Dal dolore a nuove possibilità di visione: “Tutti gli occhi che ho aperto” di Franca Mancinelli – Introduzione di John Taylor all’edizione americana

Quando leggo e traduco la poesia di Franca Mancinelli, mi ritrovo faccia a faccia con questa domanda: è possibile che da un’esperienza negativa – dalle ferite psichiche, dalla perdita o dall’abbandono, dal dolore dello sradicamento, perfino dalle rovine e dalla distruzione – possa nascere qualcosa di positivo? In breve, si può trasformare il dolore in una “possibilità di visione”, come Mancinelli stessa scrive? Questa è la questione fondamentale che emerge in Tutti gli occhi che ho aperto, sia come tema sia come movimento, nel senso musicale del termine: appare e scompare, strutturando il libro nel dialogo continuo tra una sezione e l’altra.

I lettori di Libretto di transito e di A un’ora di sonno da qui – che riunisce i suoi primi due libri, Mala kruna e Pasta madre – senza contare la raccolta di prose e saggi The Butterfly Cemetery, sanno che il suo confrontarsi con questa domanda nasce da necessità profonde. E se la ascoltiamo con attenzione, è perché le sue risposte poetiche – che siano espresse in prima o seconda persona singolare – vanno sempre oltre il sé della poeta e riguardano direttamente anche noi.

Mancinelli prende le mosse da un’esperienza concreta, un evento vissuto o osservato, e poi, con intuizione penetrante e rigorosa concisione stilistica, ne distilla l’essenza – che si tratti di uno stato della mente e del corpo, o di una questione che riguarda il nostro essere-nel-cosmo, non possiamo più ignorarlo, perché è anche nostro, o può diventare tale.

Il titolo di questo nuovo volume, Tutti gli occhi che ho aperto, è intimamente legato a questa ricerca creativa di visione e di consapevolezza, alla volontà di affermare e aprire, di costruire e ricostruire contro forme di negazione, chiusura, distruzione, accecamento. Come rivela un distico in corsivo all’interno di una poesia, l’immagine al centro del libro è quella di un albero:

tutti gli occhi che ho aperto
sono i rami che ho perso.

Luca Mengoni, Calcografia – immagine di copertina di Tutti gli occhi che ho aperto

Quando un ramo viene rimosso – spezzato per caso o tagliato intenzionalmente – resta un “occhio”. Questo nuovo occhio permette di vedere qualcos’altro, o di vedere in modo diverso. Potenzialmente, può avvenire una trasformazione positiva. Come su un tronco tagliato, dopo una ferita si apre nel corpo un occhio. Forse porta ancora croste e cicatrici, gocce di linfa o sangue, lividi e bordi frastagliati – che si riflettono nella forma frammentaria delle poesie, lavorata con grande maestria –, ma nuovi orizzonti e presenze prima invisibili, benevole e vicine, entrano ora nel campo visivo.

Nella prosa Una pratica di autochirurgia interiore (The Butterfly Cemetery), Mancinelli racconta come le è venuto in mente questo titolo o, meglio, come il titolo è venuto a lei: 

Qualche anno fa, camminavo in un bosco dell’Appennino, affidando il dolore a ogni passo, ascoltando la luce tra le chiome degli alberi, per ore, fino a disperdere i cerchi del mio tormento, come l’acqua che contiene un macigno levigato, caduto nel profondo. Quando a un tratto mi è venuto incontro un albero, dal tronco molto segnato. Tutti gli occhi che ho aperto, sono i rami che ho perso –mi ha detto.

La sua chioma rada si apriva in alto, molto sopra il mio sguardo. Potevi leggere nella sua scorza la storia di tagli e amputazioni, cicatrizzata e trasformata in crescita, obbediente alla luce, oltre tutti gli impedimenti. Ho continuato a camminare con questa voce che si era scandita in me, e una sola immagine chiara: ci sono perdite che puoi piangere con tutte le lacrime, combattere con ogni sforzo, eppure sono necessarie. Daremmo tutta la vita perché non accadano, eppure stanno guidando la nostra linfa verso la forma e il luogo che le spetta.

Mentre attraversa uno strappo doloroso e acquisisce così una consapevolezza più profonda e un nuovo sguardo, Mancinelli è guidata o consigliata da un albero, uno dei suoi “alberi maestri” (come li definisce). Questi alberi, insieme ad altri elementi naturali che evoca in quella che riconosce come la sua “botanica affettiva”, possono insegnarci ad affrontare il dolore e le ferite, e quindi a rimanere in piedi. In italiano, l’espressione “alberi maestri” si riferisce anche agli alberi della nave, mainmasts; in inglese possiamo collegarla, anche se in modo diverso, al termine nautico mainstays, puntelli, sostegni. Affidandosi alla forza antica, alla guida e all’insegnamento degli alberi, Mancinelli affronta ciò che ci minaccia, ciò che mette in crisi il nostro benessere e la nostra identità. La sua scrittura prova a toccare e accogliere ogni esperienza capace di insegnarci qualcosa, con una saggezza che da soli non sapremmo generare, per aiutarci ad affrontare ferite e drammi; cerca sorgenti da cui attingere freschezza e nutrimento, origini che riparino e curino o, citando un suo testo, «punta gli occhi» affinché il «cerchio della vita» possa compiersi. Qui il verbo puntare indica un prendere esattamente la mira, un mettere a fuoco (che è un altro tema centrale per lei, quello di vedere precisamente), mentre il sostantivo punto, come luogo di convergenza, ricorre in poesie in cui evoca un luogo iniziale o originario in cui tutti gli elementi cruciali convergono e da cui tutto si genera:

è accaduto, resta: nel cupo
cavo da abitare come un utero 

c’è un punto in cui la vita si rovescia
diventa scrittura morse.[4]

Tecnica mista (collage e disegno), studente di I D, Scuola media di Serravalle (Repubblica di San Marino), 2024/2025

Il lettore di testi concisi come questo, può avere l’impressione che siano anch’essi dei “punti” o, meglio, dei punti focali (citando l’analogia con la fotografia che torna a volte in questo libro). Come suo traduttore e lettore, ho spesso la sensazione che concentrandomi su tali frammenti io miri verso qualcosa di denso e compatto – qualcosa davvero come un punto, forse perfino un buco nero, se l’immagine non è eccessiva – che, dopo un attimo meditativo, si apre verso un significato più vasto e multidimensionale. Un buco bianco? In ogni caso, le immagini di concepimento e gravidanza nel poema sopra citato generano, si potrebbe dire danno alla luce, un insieme di significati che coinvolgono l’esperienza del venire al mondo e dell’essere vivi, ma anche, nel nostro costante tentativo di costruire un senso, il riconoscere una lingua – il codice Morse a cui fanno riferimento i versi citati –. La vita stessa può trasformarsi in un codice da decifrare, in scrittura da leggere. E tuttavia il «cupo / cavo» simile a un utero può essere anche qualcos’altro: un rifugio, metaforico o reale, dove trovare cura e protezione. Mancinelli attinge spesso a metafore tratte da elementi naturali – animali, piante, forme del paesaggio. Inoltre, nel suo cosmo poetico, tutto è in movimento e in metamorfosi; i confini non sono mai definiti, ma tendono continuamente verso nuove forme. Nella loro migrazione, le identità si aprono, assumono nuove configurazioni; i corpi possono avere una «trama aperta», come dice un testo dell’ultima sezione Diario di passo. L’epigrafe del libro evoca gli uccelli di passo e allude così implicitamente al titolo dell’ultima sezione:

non può disperdersi
si ricompone a ogni svolta
come uno stormo in viaggio.

In questi versi, il soggetto grammaticale è lasciato deliberatamente indefinito. Come parte di questo insieme più vasto, anche gli esseri umani proseguono nel loro volo, lasciando i propri «contorni» – come scrive Mancinelli in cucchiaio nel sonno, la sua nota poesia tratta da Pasta madre – ed evolvono in altre forme, unendosi lungo il tragitto a qualcosa di più grande. È un processo che implica l’essere liberati e il liberarsi. «A volte è un temporale, o un masso contro cui urtare», scrive Mancinelli, «deviare rotta. E ritrovarsi liberi». Questi temporali e massi sono eventi negativi la cui energia distruttiva l’autrice tenta di convertire in una nuova possibilità di visione.

Cucchiaio nel sonno, disegno di uno studente di scuola media

A proposito di questa energia distruttiva, Mancinelli ricorda, in Una pratica di autochirurgia interiore, il suo incontro a Calcutta, durante il suo soggiorno come Chair Poet in Residence, con la divinità femminile indù Kali – dea delle forze distruttive, annientatrice del male che concede anche il “moksha”, ossia l’illuminazione e la liberazione, e simbolo di una oscurità primordiale da cui tutto nasce. Uno dei templi più antichi dedicati alla dea si trovava infatti a poco più di un chilometro dal luogo in cui la poeta alloggiava. «Le forze della distruzione vanno onorate», scrive Mancinelli, «e onorarle significa riconoscerne il potere, la presenza, concedere loro uno spazio dove possano ricevere il nostro sguardo, i doni di ogni giorno». Aggiunge:

Altrimenti si risvegliano, esigono il nostro tributo di sangue. […] ho incontrato [Kali] lo scorso inverno a Calcutta […]. E ho sentito quanto fosse vitale riconoscere quella carica distruttrice che, lasciata dentro di noi, affiora nell’altro a cui prestiamo il coltello. Mentre se impariamo ad accoglierla, possiamo dirigerla verso ciò che ci limita, che ci sbarra il cammino, illuminando parti di noi che erano rimaste buie, avvicinandoci a ciò che siamo. 

Un altro modo di pensare – o meglio, di vedere – i molteplici livelli di lettura presenti nei testi di Mancinelli emerge attraverso l’immagine della fotografia, che diventa la metafora di una scrittura polisemica, fatta di più piani di senso e di analogie che si richiamano tra loro. L’autrice adotta a volte tali termini, sia nei suoi versi sia quando descrive la propria poetica, riferendosi a una «camera oscura» nella quale si ritira per creare, ossia per usare l’oscurità – e in particolare il negativo, l’esperienza negativa – al fine di recuperare la luce nascosta o dimenticata e poi darle forma attraverso le parole, trasformandola in uno strumento capace di aprire a un nuovo modo di vedere. In questo contesto, dunque, la luce significa chiarificazione, lucidità, un grado più alto di consapevolezza – e quindi il passaggio oltre l’oscurità, almeno per un po’. L’atto della scrittura, nella concezione di Mancinelli, la conduce nella sua «camera oscura, nel luogo del non conosciuto, lì dove si annidano i nostri demoni, le nostre più tenaci e impenetrabili ombre», come lei stessa ha scritto. È come se l’autrice metta a fuoco qualcosa – un evento, un’altra persona – forse nel presente, forse nel passato, o persino in prospettiva futura; lo scatto viene eseguito, e poi, anni dopo, l’immagine inquieta e polimorfa emerge, nella camera oscura, dai reagenti stilistici della lingua. La sequenza Camera oscura che ha al centro una relazione distruttiva, non potrebbe essere più esplicita:

nelle prime sequenze hai riso e mi hai parlato all’orecchio. Non sapevi di essere dentro l’inquadratura.

*

a questa distanza posso tenerti a fuoco. Ferma, come negli attimi prima. Le tue ceneri portate dal vento, nella mia camera oscura.

Caviardage di uno studente di II liceo delle Scienze Umane Mamiani di Pesaro, 2024

Eppure, vi è una prospettiva più ampia in questo lavoro di scrittura inizialmente personale, svolto nella camera oscura. Gli elementi autobiografici nella scrittura di Mancinelli tendono sempre verso l’universalità, così come i dettagli riconducono all’insieme da cui sono stati tratti. La poeta ama citare il saggio del filosofo italiano Giorgio Agamben Che cos’è il contemporaneo?, in cui contemporaneo è definito «colui che tiene saldamente lo sguardo sul proprio tempo in modo da percepire non la sua luce, ma piuttosto la sua oscurità. Tutte le epoche», continua Agamben, «sono oscure – buie – per chi vive la contemporaneità. Chi è contemporaneo è proprio colui che sa come vedere questa oscurità, e che è in grado di scrivere intingendo la penna nell’oscurità del presente». Queste e molte altre immagini nella poesia di Mancinelli – relative alla luce e all’oscurità o agli elementi naturali – spesso si uniscono nella ricerca, dopo la devastazione, di un inizio che può permettere all’autrice di rifondare il proprio essere, di riconoscere il proprio corpo – altro tema ricorrente – in modi nuovi. Riconoscimento e accettazione sono necessari per tornare a vedere, con un nuovo occhio, una volta che il ramo è stato reciso. Si noti l’uso del verbo riconoscere in questo brano di Diario di passo e, ancora una volta, la potenziale conversione dell’«abbandono» in «restituzione», che è anch’essa una forma di nuovo inizio:

I corvi sono venuti per lasciarti un insegnamento. Il più difficile. Quei frutti neri sui rami, quella presenza inattesa. E a un tratto il distacco, il vuoto che ritorna limpido. Lo chiami abbandono, prova a riconoscerlo come restituzione.

In tali inizi in cui può avvenire la «restituzione» – presso fonti vitali di rinnovamento e crescita – il proprio posto nel mondo e nel cosmo può essere ristabilito o almeno ripensato. Il sostantivo italiano “inizio” e il verbo “iniziare”, insieme ai loro vari sinonimi, compaiono infatti molto spesso in questa raccolta, in contesti che suggeriscono come il ricominciare daccapo e il recuperare qualcosa di iniziale, primordiale, dipendano dall’accettazione delle rovine, persino della morte, tanto nel suo significato letterale quanto nelle sue estensioni metaforiche. «Sono le perle del tempo, le morti» scrive Mancinelli in un distico, «le attraversiamo come un filo». E queste morti del nostro io, della nostra identità, ci portano avanti verso altre forme ed esistenze. In una poesia rivelatrice, una simbolica «sepoltura» conduce a un inizio che consiste nell’essere affidati alla custodia benevola della terra. La presenza della poeta, il suo corpo e le sue mani che scrivono, sono ora come “radici che lavorano”:

sepoltura. E inizio.
Sono invasata. Vivo in custodia
della terra, a mani immerse
come radici lavorando.[11]


                      Disegno di uno studente di II liceo delle Scienze Umane Mamiani di Pesaro, 2024/2025  

«Sepoltura e inizio». Mancinelli ama citare il concetto espresso da T. S. Eliot in East Coker: «Nel mio principio è la mia fine», scrive nel primo verso, e poi, al termine dello stesso poema, inverte queste immagini prendendo in prestito, e modificando leggermente, il motto che Maria Stuarda, Regina di Scozia, fece ricamare poco prima della sua esecuzione: «En ma Fin gît mon Commencement». Per il verbo francese ‘gît’, Eliot non scrive “giace” (nel senso funebre), ma piuttosto “è”: «Nella mia fine è il mio principio». Un altro tema chiave che caratterizza questa sequenza dedicata a Santa Lucia e, di fatto, attraversa l’intero libro Tutti gli occhi che ho aperto: imparare a vedere, recuperare la vista, acquisire una nuova consapevolezza. Lucia è la santa patrona degli occhi. Nei dipinti è spesso raffigurata mentre tiene i propri occhi su un piatto d’oro. Mancinelli evoca questa figura in un’immagine che traccia esplicitamente il passaggio dalla ferita e dalla morte violenta all’offerta: il «dono» che Lucia fa degli occhi, affinché possiamo ricevere da essi una visione che si apre verso una trasformazione potenzialmente positiva:

guardo i tuoi occhi sul piatto
grani di un viso che vibra
aperto come l’azzurro
su un campo mietuto.

Inoltre, la festa di Santa Lucia – una festa della luce – è anch’essa una fine e allo stesso tempo un inizio. Prima dell’entrata in vigore del calendario gregoriano, questa ricorrenza cadeva nel giorno più corto, e dunque più buio, dell’anno, dopo il quale, giorno dopo giorno, la luce avrebbe cominciato a crescere.

Caviardage di uno studente di II liceo delle Scienze Umane Mamiani di Pesaro, 2024/2025

Il libro ritorna spesso su questo tema del vedere e del recuperare la vista. In un testo tratto da Alberi maestri, ad esempio, Mancinelli scrive:

quando tornerai a vedere troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, ci culla nel vento leggero.

Rispetto ai suoi libri precedenti, sempre più spesso Mancinelli esplora fonti antiche che risuonano nel presente. Un fondamentale esempio è la sequenza Ai piccoli offerenti in bronzo ritrovati sul monte Titano, ma altrove nel volume si trovano tracce di questa stessa tensione, perfino nell’ambientazione scarna di una rotta migratoria nei Balcani. Un brano in prosa della sequenza Jungle, ad esempio, evoca «un’anima tra le forcelle dei rami» che appare alla donna migrante cui l’autrice dà voce. Questa «anima» che pare essere stata «stretta al petto di qualcuno e abbandonata dopo un lungo viaggio» è in realtà, come viene esplicitato nelle note finali del libro, un manoscritto che si trova tra i rami di un albero. Su di esso si riescono a distinguere brani forse trascritti da un antico racconto o testo sacro – «una voce antica».

Mancinelli scrive entro una concezione aperta e non divisa del tempo, in cui le fini e gli inizi si mescolano, e il passato, il futuro e il presente s’intersecano. Ciò è simboleggiato anche dalle tre pagine bianche che l’autrice ha inserito nel libro, a significare una «fine e inizio che si ripete». Ad esempio, nella sequenza ambientata nel monte Titano, rivolgendosi a uno dei piccoli offerenti in bronzo, scrive:

a cospetto del vuoto
non posso fare altro che chiedere
di somigliarti e fonderti – i piedi
nel piombo piantandoti qui
custode su due gambe.[18] 

La voce narrante è quella della poeta che parla nel presente e chiede che qualcosa avvenga nel futuro, ma è anche quella di qualcuno nel remoto passato che sembra prendere parte a un rituale votivo. Il corpo umano si trasforma simbolicamente in qualcosa di sacro, mentre Mancinelli cerca di intravedere i modi con cui possiamo meglio conoscere – riconoscere – i nostri corpi transitori in un luogo più vasto, come il cosmo, inteso nelle sue configurazioni fisiche ma anche potenzialmente spirituali. Una tensione mistica è infatti percepibile nella sua poesia, pur in totale assenza di un determinato riferimento confessionale. Si avverte anche l’importanza dell’aprirsi, dell’imparare ad aprirsi all’altro, all’alterità – a quella forma-in-attesa che deve ancora venire. Questo è un altro insegnamento che si può apprendere da un elemento naturale, come, in Diario di passo, dalle poiane che, posate sulle recinzioni dell’autostrada, «confermano la rotta. Ogni tanto vengono in volo. Le riconosci dalla forza che attingono dal cielo. Tenendo semplicemente le ali aperte».[21]

Caviardage di uno studente di II liceo delle Scienze Umane Mamiani di Pesaro, 2024/2025

Mala kruna è un “romanzo di formazione” Una risposta, per quanto provvisoria, emerge nella sequenza successiva, ambientata in un altro luogo e relativa a un altro contesto. Qualcosa – prima una frase nella mente, poi un suono, un soffio, poi un respiro – si muove in lei e chiede di prendere forma, «di avere corpo. Chiede di avere luogo». Mentre si trova in treno, già in viaggio nel senso più profondo – una sorta di partenza interiore e di avanzamento – inizia a rispondere alla domanda: «Perché sono qui?»

come sono arrivata qui, non lo so. Qualcuno mi chiede un biglietto. Chiudo gli occhi. Il treno continua a scorrere, lentissimo, attraverso il buio – ripeto una sola frase – fatta suono, soffio. Questo respiro che mi attraversa chiede di avere corpo. Chiede di avere luogo. O transitare nello spazio tra gli occhi, intercettato dai più piccoli e buoni animali.[25]

Tecnica mista (collage e disegno), studente di I D, Scuola media Fonte dell’Ovo (Repubblica di San Marino), 2024/2025

Come i migranti possono crollare lungo il cammino ed essere bloccati al confine, anche la voce che scrive è stata infranta (dall’esperienza traumatica a cui rinvia la sequenza Tutti gli occhi che ho aperto) e fermata nel suo viaggio esistenziale. Ciò che accade è simile allo scorrere di un fiume che, «interrotto, dopo un salto o una cascata», si trasforma in «schiuma». Comincia una lotta «contro un confine mobile, invalicabile», come dice un brano in prosa di questo libro; in altre parole, il confine è anche l’impasse interiore in cui ci si può trovare dopo un disastro. Ma poi qualcosa può accadere e liberarci, restituendoci al flusso della vita. Riflettendo sul significato della propria esistenza e del proprio essere nel cosmo – e, nel caso di Mancinelli, facendolo attraverso la scrittura – può iniziare un movimento di liberazione. Il libro si conclude con questi versi:

sono limpida oggi, come un vetro mai rigato dalla pioggia. Ho dimenticato cosa ho dimenticato. Guardo soltanto. Gli stormi passano. Attraverso la luce si raccoglie il tepore nel bosco sulla collina, nel mio corpo finalmente disteso – ho creduto al cielo. Alla linea spezzata dell’orizzonte. Come una sagoma semplice, una possibile forma di vita.

Tuttavia, queste stesse percezioni potrebbero essere state anche quelle di un migrante, una simultaneità che sottolinea l’elaborata e a fondo meditata struttura entro cui le sequenze del libro formano un insieme coerente e intimamente correlato. Il Diario di passo è il diario di un “passo”. Si potrebbe dire: il prossimo passo, il cambiamento fondamentale che attende loro, o lei, o noi. In questo senso, mentre in questo nuovo libro l’autrice ha esteso e approfondito la propria prospettiva interiore, filosofica e spirituale, ha continuato a raccogliere e custodire, a proteggere, ciò che è più indifeso e fragile in sé e negli altri, un tratto notevole anche delle sue opere precedenti. La sua lingua poetica aspira a portare vita – forza vitale – nel linguaggio quotidiano, conferendogli un’energia trasformativa. Lavorando sulle parole inizialmente appuntate nei suoi taccuini, porta a un alto rigore la lingua della poesia in modo che possa resistere accanto al dolore e dargli voce, mentre si apre, indicando una direzione.

John Taylor 
Saint-Barthélemy d’Anjou, 28 febbraio 2023

[1] Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018), è uscito con traduzione inglese di John Taylor, The Little Book of Passage, The Bitter Oleander Press, Fayetteville (New York), 2018. A un’ora di sonno da qui (Italic peQuod 20218), è la riedizione rivista, con l’aggiunta di alcuni inediti e prose, dei due primi libri di Mancinelli, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013). Con traduzione inglese di John Taylor questo libro è apparso, escludendo le prose, nel 2019 per The Bitter Oleander, At an Hour’s Sleep from Here. Poems (2007-2019). The Butterfly Cemetery. Selected Prose (2008-2021), è uscito presso la stessa casa editrice, con traduzione di Taylor ed è attualmente inedito in Italia. Tra narrazione autobiografica, saggio e riflessione poetica, memorie dell’infanzia e scritti sul paesaggio si intrecciano a una meditazione costante sul significato della scrittura.

[2] Franca Mancinelli, Una pratica di autochirurgia interiore, «Poetry Therapy», n. 1, giugno 2020, poi in Id. The Butterfly Cemetery, cit., p. 151.

[3] Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, cit., p. 64.

[4] Ivi, p. 59.

[5] Ivi, p. 120.

[6] Ivi, p. 152.

[7] Ibidem.

[8] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, nottetempo, Roma 2008, p. 13.

[9] Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, cit., pp. 119-120.

[10] Ivi, p. 18.

[11] Ivi, p. 106.

[12] T.S. Eliot, East Coker, in Quattro Quartetti, traduzione di Roberto Sanesi, Book Editore, Bologna 2002, p. 37; p. 46.

[13] Ivi, p. 81.

[14] Ivi, p. 80.

[15] Ivi, p. 27.

[16] Ivi, p. 13.

[17] Ivi, p. 133.

[18] Ivi, p. 76.

[19] Ivi, p. 121.

[20] Franca Mancinelli, The Butterfly Cemetery, cit., p. 152.

[21] Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, cit., p. 54.

[22] Questa definizione appariva nella quarta di copertina della prima edizione del libro.

[23] Il progetto si è svolto nel febbraio del 2018, in Croazia, dal confine sloveno a quello serbo. I testi nati da questa esperienza sono raccolti in Come tradurre la neve. Tre sentieri nei Balcani, AnimaMundi Edizioni, Otranto 2018. Un estratto rielaborato di queste prose è pubblicato nella sequenza conclusiva di Tutti gli occhi che ho aperto, Diario di passo.

[24] Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, cit., p. 118.

[25] Ivi, p. 127.

[26] Ivi, p. 53.

[27] Ivi, p. 131.




Giannino di Lieto: “Opere” e conversazioni sull’autore

Giannino di Lieto (Minori, 1930-2006) si è distinto per l’arte poetica e figurativa, alla quale ha dedicato la sua intera vita.
Di seguito sono proposti alcuni estratti dal volume Opere (Interlinea Edizioni, 2010) insieme al dialogo tra il figlio Giovanni Maria Di Lieto e Livio Partiti, fondatore e conduttore del podcast “Il posto delle parole”: un percorso fatto di suggestioni e visioni che mira a ricostruire un ritratto vivo, costruito “per impressioni”, dell’autore.
Coloro che vorranno ascoltarne il racconto possono seguire il link sotto riportato:
 
Giovanni Maria Di Lieto “Opere di Giannino Di Lieto”: 
 
https://ilpostodelleparole.it/libri/giovanni-maria-di-lieto-opere-di-giannino-di-lieto/
 
Come immagine di copertina e in coda si riportano due opere visive dell’autore.
 

***
 
Da Opere (Interlinea, 2010).
Al termine di ogni poesia è indicata la raccolta di provenienza.
 
Ragazze in bilico
 

Donne giovani forse
senza volto senza corpo le voci
una voce in vena di canzonare
cela l’abbaglio di una farfalla di notte
alla luce immolarsi come valore semiotico
dei balbettamenti runici o
la ricerca assidua di liberazione
da un androne semibuio della fabbrichetta:
siamo divisi da un canale di acqua livida
contenuta fra l’erba palustre e il ciglio della strada
lungo una mattinata tersa.

da Poesie e racconti (2005-2006)

***

Deduzione al blu

Prevedendo una nana bianca non congiunta in abbandono
decade a giochi di chilometri sotto una cinta mineraria
come affascinati raccoglie in tracce di costellazioni
un regno di bellezza senza dubbi appollaiati all’orlo
messaggi di silenzio ruotano a conforto semplici pietre
disposte in cerchio hanno misteri di comunicazione al cielo
un turno di idee per vincere uno spazio vuoto nell’oscurità
nonostante trasparenze proprie del nuotatore subacqueo
contempla eventi lontani dove strappa storie dal cuore
una raffica come un’enorme nave dai boccaporti chiusi
il tempo di prendere contatti altri angeli o dèmoni
forniscono una base per decifrare codici agli uomini verdi
viaggiatori di una grande solitudine una stella il nostro carro
sconta la popolazione delle nubi tranquillo annichilire al rosso
non è più vicino di un castello medioevale tuttavia (Lapo)
riesce ad arretrare fino a noi deduzione al blu
òvvia come una palla di fuoco corre lontano perché
il cammino degli occhi è curvo così la frombola catturando vortici
si sente stanca, appare la gravità un manubrio
in scala d’altissime velocità per una geometria di maschere.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972)

***

Punto di inquieto arancione

Dove fu che il fiore genera di sé un’esistenza colma
isole di corallo come una menzogna su meridioni azzurri
magnifici scarabei poi una voragine bisogna uscire dalla casa
salga un gran chiasso dopo una festa ogni lasciarsi indietro
la sorte in luce diviene forma passeggera e quanto è dato
controdanza in borse di seta almeno piume avanzeranno
con alti e bassi da salde radici è stato cespuglio
un gioco per fulmini si beve i guadagni di un giorno
a quel grumolo si tengono appoggiati masticando foglie
finché da una brocca il vento discorre ghirlande
sul capo i fanciulli spargono semi vestiti di bianco
svolazzassero di notte il sogno doveva essere completamente arso
sarà scacciato con fumo di spina alba.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972)

***

Padre

separazione come accusa la parte una stella sassi e conchiglie
mansueti sentieri dormendo ancora solo esperienze del padre
vissute ormai scrittura in quella traccia di un “O” nel buio
dolci gocce d’erba cubo del bosco non più di una fiamma indietro
rifugio altalene magiche anelli con la spiga diamante dei passaggi
ciascuno senza fatica sottrae la corte al bianco semi sulla testa
anfore del fiume al suo dominio fino al punto che fu terra anche
una piazza una strada figure di animali secondo soldati a equinozi
li portiamo dopo averli raccolti piccolo ibis riceve le mani
dal mutare delle foglie uomini in uso dei tatuaggi percorsi
neppure città intorno freddissimo rischiato inizio dalle cime.

da Racconto delle figurine & Croce di cambio (Salerno, 1980)

***

Mater

Nella vecchia casa
coi muri scambiati
sabbia e scoglio
aspetta una mamma
in mano un rosario
che venga qualcosa
di là dal mare
una barca
una vela
una voce il vento porterà
d’antico amore
di grotta in grotta
fluttuanti
per ombre
cocenti di giorno.

da Poesie (Padova, 1969)

***

Isole da costa

Incrostate interpretazioni in un armadio di mineralogia
a raffigurare sogni per un’alba di sentinelle
affiancati dai turni rami di sangue a guisa di remi
un’infinità di voci emerse saldamente bianche
per incredibili rive inclinazione d’isole
vulcaniche scintille fioriscono l’identico colore
succedersi da quelle alture detriti rapaci
come parole di ferro con pazienza decifrate
preparano mutazioni, qualcosa di deciso già rabbrividente
perché i tonfi rispondono allo scorrere dei chiavistelli.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1972)

***

Nascita della serra

tavole del centro non stile non gesto una conchiglia di cintura
chiuso l’apparenza perlustrare un insetto ogni ticchettio ogni passo
porta la maschera semi dell’appropriarsi un fiore raggi anche del fulmine
per acqua sollevato sonno causa di movimento ventaglio con remi
si adempie sopracciglia lunghe bende nella rosa l’altro traccia piena
ciottoli a luogo rotondo non coscienza volto simile alle vene dopo fuoco
per girasoli come cosa comune nomi sbocci alla sua stagione specchio
un gradino dell’erba né diverso le maniche fuori cadono soffio
catena delle foglie pioppi altissimi pupille quell’ansia barlume ala dei bracci.     

da Nascita della serra (Edizioni Geiger, 1975)

***

Modigliani, mi pare

a mia Madre

Illuminato – È ora di stringere – un imbarco lieve
così balaustra delle prime luci Occidente
platealmente happening al colmo noi loro quelli niente
verrà dato per notizia il giorno un cadavere con belletto
seme nato dall’acqua ombre da ombra diverbi per scambio
un danno di nostalgia illeggibile T una Natura morta
colonne ioniche a concetto clamorose cecità del fuori spazio
                                                                                   non in un libro
le quinte dialettali una croce a pagina pellegrinaggi
della Curia preghiere aggiunte il carro a sponde
delle storie macchinose cede a sollievo un dramma
di dominio pubblico cavalli imbizzarriti sull’asse di sinistra
il patto delle tavole ornamento ogni addio Giovinetta
dal Cammeo ogni differenza inferiore al rosa.

 da Le cose che sono (Masuccio & Ugieri, 2000)

***

Giannino di Lieto, originario di Minori, sulla Costiera Amalfitana in provincia di Salerno (1930-2006), è stato un poeta lontano dalle mode letterarie e al di fuori dei comuni moduli della poesia italiana. Approdato alla letteratura con Poesie (Rebellato, 1969), ha pubblicato, tra molteplici raccolte, Punto di inquieto arancione (Vallecchi, 1972). Medaglia d’oro al premio LericiPea, ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il premio della cultura della Presidenza del Consiglio. Numerose anche le opere di poesia visiva inserite in mostre nazionali e internazionali. Il volume Giannino di Lieto, la ricerca di forme nuove del linguaggio poetico ha raccolto interventi e inediti dopo il convegno dedicato alla sua memoria nel 2007 nella nativa Minori. Le sue Opere sono state pubblicate da Interlinea nel 2010.

 

 





Esiti del Premio Digital MediumPoesia I (2026)

Esito della sezione Inediti

La prima edizione del Premio Digital MediumPoesia ha registrato una partecipazione ampia e stratificata, tanto sul piano generazionale quanto su quello delle soluzioni formali e tematiche, sia per la sezione dedicata agli inediti sia per quella dedicata agli editi. La giuria ha lavorato su una costellazione di proposte in cui sono emerse linee di ricerca differenti: dalla lirica meditativa alla prosa poetica, dalla tensione sperimentale alla scrittura di impegno civile, fino a forme di paesaggismo critico e di riarticolazione del mito.

Il Premio Digital MediumPoesia – Inediti viene assegnato ad Andrea Piasentini (1995).
La valutazione ha riconosciuto nella sua proposta una delle rare voci capaci di mantenere un’elevata uniformità stilistica pur attraversando forme diverse, dal verso alla prosa poetica. Sono stati messi in rilievo il lavoro di pulitura del testo, la precisione ritmica, la coerenza delle chiuse e la costruzione di una sequenza compatta sul piano micro- e macrotestuale. La sua scrittura restituisce una dimensione tragica del quotidiano priva di effetti dichiarativi, affidata a immagini nitide e a una lingua sorvegliata. Una parte della giuria ha tuttavia rilevato una discontinuità qualitativa tra i testi, indicando in un nucleo ristretto i risultati più alti; un’altra ha letto nella varietà formale una coerente articolazione della medesima tonalità meditativa.

Il secondo posto è stato attribuito a Simone Migliazza (1982), autore di una generazione già pienamente matura. La giuria ha sottolineato la consapevolezza linguistica e la tenuta formale dei testi, nei quali il paesaggio si configura come spazio della memoria e della relazione umana, più che come semplice scenario. La critica al presente resta in filigrana, affidata a una sospensione sintattica che costruisce la figura di un osservatore appartato e nostalgico, capace di trasformare la geografia fisica in una geografia affettiva.

Il terzo posto è stato assegnato ex aequo a Luis Cuellar (2006) e Marco Petruzzi (1997), rappresentativi della fascia più giovane dei partecipanti. Di Luis Cuellar è stata evidenziata la vitalità linguistica, il ritmo convulso e l’uso non convenzionale della punteggiatura e delle figure retoriche, che produce una scrittura capace di far saltare le coerenze logico-sintattiche in favore di una tensione semantica più profonda. Una parte della giuria ha letto questa energia come segno di forte originalità in rapporto all’età; un’altra ha osservato come la stessa esuberanza rischi talvolta la dispersione. In Marco Petruzzi è stata riconosciuta la coerenza tra forma e contenuto nella rappresentazione della violenza quotidiana e dei processi storico-politici filtrati dall’esperienza mediatica. La scelta di una prosa volutamente distaccata, capace di generare tensione emotiva attraverso la sottrazione, è stata interpretata come un elemento di maturità; non sono mancate riserve su singoli esiti e su alcune chiuse percepite come eccessivamente retoriche.

Accanto ai testi premiati, la giuria ha ritenuto meritevoli di segnalazione ulteriori proposte. Si è segnalato Adelmo Fortuna (2002) per la peculiare modalità di riuso del mito, innestato su un immaginario pop contemporaneo: una scrittura che mette in dialogo archetipi e cultura mediale, producendo cortocircuiti semantici e temporali. Di Luca Campidelli (1999) è stato evidenziato lo sperimentalismo fondato su strutture associative e su un linguaggio combinatorio che tende a oltrepassare i limiti della punteggiatura e della pagina, capace nei momenti più concentrati di generare immagini di forte evidenza. È stato inoltre segnalato Matteo Persico (1994) per l’uso dell’ironia e della satira nella costruzione di quadri della contemporaneità, nei quali la critica ai costumi emerge con tono misurato, pur all’interno di una materia linguistica volutamente sovrabbondante. Per Gerardo Novi (2000) la giuria ha sottolineato la schiettezza delle immagini, affidate a una scrittura impulsiva e diretta, per quanto non ancora consolidata. Infine, di Lucrezia Lombardo (1987) la giuria ha riconosciuto l’interesse del rapporto con le arti visive e la consistenza del contenuto, rilevando tuttavia un’impostazione prosastica del verso non sempre entusiasmante.

Nel complesso, la selezione restituisce un quadro articolato: la generazione più giovane appare orientata verso sperimentazione linguistica e tematizzazione diretta del presente storico e mediale; le voci anagraficamente più mature si distinguono per controllo formale, lavoro sul paesaggio come spazio della memoria e costruzione di sequenze testuali coese. L’esito della sezione inediti evidenzia così una pluralità di direzioni della poesia contemporanea, nella quale ricerca formale, riflessione sul quotidiano, riuso del mito e tensione etico-civile convivono come possibilità complementari.

Esito della sezione Editi

Per la sezione dedicata ai libri editi, la giuria ha lavorato su una rosa di opere eterogenea per impianto formale, linee di ricerca e grado di maturità. Nel complesso è emersa una valutazione più selettiva rispetto agli inediti: più voci hanno rilevato una qualità discontinua dei materiali pervenuti, individuando tuttavia alcune raccolte capaci di distinguersi per coerenza macrotestuale, tenuta linguistica e riconoscibilità del progetto.

Dalla prossima edizione, il Premio adotterà una modalità di selezione ampliata: la giuria leggerà le opere inviate ma individuerà inoltre, indipendentemente dalle candidature ricevute, i libri di poesia ritenuti più significativi tra quelli pubblicati nel semestre precedente.

Il Premio Digital MediumPoesia – Editi viene assegnato alla silloge La terra coverta. La terra coperta (Puntoacapo, 2023) di Carlo Rettore, classe 1994, nato a Conegliano (TV). La scelta è maturata attorno alla qualità di una raccolta in dialetto veneto capace di coniugare nitore formale e densità referenziale. La giuria ha sottolineato la forza della visualizzazione immediata, la dimensione proverbiale e aforistica dei testi e la capacità di far emergere un paesaggio umano e geografico, fatto di terra, fango, provincia. Sul piano macrotestuale è stata riconosciuta l’efficacia del dialogo tra lingua e dialetto come riflessione implicita sui limiti e sulle possibilità della scrittura poetica. La versione in italiano standard, limpida e priva di ridondanze, è stata letta come ulteriore elemento di equilibrio.

Accanto al vincitore, la giuria ha individuato altre due opere finaliste. Di Trilogia dell’acqua (Pequod, 2023) di Andrea Lanfranchi (1968), con prefazione di Eugenio De Signoribus, è stata evidenziata la coerenza dell’impianto, costruito attorno a isotopie riconoscibili – in particolare quella acquorea – e sostenuto da una sonorità diffusa e da una macrostruttura organica. L’alternanza tra italiano e dialetto all’interno degli stessi testi è stata letta come uno degli elementi più riusciti della raccolta. Non sono mancate riserve su singoli passaggi percepiti come meno compatti o su una certa oscillazione tra intensità e dispersione, ma nel complesso il libro è stato considerato tra i più solidi per ritmo, lessico e tenuta progettuale.

Ha colpito positivamente la maggior parte della giuria anche la raccolta La voce bambina (Edizioni Croce, 2024) di Giovanni Rossi (1996). Si riconosce nella sua scrittura una linea lirica riconducibile a una tradizione di ascendenza sabiana e penniana che giunge fino alla ‘scuola romana’ con poeti quali Antonio Veneziani e i più giovani Gabriele Galloni e Giorgio Ghiotti (prefatore del libro). La lirica di Rossi è caratterizzata da pulizia formale e da una tonalità affettiva di impatto immediato: alcune letture hanno sottolineato il rischio di una soluzione ritmica e fonica talvolta prevedibile e di esiti troppo assertivi; altre hanno invece valorizzato la dimensione di ingenua tenerezza e la rarità, nel panorama contemporaneo, di una voce che non rinunci a un’efficace comunicabilità emotiva.

La giuria ha inoltre ritenuto opportuno segnalare alcune raccolte per specifici elementi. Di Ksenja Laginja (1981) è stata rilevata l’ambizione della costruzione simbolica e del sistema di richiami interni; tuttavia, il rapporto tra impianto numerico e asse tematico non è apparso sempre risolto in modo convincente, pur lasciando intravedere una linea di ricerca riconoscibile. Andrea Tisano (1995) è stato letto in relazione a una marcata ascendenza sanguinetiana-zanzottiana: per una parte della giuria tale prossimità ha costituito un limite in termini di autonomia della voce, mentre per altri è risultata apprezzabile la densità del tessuto fonico e del dettato. Di Fabrizio Bregoli (1972) è stato apprezzato l’interessante rapporto tra scienza (fisica, nello specifico) e poesia, non senza alcune riserve in merito alla coesione della versificazione. Di Clarissa Arvizzigno (1994) è stata riconosciuta la competenza versificatoria e una buona tenuta metrica, soprattutto in rapporto all’esordio; sul piano delle immagini la raccolta è stata percepita come ancora in cerca di una più marcata definizione. Per Silvia Pepe la giuria ha rilevato parziali elementi di originalità nell’impianto macrostrutturale derivato dalla Tōrāh, nonostante la tenuta complessiva sia stata percepita manchevole di forza e compattezza.

Una menzione particolare riguarda infine due due voci giovanissime, classe 2007, che hanno pubblicato una raccolta ancora in ambito liceale: Michelangelo Grimaldi e Maddalena Albiero. Nel caso di Grimaldi la giuria ha osservato una lingua orientata verso modelli colti e classicheggianti, seppur non ancora pienamente emancipata dall’impianto scolastico; nel caso di Albiero, si tratta piuttosto di una scrittura confessionale ed emotiva, quasi diaristica, che privilegia il contenuto rispetto al lavoro formale sul verso. Si tratta in entrambi i casi di prove da incentivare, per le quali si suggerisce un rafforzamento della formazione attraverso lo studio della poesia del Novecento – in primis, con la storica antologia Poeti italiani del Novecento (1977) curata da Pier Vincenzo Mengaldo e con un utile volume orientativo quale La poesia italiana degli anni Duemila (2017) di Paolo Giovannetti – e la lettura delle principali voci degli ultimi cinquant’anni, da Antonella Anedda a Giuliano Mesa, fino alle generazioni più recenti. Al riguardo si segnalano i “Quaderni Italiani di Poesia Contemporanea” editi da Marcos y Marcos a cura di Franco Buffoni; l’antologia in tre volumi sui Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 a cura di Giulia Martini per Interno Poesia; e recenti iniziative quali il Pini Art Prize rivolto ad artisti e poeti under 35.

Nell’insieme, gli esiti della sezione editi delineano un quadro in cui la coerenza macrotestuale, la consapevolezza linguistica e la riflessione sul rapporto tra lingua e territorio si confermano come i principali elementi di riconoscibilità di una proposta poetica valida, accanto alla persistenza di linee liriche più tradizionali e di ricerche ancora in fase di definizione.

Seguiranno nei prossimi mesi gli articoli dedicati ai vincitori delle due sezioni. Invitiamo autori e autrici – di cui sono giunte molte meno proposte in percentuale – a inviare le proprie opere poetiche edite e inedite per la prossima edizione del premio semestrale (invii possibili dal 1° marzo al 1° maggio), secondo le modalità che trovate sul nostro sito nella sezione Scopri e Collabora.

Francesco Ottonello, presidente della giuria




Poesiæuropa VIII Edizione, 2026 | Bando

Poesiaeuropa VIII edizione - Mediumpoesia

Bando 

Poesiæuropa propone una riflessione sulla cultura umanistica partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle nostre radici storiche e spirituali e costruire insieme visioni per il futuro. Nel 2026 il progetto giunge alla sua VIII edizione e prevede la partecipazione di autori da diversi paesi che prendono parte a una scuola speciale. La scuola si terrà presso l’Isola Polvese del Lago Trasimeno (Perugia), in Italia, al confine tra Umbria e Toscana, durerà dal 3 al 6 giugno 2026, per la durata di 4 giornate, e sarà articolata in vari appuntamenti:​​

  • lectio magistralis;
  • forum di dialogo; 
  • workshop;
  • panel con presentazione dei lavori dei vincitori di borsa di studio; 
  • reading. 

Per l’edizione del 2026 si richiedono interventi attinenti alle seguenti aree tematiche:​​

1) ECHI DAL FUTURO – Questo focus è dedicato a una riflessione ad ampio spettro sul tema del futuro nelle scritture dal 2020 in poi, in poesia e in narrativa. In particolar modo, ci concentreremo su tre aspetti, attraverso i quali può essere interpretato questo tema:​​​

  • solitamente si assegna un ruolo di primo piano al tema del futuro nelle opere considerate appartenenti al genere della fantascienza, che possono avere un carattere utopico o distopico, prefigurando paradisi o apocalissi. Vorremmo portare l’attenzione anche su scritture che rappresentano l’idea del futuro come parte di una condizione esistenziale e riflessiva che non sovrappone immagini o narrazioni trasfiguranti di un domani, meraviglioso o distruttivo, all’esperienza di questi anni, ma che proprio nell’esperienza di questi anni è radicata. Un futuro che non toglie attenzione al presente come reale condizione storica, ma anzi vuole portare ad un’accesa consapevolezza critica della storia;
  • come i Future Studies possono interagire e/o influenzare la letteratura che si fa oggi? Attenendoci alle indagini dei Future Studies, orientati ad uno studio sistematico ed interdisciplinare del possibile e del probabile, con l’obiettivo di prefigurare e anticipare cambiamenti sociali, culturali e tecnologici, rivolgiamo l’attenzione a varie sinergie tra: a) la scrittura letteraria e campi extra-letterari e non umanistici (scienze, matematica, economia, ecc.); b) il linguaggio scritto e il concetto di pluralità – dal momento che pensare il futuro e le sue possibilità/probabilità implica un orizzonte plurale –, dunque come la scrittura  può configurarsi con un focus plurale nelle modalità di rappresentazione del soggetto/individuo, dello spazio, del tempo e negli usi dello stile;
  • il tema del futuro apre a un ventaglio di interazioni tra la scrittura, le forme artistico-mediatiche-digitali e l’IA. Ci interessa riflettere sui modi in cui la figura dell’autore può delinearsi in prospettiva, ad esempio nell’interazione con gli strumenti di creazione artistica, i canali di diffusione, i contesti di rappresentazione delle opere che attualmente si stanno elaborando, a livello editoriale, mediatico, museale;

​​

2) LAVORO – Questo focus è dedicato ai modi in cui la letteratura ha affrontato il tema del lavoro, soprattutto nelle sue connotazioni storiche e sociali. Verranno prese in considerazione le proposte che affrontano la questione in questi termini:

  • il lavoro come soggetto della scrittura (testi che ne parlano esplicitamente, con attenzione in particolare ai vari fenomeni del lavoro, mercato del lavoro, cambiamenti del lavoro, modi degli individui di dare valore al lavoro, ecc.) e come ciò ha connotato i testi all’interno di poetiche specifiche, con preferenza per le opere pubblicate dal Duemila in poi;
  • autrici e autori che hanno realizzato interventi critici saggistici e/o giornalistici sul tema del lavoro, se e come queste riflessioni in prosa interagiscono con la loro poesia;
  • testi che affrontano il tema del lavoro e orizzonte d’attesa, ovvero come i lettori hanno interagito con questo tipo di testi, come essi appaiono collocati nei contesti di diffusione (libri, giornali, web, social media, ecc.);
  • come un autore concepisce il proprio lavoro? Considera il lavoro come elemento cruciale della propria poetica? A tali questioni, si aggiunge una riflessione sull’idea di scrittura come lavoro, atto creativo e condizione materiale: la scrittura può essere oggi considerata un lavoro con risvolti a livello formativo e sociale, ma anche produttivo/d’innovazione, ecc.?

​​

3) RUMORE – Questo focus è dedicato alle interazioni tra il linguaggio della poesia e gli studi scientifici sul rumore. Verranno presi in considerazione i lavori che riflettono sulle interazioni tra la scrittura e le valenze attribuite al rumore:

  • il rapporto tra la poesia e le distinzioni tra suono e rumore, armonia e disarmonia, equilibrio e disequilibrio, politura e scarto, sound-scape e noise-scape, composizione/forma/stile e anti-composizione/anti-forma/anti-stile;
  • a tale prima linea guida, vogliamo però aggiungere anche una seconda in cui le distinzioni prima indicate si sovrappongono in tessuti di ibridazioni: il suono e il rumore appaiono consustanziali a un’atmosfera composita, come alternanze di corpi cosmici pulsanti, in evoluzione, in divenire; inoltre, appaiono in sé stratificati (il suono e i suoi toni, alti-bassi, chiari-scuri; il rumore e le sue gamme, ad esempio dal white noise al brown noise);
  • il rumore in poesia oltrepassa la dimensione compositiva e stilistica: le polarità, tanto antitetiche quanto complementari, tra suono e rumore portano a considerare anche implicazioni ideologiche del fare poesia, che sono attinenti al giudizio morale su utile/inutile, necessario/innecessario e, in senso estetico, bello/brutto, ma che comprendono anche giudizi utilità/inutilità del bello e significanza/insignificanza del brutto (ad esempio, a partire dalle storiche distinzioni tra bello e sublime). Infine, una domanda: possiamo dire che, allo stato di cose del presente, il campo della poesia sia un contesto indicativo del fatto che, a più larga scala, i giudizi di valore vengano tendenzialmente sostituiti con giudizi di utilità?  ​​

​​

Per ottenere la borsa di studio, che prevede l’ospitalità per le giornate in cui si terrà la scuola e la presentazione dei propri lavori di studio e/o creativi, sarà necessario inviare una mail con allegati il proprio curriculum vitae e un abstract di massimo 500 parole dello studio o del lavoro artistico che si intende presentare all’indirizzo info@spaziohumanities.it entro il 2 marzo 2026. I risultati saranno comunicati entro il 12 marzo 2026. 

La partecipazione è aperta a tutti: le borse non comportano limiti riguardo l’età, l’occupazione professionale e la provenienza dei partecipanti. La partecipazione a Poesiæuropa permette inoltre di ricevere un attestato di partecipazione con validità di corso di aggiornamento/formazione, per questo la disponibilità a rimanere per l’intera durata dell’evento avrà effetto premiante in sede di concorso.

I contributi selezionati dal comitato scientifico saranno inclusi in una pubblicazione patrocinata dal Dipartimento di Lettere-Lingue dell’Università di Perugia in sinergia con Arizona State University e Colby College.

Ogni borsa di studio coprirà tutti i costi di vitto e alloggio in una camera multipla presso una struttura convenzionata. Per riservare una camera singola o multipla all’Hotel Villa Polvese Resort per l’intera durata dell’evento, o una camera singola in una struttura convenzionata, è richiesto un contributo, comunicato su espressa richiesta. A fine di facilitare le attività logistiche, si prega di specificare il tipo di alloggio desiderato al momento della candidatura.

Poesiaeuropa 2026 si impegna inoltre a riservare 2 borse di studio interamente gratuite per scrittori, poeti o artisti che vogliano presentare la propria opera.

Agli gli studenti che vorranno seguire le lezioni e vivere l’esperienza della scuola senza presentare progetti di studio, verrà rilasciato un attestato di partecipazione che implica l’obbligo di frequenza di minimo 2 giornate formative su 4. Nel caso in cui gli studenti vogliano anche pernottare, si prega di specificare questa richiesta al momento dell’iscrizione e provvederemo a indicare loro una gamma di strutture convenzionate.

Non sono previsti rimborsi per il viaggio.

​​​​

Per ogni informazione, non esitare a contattare:

info@spaziohumanities.it

​​​

Poesiaeuropa è un’inziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo ed è organizzata in collaborazione con Arci Spazio Humanities. Tra i partner: Università degli Studi di Perugia, Regione Umbria, Goethe Institut, Instituto Camões, Forum Austriaco di Cultura, Ambasciata d’Irlanda, Accademia d’Ungheria, Danish Art Foundation, Colby College, Arizona State University, and Virginia G. Piper Center for Creative Writing. Il programma degli ospiti sarà disponibile sul nostro sito nei primi mesi del 2026 e a seguire quello completo con tutti i borsisti.




Riccardo Frolloni / Sparare a zero. Intervista e testi

  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Quelli di cui ricordo perfettamente il momento in cui ho finito di leggerli, per gli italiani: Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco; Umana gloria di Mario Benedetti; Necrologi di Nadia Agustoni; Historiae di Antonella Anedda; Mattoni per l’altare del fuoco di Alessandro Ceni.
Una menzione speciale meritano gli stranieri: Nox di Anne Carson; Three Poems di Hannah Sullivan; Obit di Victoria Chang; The Blue Clerk di Dionne Brand e On not Losing my Father’s Ashes in the Flood di Richard Harrison.

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

Non parlo mai del mio scrivere poesia a lavoro, né in famiglia, ma ho dedicato e dedico tuttora gran parte della mia vita alla letteratura, alla sua condivisione e diffusione, pertanto ne è inevitabilmente influenzata. Non scrivo per qualcuno, vorrei dire che scrivo per me o che scrivo per tutti, ma direi una mezza verità, è una cosa che avviene a basta, forse scrivo per il mio alter ego migliore, per chi vorrei essere.

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Negli anni è cambiato. Oggi cerco una comunità ramificata, sparpagliata e forse disgregata, di poeti-amici: persone che stimo, da cui desidero una parola vera, persone cui voglio bene. Sono i miei primi e ultimi lettori: se ho il loro sostegno, sento di aver fatto molto del mio lavoro. Provo da tempo a favorire una condivisione orizzontale: è un volo meraviglioso, e spesso fallace, pindarico, ma necessario, anzitutto per me, per continuare a sperare.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Non mi sembra facile oggi definire il concetto di tradizione poetica italiana. Direi di sì, penso a me come all’ultimo anello della catena: da qualche parte vengo, da qualche parte vorrei portare. Guardo con attenzione alla poesia nordamericana, molto a quella canadese, spesso trascurata, e di recente a quella sudamericana, in una vera primavera.

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Nei libri che ho scritto ho trattato di neuroscienze, ma solo da amatore, senza conoscerle davvero e senza che ne sia stato profondamente influenzato. Tra le arti direi certamente la musica: ho iniziato a suonare prima di iniziare a scrivere e nel tempo è rimasta la mia fonte primaria di fruizione artistica, ascolto centinaia di album all’anno, ne scrivo e vado ai concerti, provo ancora a suonare, ma quello è un tasto dolente. Entra in poesia in quanto mi aiuta a comprenderne il tono, la temperatura, le sfumature, i ritmi e i tempi, è sempre una questione di tempo.

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Brutto. Mi sono sempre sentito scemo a scrivere in una metrica tradizionale e in rima, ci ho provato e mi sento incapace, ne sono usciti solo versi brutti. Nel tempo i miei versi si sono allungati molto e ho dovuto fare i conti con il ritmo e le unità di tempo e di suono, come fossero dei moduli; a riguardo sono nate lunge e vivaci discussioni con il professor Stefano Colangelo, che da sempre è mio faro.

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

I nati negli anni Novanta sono ancora una nuova generazione? Se sì, mi piacerebbe sentire i miei favoriti Gaia Giovagnoli, Matteo Tasca e Federica Defendenti. Se parliamo delle “nuove nuove”, i nati negli anni Zero, penso ai bravissimi Andrea Ragazzo e Beatrice Restelli, e una ’99, la neo-inquadernata Ilaria Crocchini.

      0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Non mi piacciono i poeti violenti, quelli che hanno tirato fuori il peggio di me e che mi hanno portato spesso ad odiare la poesia. Insieme a questi, chi permette loro la violenza, in qualsiasi forma.
Una poesia che, piuttosto, mi fa ridere, di Vincenzo Consonni:

Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?

Ogni fiore lo sa.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

da Amigdala (Aragno 2024)

Abbassa le luci, gradualmente, giorno dopo giorno, lei
se ne accorge, domanda, ma niente, lui nega, le chiede

se si sente bene, le dice che si sta preoccupando, giorno
dopo giorno, sempre più fioche le luci e lei che si ricordava

diversamente, i colori, quasi non vede più certi angoli,
ma oramai si inventa le cose, le immagina, finché non diventa

normale, addirittura, condivisibile, in questa notte
della mente c’è una foto, è mio padre da giovane, è in ginocchio e riceve

una benedizione, tutti sorridono, in un’altra c’è l’uomo che benediceva
circondato da sole donne e il resto degli uomini di lato, quasi non si vedono,

io bambino in braccio a mio padre, e tutti sorridono, poi una terza foto
e sono tra altre braccia, sorrido, durante la mia infanzia molte cose

colpite da fulmini, ma se nessuno li nega, alcuni fatti straordinari
possono sembrare normali, addirittura, condivisibili.

***

C’era la processione della vigilia, gli incappucciati, le caviglie incatenate e loro
in vetrina a rivestire manichini nudi, a mettere in ordine la vergogna, di stare là, a lavorare
ancora a quell’ora, lavorare per il troppo lavoro, prepararsi per il giorno dopo, la pasqua
e la pasquetta, i primi giorni di primavera, il boom economico, il paese e la montagna che vive
anche dei prati. Mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri, solo a casa, a porte chiuse, gli altri
si vantavano degli incassi, gli altri, ma noi no, mai, meglio evitare, farsi gli affari propri, la vergogna
di mostrarsi religiosi col lavoro, coi milioni, tre milioni e mezzo, undici, dodici milioni
a ferragosto, i soldi, che mio nonno contava tutta la notte sul tavolo grande nel semibuio
di case di campagna, luce fioca e falene, tanti soldi non li aveva mai visti in vita sua, e di padre
in figlio lo stesso pensiero quando il direttore lo conduce nel cavò e balle di soldi legate con lo spago,
in quattro o cinque a caricarle sul furgone che non sembravano più soldi e non avevano
abbastanza mani.

***

Volevano comprare immobili, negozi, intere palazzine,
il mercato era nuovo, emergente,
le politiche europee favorevoli,
il denaro che gira insieme all’aria fresca di liberalismo,
il porno, gli stranieri in città, e i miei
attraversano Bucarest con un furgone pieno di soldi.

***

Come in un incubo qualsiasi i soldi
cambiano continuamente forma

e una volta sono un dono di grazia e una, invece,
la lingua del demonio, lo sterco del diavolo.

*

Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024, Premio Tirinnanzi 2025). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison (’roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) ed è in corso di pubblicazione la traduzione di Three Poems di Hannah Sullivan per Crocetti Editore. È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Dirige la collana di poesia giovane “Obtortocollo” per la casa editrice Industria & Letteratura. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.




Cemal Süreya, “Tutte le canzoni di Istanbul”, a cura di Nicola Verderame.

Ironia, sensualità, libertà di plasmare la lingua: l’opera poetica di Cemal Süreya (1931-1990) ha segnato la poesia turca tra metà anni Cinquanta e metà anni Ottanta. Süreya è stato uno dei maestri del “Secondo Nuovo”, l’avanguardia modernista che ha rivoluzionato la poesia turca del secondo Novecento e che rispecchiava un paese in profonda trasformazione, nel quale la società dei consumi di stampo americano stava stravolgendo lo spazio urbano, generando nuove concezioni (e percezioni) dell’individuo. Nel corso di tre decenni, Süreya ha pubblicato sei raccolte di poesia, numerose raccolte di saggi, traduzioni dal francese e persino vignette. I suoi versi rivelano una grande capacità di forzare le barriere sintattiche e morfologiche, ma al contempo sanno trasmettere immagini di grande efficacia. Autore di culto, le sue poesie sono riprodotte su gadget di ogni tipo e spesso gli sono attribuiti versi che non ha mai scritto. Insomma, un vero e proprio classico moderno. Una raccolta di novantanove sue poesie è stata pubblicata in italiano da Bompiani nel 2025 con il titolo Tutte le canzoni di Istanbul, a cura di Nicola Verderame. Da questa raccolta sono tratti i testi qui riprodotti per gentile concessione delle case editrici Bompiani e Can Yayınları.

***

Dalla raccolta Üvercinka (“Üvercinka”), 1958

Önceleyin

Önce bir ellerin vardı yalnızlığımla benim aramda
Sonra birden kapılar açılıverdi ardına kadar
Şarabın yanısıra felekte bir Cumartesi
Gözlerin, onun ardından yüzün, dudakların
Sonra herşey çıkıp geldi.
Yeni çizilmiş gözlerinle namuslu, gerçek
Bir korkusuzluk aldı yürüdü çevremizde
Sen çıkardın utancını duvara astın
Ben aldım masanın üstüne koydum kuralları
Herşey işte böyle oldu önce

All’inizio

All’inizio erano le tue mani tra me e la mia solitudine
Poi di botto si spalancarono le porte
Insieme al vino, un sabato del fato,
I tuoi occhi, il viso, quindi le labbra
Poi tutto venne fuori.
Con i tuoi occhi appena disegnati, pura e reale
Un’aria intrepida ci ha avvolti
Ti sei sfilata il pudore di dosso e l’hai appeso al muro
Io ho preso le regole e le ho mollate sul tavolo
Ecco come tutto è giunto all’inizio

Şiir

Kadın kendini gösterdi usulcana
Çekingenlikle koşulu beyaz usulcana
Gittiler gözleri aşka yaşamaya yangın
Gidip gelenler oldu gitti geldiler.
Kadın saçlarını getirmedi uzakta tuttu
Umutsuzlukla dolu soyunuk uzakta
Düştüler karanlıkta aralık aralık
Düşüp ölenler oldu düştü öldüler.
Kadın gözlerini koydu ortaya
Bir mavi bir gökyüzü aldı çevrelerini
Sevdiler sonsuz bir maviyle alıngan
Sevip yaşayanlar oldu sevdi yaşadılar.

(1953)

Poesia

Morbidamente la donna si rivelò
Morbidamente e bianca e frenata dalla timidezza
I suoi occhi incendiati di vita e d’amore
Andarono e tornarono con chi andava e tornava.
La donna non portò i capelli li tenne lontani
Disperata e nuda nella lontananza
A tratti cadde nelle tenebre
Cadde e morì chi cadeva e moriva.
La donna rivelò i suoi occhi
Un azzurro un cielo avvolse ogni cosa
Amarono infiniti con un superbo azzurro
Amò e visse chi amava e viveva.

(1953)

***

Dalla raccolta Uçurumda Açan (“Sbocciato sul precipizio”), 1984

Bu Bizimki

Yıkıcı bir aşk bu,
Yıkıyor milletin ortasına
Tutku yükünü.
Bölücü bir aşk,
Ekmeği suyu bölüyor
Günde üç öğün.
Hain bir aşk bu,
Sizin eve hırsız girer
Onunkine polis.
Yasadışı bir aşk,
Evlenmeyi
Hiç mi hiç düşünmüyor.
Soyguncu bir aşk bu,
En sıradan ezgilerden
Sevinçler devşiriyor.
Kökü dışarda bir aşk,
Dante ile Beatrice’inkine
Fena öykünüyor.
İşgalci bir aşk bu,
Samanlık sevişenin diyor.
Başka şey demiyor.

Questo nostro

È un amore distruttivo questo
Distrugge sotto gli occhi di tutti
Il fardello della passione.
È un amore divisivo
Divide il pane e l’acqua
In tre pasti al giorno.
È un amore traditore questo,
Il ladro penetra in casa vostra
Nella sua il poliziotto.
È un amore fuorilegge,
Di sposarsi
Non ci pensa proprio.
È un amore che fa razzie questo,
Alle melodie più banali
Strappa via la gioia.
È un amore con radici straniere
E muore dalla voglia di somigliare
A quello di Dante e Beatrice.
È un amore che invade, questo
Dice che il pagliaio è di chi ci fa l’amore.
Nient’altro.

***

Dalla raccolta Güz Bitigi (“Lettera d’autunno”), 1984

Gece bitkilerinden

Gece bitkilerinden korkuyorum,
Hayır, geceleri bitkilerden!
Gizlenirken vurulmuş ulaklara ağıttır
Bana açtığın her telefon.
İki kalp arasında en kısa yol:
Birbirine uzanmış ve zaman zaman
Ancak parmak uçlarıyla değebilen
İki kol.
An ki fıskiyesi sonsuzluğun
Keşke yalnız bunun için sevseydim seni.

Delle piante notturne

Ho paura,
Anzi no, di notte ho paura delle piante!
Ogni tua telefonata è un lamento
Per i messaggeri colpiti nei nascondigli.
La via più breve tra due cuori:
Due braccia
Tese l’una all’altra che ogni tanto
Si toccano solo per la punta delle dita.
L’attimo è la sorgente dell’infinito
T’avessi amata anche solo per questo.

***

Cemal Süreya (1931 – 1990) è stato un poeta e scrittore turco.
Si è laureato dalla facoltà di scienze politiche dell’Università di Ankara. Era il redattore capo della rivista letteraria Papirus. I poemi e gli articoli di Süreya sono stati pubblicati nelle riviste Yeditepe, Yazko, Pazar Postası, Yeni Ulus, Oluşum, Türkiye Yazıları, Politika, Aydınlık e Somut.

Nicola Verderame (1984) ha insegnato Lingua turca all’università del Salento e Filologia turca presso l’università “L’Orientale” di Napoli, dove si è laureato in Studi Islamici (2003-2008). Ha conseguito un Research Master in Turkish Studies all’università di Leiden (2011) e il PhD in Storia contemporanea alla Freie Universitaet Berlin (2018). Ha tradotto opere di narrativa dal turco per le case editrici nottetempo, E/O, Feltrinelli, Mondadori, Carbonio, e numerose traduzioni da poeti turchi viventi per le riviste Atelier, Testo a fronte, Poeti e Poesia. Nel 2016 ha curato e tradotto la raccolta di Tuğrul Tanyol Il vino dei giorni a venire – Poesie scelte 1971-2016 (Ladolfi ed.), insignita del Premio Benno Geiger 2017 e del Premio Nazionale di Traduzione del Ministero dei beni e delle attività culturali nel 2018. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di Haydar Ergülen La casa nella melagrana – Poesie scelte 1982-2018, prefazione di Milo de Angelis, Premio Ciampi, Valigie Rosse Edizioni.
Attualmente cura la sezione “Versi” della rivista online Kaleydoskop – Turchia, cultura e società e il blog Defter – Poesia turca contemporanea.




“Pace non trovo”. Canti contro la guerra | Estratto

Pace non trovo MediumPoesia

Sin troppo facile applicare a questa messe di versi la categoria interpretativa di “poesia civile”: un’etichetta che vuole indicare quelle opere i cui contenuti sono sbilanciati verso un proclamato attivismo pubblico, nella condivisione di certi valori positivi. E comunque non c’è dubbio che siamo di fronte a poesie che si sforzano di dire qualcosa di utile a favore della pace. E che otterranno un piccolo effetto – comunque – dopo la loro pubblicazione. Perché se ne parlerà, se ne discuterà, ci saranno letture, presentazioni, polemiche. Sia chiaro: tutti insieme, con questo libro stiamo facendo qualcosa di concreto, a sostegno di una entità che chiamiamo “pace”. Anche se la sua definizione non può che essere grossolana, imprecisa, nel senso che ricordavo sopra. E invece, più concretamente? Queste poesie sono anche “contro la guerra”? Vanno al di là di una serie di petizioni di principio? Ed è corretto chiedere alla poesia una collocazione così storicamente vincolata? Peggio ancora: il discorso in versi è in grado di rispondere a una richiesta pubblica forte? Temo di dover rispondere negativamente a tutte queste domande. E non perché quelli che avete di fronte siano brutti testi, e non perché io escluda che sia possibile una poesia che svolga un ruolo civile. Ma semplicemente perché le strade politiche della poesia “contro la guerra” (come di ogni altro discorso estetico impegnato) seguono percorsi molto tortuosi e non così frontali. La politicità profonda di un’azione artistica chiede una serie di mediazioni che non passano solo attraverso una dichiarazione tematica, ma implicano il riferimento a un agire simbolico la cui efficacia dipende innanzi tutto dalle dinamiche tortuose della ricezione. Le intenzioni, i programmi sono invece la sostanza prima con cui – qui – abbiamo a che fare. Questo libro si vuole – tematicamente, volontaristicamente – favorevole alla pace, e almeno un po’ contro la guerra. Si manifesta come atto nobile e generoso, in grado di dare un contributo alla polis universale. E io che scrivo mi sento organico a questo proponimento.

(dall’introduzione di Paolo Giovannetti)

*

Davide Barilli

RABDOMANTI

Non erediteremo che rovine
grattacieli di polvere e sangue
fotogrammi sgranati di incunaboli
postmoderni
respirando altri veleni sbriciolati
occhi feriti che supplicano
garze impregnate di morte
satellitari istanze geografiche
in attesa di orde meccaniche
precise come droni
nascosti in un rivolo di luci perse
bussole senz’ago nella galassia
in cui rabdomanti del nulla
cercheremo pace.

*

Alessandra Carnovali

sa di pane la pace
di grano che il sole
irrobustisce e ammorbidisce
la pioggia e di mani
sapienti

e condivisione

sa di gesti umani, unione
tra pari

bisogni primari

*

Federico Marcelli

Ἰχθῦς ἱεροὺς μὴ ἀδικεῖν 
Legge sacra del santuario di Atargatis, Smirne, I sec. a. C. 

NARCISO 

Il giardinetto presso la stazione 
sente un rumore non troppo lontano. 
È chiaramente il treno, 
perché per le cicale è ancora presto. 

Dentro ai confini della recinzione, 
la primavera insiste sui veleni: 
saltella il sole sopra alla lamiera, 
la fontanella d’amianto zampilla 
e nella vasca sporca i pesci rossi  
predicano la pace. 

Per poterli guardare vengo a patti 
con mezzo metro d’acqua e con lo specchio.

Come sarebbe utile toccare 
col dito il fondo e non bagnarsi il polso, 
se la profondità diventa un obbligo 
e un ordine conoscere sé stessi! 
Come sarebbe bello rinunciare 
ai trascorsi mortali di Narciso! 

Asciugo l’avambraccio  
e guardo il mio riflesso. Eppure esisto 
innanzitutto perché non mi vedo. 

*

Giuseppe Pisano

LA PACE

Quanno t’arimorde ’a coscienza
d’ave’ fatto ’no sgarbo a quarchiduno
te po’ veni’ ’a voja d’arimedia’ e allora?
la inviti pe’ ’na pizza ’ndo se po’ discore

e tentar de fa la pace immantinente
ma se fa più presto a dillo che a fallo
e a dilla tutta de che parlamo?
’no sgarbo? ma fu innocente, semo seri

chiamamolo “lapsusse” e pe’ chiari’ l’idee
smettemola de fanne ’na questione,
guardamose
nell’occhi e annamo dritti ar chiarimento

e pe’ dilla tutta proprio per intero
sedemose e fissamose ’nde ’e pupille
la pace è ’na cosa seria: famola pe’ lo vero
oggi, dimani e poi pe’ sempre.

*

Federico Savelli

***

Oh, si può fare
                            di tutto
per evitare di essere maschera.
Non c’è soluzione, né appartenenza.
Di una memoria, ecco, che

proponi già decisa-
Oh tu mi dici: mi scompiglia la tua terra
dimenticata dagli occhi al cuore.
Ma se non c’è pazienza; se sai anche tu
     che qui tutto si sceglie fuorché la vita
che è dentro la vita. Lascia.
No: noi conosciamo il tempo

           lo sopportiamo
come si fa esattamente con la terra
come si fa con una pietra
           o con una pianta.
/Ma le miglia da percorrere

le ha già fatte quello
                          o quest’Angelo.
E noi dalla maschera ricaviamo
                          un cuore brusco
        e un sottile nascondiglio
   e da un verso rapido

troppi riferimenti al cuore.
 Scienza: possa mai un nervo
        possa mai un nervo lì
                         sanificare i sensi
trasferire gli assoni

contro il dolore di un altro corpo-
Le maglie del prolungamento
   elettrico
smitizzare carni come tante.

A notte a notte

presso l’ingresso alle acque
presso lo slabbro dei porti
      forse sapremo da che occhi
saranno sorrette le ante—

*




Vera Linder / Sparare a zero. Intervista e testi

Vera Linder / Sparare a zero. Intervista e testi
  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

In ordine alfabetico:
While Standing in Line for Death di C.A. Conrad;
Bluets di Maggie Nelson;
The Body in Language: An Anthology a cura di Edwin Torres;
Vow to Poetry: Essays, Interviews, & Manifestos di Anne Waldman;
Alien Abduction di Lewis Warsh.

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

La poesia per me rappresenta una forma di evasione dal reale e, insieme, uno strumento di composizione e costruzione di un universo-mondo come alternativa alla realtà. A volte questa fuga è interiore, nasce quando resto sola a scrivere; altre volte invece diventa un movimento concreto, mi spinge a partire, alla ricerca di luoghi e voci che possano alimentare la mia scrittura e l’altro mondo in costruzione. È un modo di attraversare il mondo restando, almeno per un po’, altrove. Scrivo poesia per me, e per chiunque mi voglia leggere.

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Mi sono avvicinata alla comunità di poeti americani che ruota intorno alla Jack Kerouac School of Disembodied Poetics (Naropa University) a Boulder, in Colorado, nel 2015, quando ho partecipato per la prima volta alla loro Summer School. Da allora ci torno regolarmente, perché lì ho trovato persone che sono diventate per me punti di riferimento e di ispirazione. Con molti di loro sono nate collaborazioni in forme diverse: scritture a più mani, letture pubbliche, progetti condivisi anche con altri artisti, dediti alle arti visive e alla musica. In questo senso, gran parte del mio rapporto con la poesia si lega a quei luoghi e alle persone che li abitano.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Non mi sento di appartenere a una tradizione poetica italiana. Come accennavo, gran parte della mia formazione è avvenuta all’estero, e per questo mi sento più vicina alle correnti nate negli Stati Uniti: dalla Beat Generation e dalla New York School alle esperienze sperimentali che ne sono derivate negli ultimi decenni. Anche per questa ragione, l’inglese è diventato la lingua in cui più spesso trovano forma le mie poesie.

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Mi interessa molto la scultura, intesa come pratica di costruzione di oggetti e di esplorazione dello spazio, più che come forma artistica tradizionale. La considero una prosecuzione naturale della scrittura poetica: mi capita a volte di tradurre i testi in forme materiali, piccole strutture o installazioni che estendono la presenza dei versi nello spazio. Anche l’arte contemporanea, la visual art e le performance di musica elettronica sono per me fonti costanti di ispirazione.

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Pressoché nullo. Tendenzialmente la mia scrittura non rientra in canoni predefiniti e strutture metriche. Sono continuamente alla ricerca della musicalità, che spesso nasce dal passaggio tra l’italiano e l’inglese all’interno dello stesso componimento.

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

In ordine alfabetico: Amy Catanzano, Tongo Eisen-Martin e No Land.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

La mia formazione è fortemente legata al contesto americano contemporaneo, in particolare a quello di matrice sperimentale; per questo tendo a sentirmi più distante da poetiche che si muovono in direzioni opposte. Gli autori classici del passato restano per me punti di riferimento fondamentali, ma trovo meno interessante una certa tendenza di alcuni esponenti della poesia contemporanea a riprodurne toni e forme classiche in modo troppo reverenziale, senza un vero confronto con il linguaggio e il tempo presente.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

Inediti

Absicht

The bare un-sight: sometimes
seeing you in other
bodies that aren’t yours. Un

tumulto celebrale che
rimbomba gli organi
liquora gli occhi.

When I first saw you
the world was new again:
twenty twenty-two le
ho sentito butterflies
in my belly poi buttered
they melted
il tuo respiro si è fermato
nella mia pancia che moriva nei nodi.

And in the fable
all the skeleton animals
while Prospero’s magic diviene un tono while
parlo like we were guarding magic like
i piedi i piedi e le scintille e poi un
complesso fenomeno secromotore che
produce qualcosa così piano
that the sky forgot what
blues is.

Il sospiro ora si trova nell’occhio
your after images are lining up
they enter the seer’s mind e così
è come mi entri nell’occhio come mi
emergi e l’eyesight viene
creato, l’eyesigh fate: automatically
grouping elements into patterns.

L’occhio
ti occulta I defocus your image to
jump deep
deeper than one-tenth of a second into
the future I follow the
spokes I trick
my brain what a
pathway of vision: the percept is created
but it would have no meaning.

It’s compelling, the jump e di nuovo
I provide my I with absolute depth
information and fixations travel from the face to the
eye to the
eye I stimulate which stimulates
the face and the other eye.
That, I move differently: with
fixational movements with drift with
ocular drift with
tremor next to
the points where the eye rests but
the eye is never completely still e io

vorrei rivederti girare questo angolo
adesso
e allora immagino le tue ombre
svoltare l’angolo ancora e
ancora send me
where you are
and I will walk with you I
find you where the corner is eternal ti
gonfio nel pensiero:
scoppi.

& then the tea got cataract
looking into cracked mouths
in absence with the intention of
sight absicht assenza senza
la vista senza
vederti il volto – me lo sono
tolto dagli occhi.

But then
the tea got cataract in un giorno che
come altrimenti
sarebbe stato.

Matches, a love letter

Somewhere in the year
there is a place.
That has no time. Space looks
looks very similar – le sensazioni sono sinonimi
di altre
che conosciamo.
It is a gentle knowing
the knowing of something
that has always been dancing
on the tip of your tongue.

Somewhere in the year
when the place appears
è un sentire piano, all’inizio
che che che
che formicola che
che che
si ritorce nel suo essere
che che che  che
cammina on the self-building stairs, that
formicola – the moving of ants the
anting the ting the thing the
ding ding ding
the
            – from the distance –
the
            – from the dictionary –
ability to cover in a brief amount of time
what others call.
Persistently
real.

Somewhere in the year
when the anting the
haunting
happens
vertebras dare a bit more
they tangle in stanzas
they are shoulders
shoulders
are always excited
in the dark room,
shoulders are round-round-round
whey they are in
English.

 

Ecstatic scotomization

You threw me out the cliff
è stato un click it
sticked something like
licking the soul out of.

And then the mouth began to talk
parlò tanto da mangiarsi dentro –
rimase la O
muta.

Ecstatic like that licking like
scotomizzare like the
word for mouth is mouth
se ci entri dentro se
ci entri
dentro se ci senti
dentro dentro
serpenti. The
word for mouth si insinua it is
the words
coming out
the m out h
le azioni sono i serpenti they go
out the mouth
around the o the o is big
is round round, action goes in the mouth
in the o
nel cerchio
sempre più stretto
nel punto – like scotomizzare
anche ciò che non ha parti.

*

Vera Linder è nata a Milano nel 1992 e ha vissuto a Innsbruck, Venezia e Trento. Dal 2018 vive a Milano, dove lavora in editoria. Dal 2015 partecipa ogni anno al Summer Writing Program della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics a Boulder, Colorado, una frequentazione che le ha permesso di avvicinarsi alla poesia americana contemporanea. Sue poesie sono state pubblicate su diversi blog online e in antologie. Nel 2022 è uscita la sua prima raccolta, Corpus in a tongue (Arcipelago Itaca).




Distorsioni. Poesia italiana queer dell’ultracontemporaneità

Distorsioni. Poesia italiana queer dell'ultracontemporaneità - MediumPoesia

Dalla nota introduttiva di Alessandro Brusa

Strano, anormale, trasversale, storto (come direbbe uno dei nostri autori) e poi ancora bizzarro, obliquo, strampalato, tormentato: così è questo libro e così sono, to some extent, le voci presenti in questo progetto che si pone di fare un punto intorno al concetto di queer e di come questa idea, questa categoria, si sia negli ultimi anni fatta spazio e abbia preso voce.
Molta confusione, sul reale significato del termine, permane anche nella comunità direttamente interessata: visto spesso come un termine ombrello privo di una reale connessione con un orientamento o un’identità precisi (tra quelli tradizionalmente presenti nella comunità LGBTQIA+), del termine vengono date letture personali, spesso parziali, a volte decisamente fuorvianti.
[…]
Con il termine queer si potrebbero quindi intendere tutti gli stati del desiderio, dell’esistenza e della performatività di genere’ che eccedono la nostra capacità di dar loro un nome, tutte le dimensioni dei generi, dei sessi e delle sessualità che non rientrano nei termini della normalità e della normatività, Questo discorso è fondamentale se vogliamo capire il successo del termine queer, che ontologicamente si pone al di fuori della dicotomia omosessualità/eterosessualità, uomo/donna, maschio/femmina, dicotomie che hanno strutturato la conoscenza sociale nella modernità e nella contemporaneità: “guardare le due identità sessuali come fenomeni discreti e contrapposti non fa che rimarcarne i confini e rafforzarli reciprocamente”.
Al di là delle necessarie precisazioni svolte fino ad ora, questo progetto ha un obiettivo a nostro avviso ben più profondo ed ambizioso che quello di mettere insieme un gruppo di testi e di autora che possano ascriversi al concetto di poesia queer. Questo progetto si pone lo scopo di utilizzare la sensibilità, l’istinto, l’esperienza ed il loro percorso poetico non tanto per cercare di dare una definizione univoca di cosa sia il queer, ma per raccontare e riformulare universi multiformi e multidimensionali fino a rinominare il corpo, il luogo ed il tempo stesso della parola queer alla luce dell’atto poetico e viceversa.

Dalla nota introduttiva di Sonia Caporossi

Esiste in Italia, oggi, qualcosa che possa definirsi come “poesia italiana queer”? Noi crediamo che questa definizione possa avere una qualche fondatezza e possa trovare luogo in alcune personalità poetiche che, tra le altre, il lettore troverà sfogliando il volume che ha in questo momento tra le mani. Dando quindi anapoditticamente per buona l’esistenza di una tale congerie poetica, quale ne è lo stato dell’arte?
Un progetto (antologia? Raccolta? Libro d’inchiesta?) che tratti la tematica LGBTQIA+ in una prospettiva letteraria ultracontemporanea dovrebbe essere, a nostro parere, qualcosa di più che una semplice carrellata di autori slegati da qualsiasi nesso, semplicemente accomunati dall’età anagrafica o da elementi esteriori d’appartenenza, come invece si vede fare troppo spesso nelle antologie d’impostazione generazionale. Al contrario, come curatori del presente volume, ben prima di avviare la selezione e la raccolta dei materiali per realizzarlo, ci siamo posti la questione se sia possibile avviare un’operazione culturale che assuma le forme dell’indagine intorno alla questione queer, a partire da una definizione preliminare della stessa.
[…]
Tuttavia, In Italia l’impresa non è facile a causa di un’impostazione repressiva di fondo, come nota il critico e poeta fiorentino Luca Baldoni: “nei paesi anglosassoni i gay studies hanno contribuito ad una maggiore comprensione sociale delle tematiche LGBTQIA+; nell’ambito italiano c’è invece una doppia strategia di repressione: da una parte l’amore omosessuale viene ancora rimosso e censurato anche in autori dichiarati. Dall’altra, si accusa di ghettizzazione chi si occupa di gay studies”. Per questo, occuparsi di letteratura queer nel panorama italiano appare oltremodo necessario in quanto “la militanza qui non è faziosità, ma il tentativo di ristabilire un’uguaglianza che non si riscontra negli studi letterari in Italia”.
Il nostro scopo, quindi, è quello di proseguire e aggiornare il filone delle antologie militanti già avviato negli ultimi vent’anni da altri pregevoli avanguardisti.
[…]
Il filo conduttore di tali operazioni letterarie era la nozione di queer-ness nelle sue varie declinazioni in poesia. Il fatto che esse siano rimaste nell’alveo ristretto dell’élite e non siano assurte a fenomeno letterario sovracategoriale sul piano nazionale può spiegarsi con la conformazione attuale del sistema-letteratura italiano. In Italia come in altre zone culturali del nostro Occidente, i sistemi di potere collegati al panorama letterario hanno borghesizzato la letteratura quel tanto che basta per poterne determinare forme e stili precosti-tuiti, in modo tale da fornirne una risultanza di decisa forza conservativa e confortante per le masse. Il consumismo ha permeato la letteratura al punto che ormai anch’essa si adegua diffusamente alla trasmissione reazionaria di istanze repressive.
[…] E chiaro che qualsiasi panorama di appiattimento sconfortante si spalanca mirabilmente alla vista del critico letterario di fronte all’apparizione di una forte poetica differenziale. Avviando lo studio preparatorio per la realizzazione di questo volume, abbiamo così scoperto che in Italia ci sono decine di poeti che oggi trattano nelle loro poesie tematiche LGBTQIA+, individuabili e apprezzabili per le proprie caratteristiche stilematiche e per la linea poetica.

***

Luca Baldoni, Teufelsee

Christian mi portò a passare

il fine settimana in riva a un lago,

dove lui e amici possedevano

un terreno con alcune semplici

casette in legno.

Ricordo la sera, noi abbracciati

con altri uomini seduti intorno al fuoco;

quasi mi addormento, il tedesco diventa

imponderabile, guardo in alto tra le fronde

il vento che le scuote

l’oscurità illuminata dalle stelle.

Ma c’è un risveglio

in mezzo ad un racconto;

da uno dei più anziani una crepa nella voce

parole e pause in successione, un gesto;

scoprirsi l’avambraccio, battere la mano

sul tatuaggio.

Un brivido così forte –

un ricciolo rosa sfugge dalle braci,

rovinosamente

viene risucchiato verso l’alto.

Alessandro Brusa, Liebe Macht Frei

Sono foglie               

                                   e secche        

                                                              questa memoria

fatta di ombre sulle ossa e che torna anche se no            

                        io non l’ho invitata

sono i passi che facevo verso di te

quel tanto per sfiorarti                   e misurare la tua colpa

                                                                       con la mia

messa sul piatto della vergogna   che condividi con la fede

                                                         che io non ho mai avuto

quel piatto                ora                  è libero

svuotato del corpo che avevi                    e che piuma sta lì    

                                                        a pesare il dolore tuo

che sei bello         anche in questo vento            che mi ha sempre

portato gli anni        e che ora se li prende         

                                   mentre      candela

                                   ti spegni piano

                                   giorno dopo giorno

                                   sotto il mio sguardo innamorato

                                   fatto come sei di niente

                    (mi sono svegliato allegro oggi          non so perché     e me lo dirai tu

                    quando come ogni giorno ci incontreremo   nel tragitto alle latrine)

e così    come uno scherzo  ti butterò addosso tutte le foglie che troverò su questa terra                  dura     e gialle e marroni e rosse

                                   come nel mio paese non sono mai state

e mi guarderai come un pazzo                 come a capire qualcosa che

                                                       va oltre la tua immaginazione

un pazzo che ti ricopre     di foglie e sorride      a questo mozzicone

                                                                                                         che sei

sperando nasca un falò da questa pena

ma da un anno a questa parte       la tua fede si è aperta         

e credi davvero a tutto       anche a questo bacio che ti dò

                                               e che sa

                                                           del tuo ultimo novembre

Sonia Caporossi, Hermaphrodito

secondo giorno della creazione

le mie membra, ancora molli di slime.

gomma di guar, acido borico, alcool polivinilico,

bicarbonato di sodio, acqua. 

eversione elementale,

                                       solve et coagula,

addizionali coloranti alimentari e fantasmagoria di un dio infantile e distratto.

quando mi raddenserò in materia e forma, l’organon sarà compiuto,

                                 muto, eretto, impettito

come un oplita nell’indistizione della propria irta falange.

mi darà un’identità maschile tra le sinusoidi

                                                     dei miei fianchi muliebri.

uno spirito guerresco dalla cui costola metaforica

nessuna donna potrà mai nascere.

                                           shayān

              che sorge dalle tenebre per ricordarsi di sé.

la memoria si contorce nell’auscultazione di un battito

                        che non sembra nemmeno il mio.

germogli di pensieri contratti sorgono dalle gemme del mio 

                                                                           volto informe.

ma l’anima è ancora scissa dal corpo,

                           la persona dalla maschera.

                                      aspetto una lauta compensazione sostanziale.

Giorgiomaria Cornelio, Parla Attar, l’ultimo delegato degli uccelli:

«Compagni, le madri

arrotano il delitto. Risbrigano

nel ventre l’ingiuria umana.   

Ci sono, è vero, diserzioni.

Ribellatori vasti. Custodi delle bestie.

Li abbiamo origliati.

Li abbiamo visti   scalzare i canini,

fare di un pesce qualcosa in più di

un nome.

Non basta. È grande il delitto:

più del callafoso    dei ghiacci,

e di tutte le antartidi

che ora    ci sgomentano contro.

Scantaocchio,                dico a te:

solo ciò che non si          possiede

può essere                     custodito.

Solo ciò che      si trova lasciando.

Solo il dono che rimane randagio.

Noi c’eravamo     quando

inventarono la museruola.

E il contadino bastonò il cane.

E il vescovo scomunicò il topo.

E il santo scacciò il bruco.

E la polizia   punì il merlo.

Quando qualcuno     li difese a processo.

Quando il processo fu perso per sempre.

Dimenticheremo.

E sarà il nostro perdono.»

Lella De Marchi, Clan-destiniuty

III.

c’è un corpo nascosto dentro ad ogni corpo,

un corpo ubriaco, sventrato dal corpo politico.

tutti sanno tutto di me, sono io che non mi so.

mi travesto in cerca di me stesso, mi travesto

in cerca di me stessa, mi cerco dove non sono.

travestirsi è un’immagine di rara felicità.

l’immagine si crea da sola e ti crea a tua

immagine e somiglianza. la tua immagine

non si compra. e non fa sconti di nessun genere.

Angelo Nestore, Il tuo corpo o il mio

Ricordi il nostro timore

al nome di quella parola senza pronunciarla?

È come quando il vento piega il ramo

e non lo spezza.

Ricordi quando disegnavamo

i nostri genitali nella terra

e dal tronco facevamo un fuoco

e lo chiamavamo linguaggio?

Non parliamo più dell’albero

che ci inchiodava ai margini

né del fuoco che ci ha bruciato i polpastrelli.

Ora che sulla lingua sono rimaste solo cicatrici,

baciamo queste ceneri

per guarire le nostre ferite.

Tu mi dici di seppellire le nostre differenze,

ma scavare una fossa significa guardare

sempre verso il precipizio.

Francesco Ottonello, Dopo Catullo e Shakespeare

Eppure ancora a Verona scalpita

la bella banda amante del cielo

scesa in terra a ben dire, scandire

la dirompente urgenza dell’amore

da negare, il figlio da generare

sempre lasciare in un mondo santo

si riproduca, muoia, scompaia

nel vuoto di casa insieme alla donna

reclusa effigie per un dio evirato –

amore ora e nei secoli negato.

Sacha Piersanti, Tre chiodi

Sei sicuro, Cristo, che tre chiodi

furono quelli che ti fecero

da figlio del nulla che tu fosti

simbionte di carne e legno vivo?

E se fossero tre membri

di altrettanti farisei

che tu volesti, uno e trino,

amanti amati come me?

Cristo, sei convinto

che dagli squarci dei tuoi palmi,

dagl’intagli sulle tempie

zampillasse insieme al sangue

spirito e non seme?

Se fosse tutta colpa

della furia con cui all’uomo

giocasti fino in fondo?

Se fosse la tua morte

potenza di potenza

d’orgasmi incontrollati?

Non ti voglio mezzo dio

ti voglio tutto mio

a rasparti a lingua dura

il perdono e la condanna

tra le ascelle e la ferita

e sfiancato addormentarmi

con la testa sul costato

                      a turno io a te eva

                      a me tu primo adamo.

Valentina Pinza 

Schiocco le nocche

ci vado come alla guerra

a scopare.

La resa è un gioco da bambine

stringo un coltello tra i denti

l’amore non lo faccio:

lo dichiaro   lo apro

come un conflitto.

June Scialpi

Le domande sulla naturalità delle cose non vanno oltre alla retorica dell’essenzialismo e occultano strutture sociali e di potere. La naturalità delle domande sulle cose non va oltre alle strutture sociali e di potere e occulta la retorica dell’essenzialismo. La retorica delle strutture sociali e di potere non va oltre alle domande sulla naturalità dell’essenzialismo. L’occultamento della naturalità delle cose non domanda sull’essenzialismo delle strutture sociali e di potere. Le strutture sociali e di potere non occultano la retorica dell’essenzialismo sulla naturalità delle domande che non vanno oltre.

Marco Simonelli, Armadio (1)

Avevo una borsetta, una pochette

sbucata dall’armadio della nonna

un pomeriggio vuoto in cui cercavo

riparo e nascondiglio.

La nonna è una sarta

cuce i vestiti

ci vanno le donne

accorciano e allargano sottane e giacchette.

Le loro borsette contengono mondi di storie e ricordi.

L’infanzia è un boccone. L’addenti. La mordi.

Volevo unicamente una bisaccia

che contenesse almeno una manciata di fagioli,

i soli che si piantano e poi crescono

per arrivare – arrampicandosi – alle nuvole.

E favole, favole:

dicono ai bambini che sono tutti uguali.

Si tratta di ruoli.

Di ruoli sessuali e paure.

Di errori.

Di mali minori.

Il babbo non vuole.

Lui dice: è inadatta.

Ti prendono in giro.

Ti chiamano femmina.

Lo dice che pare una cosa sbagliata.

Lo dice e poi tace.

Con la testa abbassata.

Piero Toto, arcani maggiori

chi leggerà di noi

spalmando il futuro

le voci di noi

rappresi in un bosco di cera

per sciogliere il groppo del giorno

tuona che troverò

la pace dei gigli

nell’aria infusa di grigio

ma poi provando a parlarti

c’è solo il tuo corpo disteso

tra carro ed amanti

e l’onta e lo sguardo

di chi ha messo a processo

le stelle

non so se vorrai

reincarnarti in me

— ovunque noi siamo

porosi d’affetto

saremo sopravvissuti

alla nemesi del tempo

Giovanna Cristina Vivinetto

Cos’è il corpo, cos’è l’ostinazione,

la fessura che si è aperta nella luce,

la frattura muscolare, il tremore alle caviglie,

cos’è la raucedine – questa vertigine

nella voce, il movimento primordiale,

l’origine che si schiude come un ventre

e poi i denti, le bianche pietre – questi

spiriti ossuti che divaricano il sonno.

Cos’è l’amore, cos’è la sera neuronale

che si infittisce nella mente, la macchia

nell’occhio, lo scotoma che scintilla,

questa fissazione, questo nero niente.

Cos’è il corpo, cos’è il buio

proiettato dal corpo come un’ombra

– ora frastagliata, ora più esatta, zenitale –

cos’è questo buio che si separa da me

e da secoli pare supplichi il mio nome.




Rudy Toffanetti / Sparare a zero. Intervista e testi

Rudy Toffanetti

7. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Preferisco indicarne due, come riferimenti estremi della forbice all’interno della quale provo a scrivere. Da un lato dico Conglomerati di Zanzotto (Mondadori 2009), e dall’altro, truffando un pochino la domanda, dico, di Franco Loi, Aria de la memoria (Einaudi 2005), che, sebbene sia un’antologia di poesie per lo più precedenti, è stata pubblicata nel terzo millennio.

6. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana?  Per chi scrivi poesia?

Scrivo perché mi piace farlo, e questo penso che voglia dire scrivere per sé stessi. Allo stesso tempo, quando scrivo, cerco sempre di chiarire qualcosa del mondo esterno a me e alle persone che conosco e che penso leggeranno la mia poesia. Quindi, direi che scrivo con in mente un gruppo molto variegato di conoscenti, non per forza amici, e che, arrogantemente, credo possano rappresentare un campione significativo della comunità linguistica e culturale a cui appartengo.

5. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Ne faccio parte per forza, e lo sento. Lo sento quando leggo i loro libri. Ne avverto la pressione sociale e soffro una forma di FOMO (è divertente usare questa parola in questo contesto) quando vedo sui social gli altri eventi. Mi entusiasmo quando leggo un libro che mi è piaciuto e mi dispiace non averlo scritto. Mi arrabbio quando leggo un libro che non mi piace o non capisco; se non lo capisco, venendo ovviamente a patti con le mie energie e il tempo risicato della vita, mi sforzo di capirlo – se non lo capisco ancora mi dispiace molto, e provo fastidio. Per quanto riguarda il “chi mi legge”, onestamente non lo so e penso che lo facciano gli amici. Quando scrivo, nonostante questo, cerco di immaginare cosa potrebbero pensare dei miei testi gli altri poeti coetanei, più giovani e più anziani che conosco direttamente o indirettamente (cioè attraverso i loro testi); cerco di essere per loro chiaro, di farmi capire in ciò che voglio dire, senza ovviamente tradirmi nel piacere estetico, intellettuale ed edonistico dello scrivere secondo ciò che ritengo sia giusto.

4. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

In realtà, ormai superato il primo quarto del millennio, penso di sentirmi partecipe ed erede di più di una tradizione. Fino a qualche anno fa, mi sarei definito come un loiano, ossia un fedele dell’ispirazione come riemersione dell’inconscio nella lingua musicata. Oggi, non rinnegando assolutamente questa definizione, mi sono accorto che già nei miei primi testi (Sul confine Aragno 2016) c’è un’attrazione per la riflessione esistenziale e sociale e il tentativo di non farsi dettare la lingua ma di cercare di piegarla con sforzi e meditazioni al proprio desiderio di un oggetto – questo mi sembra fare più capo a Zanzotto, che lessi appunto al liceo e mi creò notevoli insicurezze circa ciò che potevo definire poesia (il suo statuto e il suo scopo), e che forse solo oggi in questi anni sto ricomponendo. In realtà, al netto del metodo con cui si scrive, della loro personalità e del loro timbro umano, non vedo eccessive differenze negli argomenti che i due trattano ai miei occhi. Del resto, Montale, che ancora nel 2025 domina spesso come poeta di riferimento, è considerato da entrambi i gruppi tanto un poeta di pensiero, filosofico, quanto un poeta di spirito; e la stessa cosa la si può dire di Saba o di Luzi, Sereni, Caproni, o perfino di Fortini… il feroce dibattito sulle poetiche, naufragato a Castelporziano, naufragato sotto i colpi delle trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche, oggi ci lascia orfani di quell’acrimonia, pieni solo della brama di avere ragione e di imporci svalutando il resto. Nella melma del dopo-postmoderno, in uno dei periodi di crisi del capitalismo finanziario e dell’egemonia americana, in mezzo alla crisi dello stato assistenzialista di modello europeo e della democrazia occidentale in genere, nel pieno della rivoluzione antropologica e cognitiva legata all’innovazione digitale, per quanto la poesia abbia sempre una relazione con il reale, penso che non sia importante discutere di tradizioni poetiche e di poetiche che legittimino ciò che scriviamo, in una ormai sterile guerra di posizione. Ciò che tento di chiedermi è: questo testo funziona o no? L’esperienza di lettura è positiva o negativa? Siamo tutti eredi di un grande dibattito. A lungo abbiamo vissuto più nelle teorie che nei testi; ossidate le visioni, abbiamo vissuto nell’abitudine. Credo sia più utile saccheggiare quel dibattito e amarlo, trarne gli strumenti utili da affinare e usare, ognuno con i propri intenti. Io perlustro la tradizione in cerca di quelle invenzioni formali e contenutistiche che posso riutilizzare per parlare a quel campione di conoscenti dietro cui penso si nasconda una comunità linguistica più ampia, e, nella visione delle illusioni, l’umanità.  

3. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

I dinosauri. Mi piacciono molto.

2. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Le uso, se sono efficaci per dare ritmo o rendere icastico un passaggio, oppure al contrario per sottolineare un accento comico o parodico.

1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

No, non mi vengono in mente. Direi qualche nome di amico, ma più per affetto e malizia. Penso serva un grandissimo acume critico per rispondere a queste domande e non mi vengono in mente nomi abbastanza autorevoli. Anch’io in realtà, ora che ho finito di rispondere, mi sento profondamente in imbarazzo, ma spero in realtà di aver risposto proprio palesando questa incapacità che ho a cuore chiarire.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Per ciò che ho detto nella domanda precedente e nella domanda 4, non so, e se lo sapessi non vorrei, fornire questi nomi o questi testi. Sono consapevole di espormi all’accusa di paraculismo, ma dire questi nomi sarebbe arrogarmi il diritto di sapere cosa sia e cosa non sia poesia, anche qualora mi mascherassi dietro la scusante dell’ “opinione personale”. Non solo infatti non crederei rappresentativo di niente nessun nome che io possa fare, ma vorrei sottolineare che la poesia non è un’entità para-religiosa scesa sulla terra a miracol mostrare, che ha illuminato alcuni sapienti e lasciato ciechi gli altri; è una convenzione culturale per cui accordiamo uno statuto particolare a una certa forma di linguaggio che, a quanto pare per ora, per ora continua ad andare per lo più a capo ogni tanto. Dato il suo carattere convenzionale è normale che si creino i famosi “circoletti”, ma è sbagliato credere al loro inganno e sottolinearlo – sarebbe cedere al tribalismo, e lo ritengo umiliante. Fare i nomi potrebbe servire a fare chiarezza nella confusione, ma temo sia un’allucinazione; si tratta di un gioco di cui questa rubrica ha il merito di aver sottolineato il divertimento e il godimento piuttosto che il rancore, ma che forse non ci fa più così bene – con tutto quello che succede… Penso che sia meglio guardare quello che le poesie, distanti e vicine a noi, dicono, piuttosto che guardare quello che non ci dicono.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

Ignorano i lettori tutti, o in buona
parte credo, l’era di Ediacara,
l’Atlantide perduta dei fondali
che ha fossilizzato corpi senza bocche, arti
e senza simmetrie surreali.
Non c’erano spaventi,
nessuno ti mangiava,
non c’erano creature né c’erano i creatori:
i figli resistevano da soli
all’esistenza e questa non chiedeva
in ausilio la speranza.
Non so per primo chi
abbia cominciato a inventare
che ci fosse un’eredità o un motivo
per trionfare. Quello, penso che pensò
“Sì, dobbiamo generare” e tutte
quelle mode chiare, aperte,
umane e disumane.
Chissà se fosse inconsapevole o se premeditava.
Quella notte lui creò
la collana,
quella in cui tutte le perle pensano — o se dormono
lo sognano — di mangiare le sorelle.

*

Certo ci saranno i javelin, i tomahawk,
i patriot, le armi sono state
sempre un bene rifugio — come la vicina
emenda i pavimenti dall’ipotesi del male,
lungo, sulle strade intirizzite, 
c’è il sussurro di Milano. Acari e batteri, microbioti
di un bioma residuale, vanno cancellati
quando la colf dà ordine alle stanze,
e i figli sono a tennis, judo, boxe, arrampicata,
e qualcuno spara, crepa, ed è Black Ops,
— nell’altra Milano — ed un suo coetaneo 
spaccia, via Faenza, Missaglia, Rozzano. 
Centrifuga le tende, una volta l’anno, 
perché meglio filtri il sole e non dia paura 
il telegiornale. Accadrà che la bolletta 
sarà una fucilata, tra balcone e balcone,
se ne parla, e la vita è combustione
(rotonde tangenziale multisala), condomìni,
peli accapponati, niente è verticale.

…Non credere a nient’altro
che al tempo precedente, che qualcosa è stato
perduto — è, sarà, cos’è? qui non c’è
giustificazione al male.
Si tratta di preparare per la cena, medicare.

*

Del mondo a me non piace niente
tranne i dinosauri,
e i dinosauri sono morti,
e mi dispiace. Ma mi piace
che non vedano influencer,
venditori e chi se li farebbe a fette
sulla griglia da cucina.
Non mi piacciono i guadagni,
i consulenti, gli avvocati, e i dottori:
li detesto tutti quelli
in dote di una tecnica per vivere
e la stessa per uccidere.
Del mondo a me non piace niente,
e dei dinosauri a me piacciono le ossa.

… Forse a me piace
ciò che non è mondo.

*

Rudy Toffanetti è nato nel 1994 a Milano. Insegna letteratura e storia al liceo e collabora alla Casa della poesia di Milano. Nel 2016 pubblica le sillogi di poesie Sul confine e nel 2020 La luce della luna, entrambi presso Nino Aragno Editore. Nel 2020 per FVE pubblica Franco Loi. L’erede del sole, un saggio narrativo sul suo maestro Franco Loi.