della casa
quando non avevamo ancora la corrente, ogni bolletta
costava una madre o una schiena e minorava l’esistenza
come matricolare la vita giorno per giorno
o subire la tragica necessità del cibo:
avevamo così poca fame
che cercavamo da mangiare nella spazzatura.

*

c’eravamo lasciati alle spalle una giogaia
di ampiezze bianche: era il problema di una cura
così che il nostro abbraccio si faceva radice

e come una coppia di rinoceronti estinti
somigliavamo agli eroi delle foreste o alle rupi.

*

C’era ancora la paura del ritorno:
chiedevamo l’unicità a qualcosa che non poteva ripetersi
una volta sola come tremare gli agguati degli uomini,
piangere l’inverno. Ci avrebbero di nuovo tagliato
la corrente e portato via la mobilia della casa,
finché non saremmo piegati alla spazzatura, al sapore amaro
delle cose gettate: allora facevamo la doccia fredda
fino a tracimare il gelo. Non ho mai saputo
meglio la fine: vorrei pagare il mese con le parole,
mangiare la carta – invece ho una fame vera
di trascrivere l’arcobaleno in bianco e nero,
alterare il diluvio: voglio alberare il cielo di caducifoglie.

Antonio Merola

la presente intervista è stata redatta a luglio 2020. La data di pubblicazione è stata scelta esclusivamente per motivazioni editoriali.