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JOAQUIN PASOS E LA GUERRA DELLE COSE – Suggestioni su un poeta

In questo articolo, Antiniska Pozzi traccia una panoramica del poeta avanguardista nicaraguense Joaquin Pasos (1914-1947) la cui opera non è mai stata tradotta organicamente in italiano. A. Pozzi si concentra sulla biografia e sull'opera di Pasos prendendo spunto da alcuni versi e suggestioni per avvicinare i lettori al precoce e disordinato poeta bohémien.

“…pero, con todo, perseveramos, Joaquinillo. Descuida.

Redoblaremos nuestro rencor ritual, el de la citara.
Nuestro alegre odio a saltitos
La nuestra vìbora de los gorjeos… Y el amor ganarà.
Tu deja que tu sueno mane tranquilo”.

“… ma, tuttavia, perseveriamo, Joaquinillo. Non preoccuparti.

Raddoppieremo il nostro rituale risentimento, quello della cetra.
Il nostro gioioso odio che non resta
il veleno dei nostri cinguettii… e l’amore vincerà.
Lascia che il tuo sonno resti tranquillo”.

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Con queste parole Carlos Martinez Rivas prendeva commiato dall’amico “Joaquinillo”, ovvero Joaquin Pasos, nato a Granada, in Nicaragua, il 14 maggio 1914 e morto precocemente, il 20 gennaio 1947. Trentatrè anni e una manciata di versi di grandissima potenza, che sono arrivati a noi per lo più grazie a Ernesto Cardenal, che ha raccolto l’opera di Pasos dopo la sua morte, nel libro Poemas de un joven, pubblicato nel 1962.

Spiccioli della sua breve biografia si raccattano qua e là nelle testimonianze dei contemporanei: nel prologo all’opera sopra citata, Cardenal si diverte a raccontare: “il cugino di Pasos, Pablo Antonio Cuadra, apparteneva ad una banda chiamata La Mano Bermeja e Joaquín ad una banda nemica chiamata La Mano Negra. Un giorno La Mano Bermeja rapì il tesoro de La Mano Negra, e tra i vari reperti compariva un taccuino di Joaquín. Pablo Antonio, che all’epoca cominciava a scrivere versi, rimase affascinato dalle poesie di Joaquín e da lì diventarono amici”.

Numerosi aneddoti sulla biografia del poeta vengono riportati nell’articolo “Joaquín Pasos o El dolor de vivir” del Professor Giuseppe Bellini (Biblioteca Virtual Miguel De Cervantes), che tra le fonti utilizza anche il Prólogo a «Breve suma» dello stesso Cuadra tratto dal Homenaje a Joaquín Pasos en el veinticinco aniversario de su muerte, «Cuadernos Universitarios», 7 (León, Nicaragua).

Tra le note più interessanti, che mettono in relazione la biografia con la scrittura poetica, questa: “(…) devo dire, da subito, che è un uomo completamente alieno alla sua biografia. Sono stato suo amico fin da bambino e sono testimone che solo molto raramente somiglia a se stesso. Non ho intenzione di dire che la sua biografia è nelle sue poesie, ma che è molto più facile trovarla lì che in Joaquín Pasos. Almeno nelle sue poesie appare l’affermazione di una vita che non si è mai preoccupata di realizzarsi in nessun altro modo e che, in assenza di altre tracce, dobbiamo supporre possieda più realtà di altre realtà proprie, che il poeta non abita. Il resto non sappiamo come avviene: l’arte ha sempre l’inspiegabile semplicità del miracolo”.

Un talento precoce e disordinato, dai tratti caratteriali eccentrici, che emergono con prepotenza nei suoi versi, come sottolinea Cuadra. Purtroppo restano molti gli elementi che mancano per ricostruire l’estetica (e non solo) dell’opera di Pasos: come giustamente sottolinea Sandro Cohen nell’articolo Poemas de un joven per Letras Libres, sono completamente assenti le indicazioni che proverrebbero dalla struttura di una raccolta redatta dall’autore, e “Ernesto Cardenal, che ha organizzato e redatto il prologo della prima edizione, raggruppò le poesie – al meglio che potè – secondo un criterio tematico non sempre convincente”. Ed ecco che forse la prima sezione “Poesie di un giovane che non ha mai viaggiato” – che include presumibilmente testi di “viaggi immaginari” (Pasos non uscì mai dell’America Centrale) -, include anche composizioni che nulla hanno a che vedere col tema del viaggio, reale o immaginario che sia – Cohen cita come esempio una lunga poesia metafisica dal titolo “Innocenza del mare”. La colpa, tuttavia, non viene da lui attribuita al compilatore: “il fatto che Pasos non abbia mai voluto organizzare in modo definitivo queste poesie, pur sapendo che la sua salute non gli prometteva una lunga vita, rivela un’attitudine ancora più forte: non gli interessava, e con questa consapevolezza il lettore dovrebbe affrontare il materiale”.

Non resta, a beneficio del lettore che nulla sa di Pasos e lo approccia per la prima volta leggendo quest’articolo, raccontare (o meglio lasciarlo fare ai suoi versi) alcune delle tematiche che più ne caratterizzano l’opera, nel tentativo parziale di restituire al suo autore una voce che non è stata ascoltata quanto meritava, e di diffonderne qualche suggestione.

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Il viaggio, dunque, in primis, o forse sarebbe meglio dire il desiderio insoddisfatto di viaggio, un anelito che ricorda un certo Pessoa, di cui significativamente Octavio Paz disse “il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia”. Anch’egli morto abbastanza giovane, anch’egli legato al luogo di nascita, da cui mai riuscì a staccarsi davvero. L’anelito al viaggio, a ciò che rappresenta, lo troviamo come fiume carsico che ne attraversa l’intera produzione poetica, e va ben oltre quel gruppo di composizioni intitolato “Poemas de un joven que non ha viajado nunca”.

A partire dalla prima, una Norvegia che evoca “morbida come il cotone / con la sua terra di biscotto / e le sue coste rosicchiate dal mare”, una visione dolce subito contraddetta dal racconto brusco dei versi successivi, in cui “cadde da un camion un merluzzo morto/ e lo decapitò la ghigliottina del tram”. Sogno che sa farsi incubo, che non nasconde il suo portato d’inquietudine, seminato in varie composizioni: nel Naufragio sulla spiaggia spagnola compaiono uomini “alcuni dai desideri pieni e altri dalle ansie vuote”; ancora, “le farfalle volano con ali in prestito/ e le gambe si suicidano lasciandosi cadere dall’albero” in Rivoluzione per la scoperta del mare. Un’inquietudine che si trasforma in nostalgia nella Canzone dei volti perduti, dove “già svanì la risata / svanirono pure gli addii” e un treno si perde in lontananza “con fumo bianco, con fumo nero”, placida metafora dei molti treni che “Joaquinillo” sentiva di aver perduto (e probabilmente perse davvero). La prima sezione si chiude con questi emblematici versi:

Smettetela, subito. Smettete.
Ci sono nuove occupazioni, rapidi lavori dell’ultima ora,
sembra che stiamo per perdere il treno, che arriveremo in ritardo al naufragio
[che ci corrisponde, quel naufragio che la nostra famiglia ha indicato nella mappa
e in cui il vecchio servitore sarà incaricato di raccogliere le scarpe dei morti”.

Terre immaginarie, naufragi, treni che porterebbero chissà dove: fantasia, e sua paura. L’atteggiamento ambivalente che il poeta ha nei confronti del viaggio è lo stesso che ritroviamo nei confronti della figura femminile: la donna è luogo di desiderio e porto a cui non si approda mai davvero. Ne scaturiscono versi di grande fascino, capaci di evocazioni che partono dalla fisicità per spingerla oltre, verso il metafisico. Esemplare in questo senso Poesia Immensa:

In queste sere il tuo profilo non segue una linea precisa
non c’è confine nel tuo gesto per l’inizio del tuo sorriso.
Ma d’improvviso è sulla tua bocca e non si sa come vi filtra
e quando se ne va non si può dire se ancora sia lì.
Come la tua parola di cui mai udimmo la prima sillaba
e mai smettemmo di ascoltare quel che dicevi,
perché sei così vicina in questa lontananza
che è vano domandare quando venne il tuo venire
così ci sembra che tu sia stata qui tutta la vita
con questa voce eterna, questo sguardo costante,
con questo contorno incorruttibile della tua guancia,
senza che possiamo dire qui inizia l’aria e qui la carne viva,
senza nemmeno sapere dove fosti vero e dove non bugia,
né quando hai iniziato a vivere in queste righe,
dietro la luce di questi pomeriggi perduti,
dietro a questi versi cui sei così legata,
che in loro il tuo profumo non sa dove inizia, dove finisce”.

Gli elementi corporei della bocca e della guancia si trasformano in dati immateriali che prestano un corpo alla sensazione dell’assenza: la linea del profilo non è precisa, a marcare il confine labile tra la carne e lo spirito della donna, la parola è perenne ma se ne perde la consapevolezza dell’inizio, il contorno del viso è costante ma pone un legittimo dubbio (“senza nemmeno sapere dove fosti vero e dove non bugia”). Come sottolinea anche Bellini, la donna per Pasos è un mistero “davanti al quale l’uomo vive una vertigine, un’indecisione, un disordine interpretativo”.

Ma seppur in questa incertezza, il poeta (l’uomo?) sa di non volerci rinunciare:

Bisogna che tu alzi il braccio destro
perchè voglio portare di te un ricordo di albero.
Voglio sapere che lascio seminata nell’orizzonte
la tua mano”.

Sono questi i versi iniziali di Addio, anche qui la fisicità dell’albero e del braccio/ramo e l’ambito semantico legato alla terra (seminare), parole che costruiscono un’immagine impalpabile, l’orizzonte che custodisce un ricordo.

Un altro esempio di come Pasos utilizza la materialità dei corpi per rappresentarne stati d’animo è la Canzone canzone alla donna donna, dove letteralmente riesce a materializzare l’immagine di una donna nello spazio (inquadrata in una finestra, mentre corre nel vento, e infine seduta) “che rammendava un’illusione strappata”. E come antidoto a questa donna che attinge un potere enorme da questo suo essere sul crinale fra realtà e idealità, fra corpo presente nello spazio con coordinate concrete e spirito capace di annientare tutto l’intorno, Pasos inserisce un “commento demistificante” (così lo definisce Bellini) alla fine di ogni ‘stanza’ della poesia, quasi a ricordare che questo femminino esiste anche in virtù del poeta che lo rappresenta.

Ho visto una donna questa mattina
a una finestra.
Voleva cantare, però il sole le ha messo acqua nella bocca.
(Qui si dicono tutte le cose sconsiderate)
Ho visto una donna
correre all’impazzata.
Che vento terribile!
(Qui si grida e si scalcia)
Ho visto una donna
facendo così, senza volerlo
(qui si domanda, com’è successo?)
Ho visto una donna seduta
che rammendava un’illusione strappata.
(Qui non si dice nulla)
Ho visto una donna.
Donna, donna.
(Qui uno cade morto)

Come si intuisce anche da una composizione come questa, un altro tema fondativo della poesia di Pasos è l’ironia, intesa come approccio ambiguo nei confronti del reale, che laddove viene descritto e riconosciuto, è nel contempo rifiutato dal poeta, che ne prende le distanze, incapace di sostenerne il peso. Un tema che compare sin dalla sua biografia: dopo aver messo in piedi insieme al cugino Cuadra l’ “Anti-Accademia del linguaggio” e aver occupato per un certo tempo un posto di segretario di protocollo nel governo di Anastasio Somoza García, finì per dedicarsi ad una rivista “letteraria e politica e umoristica”, come riferisce Cardenal, dal titolo Ópera Bufa; successivamente lavorò a “Los Lunes de la Prensa”, e a “Los Lunes de la Nueva Prensa”, dedicandosi ad attaccare il dittatore nicaraguense. Un’attività che ebbe come conseguenze la prigione e la soppressione del supplemento. Dice Sandro Cohen che “secondo lo stesso Cardenal, la risata di Pasos sembra dovuta a un nervosismo profondamente radicato nel poeta, prodotto del reale disallineamento tra una mente privilegiata e un ambiente impoverito. Non è incongruo azzardare che la costante risata dell’autore avrebbe potuto rispondere alla frustrazione di trovarsi, malato e superiore alla circostanza, in un vicolo la cui unica via d’uscita era quella di porsi al di sopra di tutto, grazie ad un travestimento di gioia, mentre toccava nelle sue poesie i nervi più sensibili dell’uomo contemporaneo che sembra ostinato nella propria sconfitta politica, morale e amorosa”.

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Ricordiamo che Pasos è stato un personaggio totalmente bohemién: disordinato nel quotidiano e negli affetti, non ha mai avuto cura di se stesso, ed è morto giovanissimo senza aver lasciato un corpus di opere che possa definirsi tale. E’ significativo sottolineare, come fa Oscar Hahn, poeta, saggista e critico letterario cileno, che ha scritto il prologo dell’edizione Joaquin Pasos Poesia completa (ed. Sibila e Fundaciòn BBVA, 2010), che Pasos nacque lo stesso anno di Octavio Paz e Nicanor Parra: “Vale la pena di chiedersi quale sarebbe stato il destino letterario di Paz e Parra se la loro scrittura si fosse fermata, come quella di Pasos, nel 1947. La risposta è chiara. A quel tempo non erano stati pubblicati né Libertà sulla parola di Octavio Paz né Poesie e antipoesie di Nicanor Parra”.

Dopo una serie di composizioni giovanili in cui Pasos ha prediletto il gioco linguistico e formale spesso fine a se stesso (e pertanto dimenticabili), il suo approccio così difficoltoso nei confronti del reale si trasforma in vera e propria desolazione, fino a dar vita alla creazione del Canto di Guerra delle cose, la sua opera più nota e forse il suo piccolo testamento poetico, che Cardenal spiega affermando che “Joaquín (il quale non ha mai combattuto realmente sul campo, ndr) sentiva la guerra meglio che se avesse lanciato granate o pilotato bombardieri o carri armati. […] Sentiva che la guerra influiva sulla sua stessa carne”. E’ più probabile che i versi del Canto, che certo hanno radice nella situazione politica mondiale (il poeta visse tra le due guerre mondiali e morì nel ’47), vogliano essere metafora della lotta senza possibilità di vittoria che l’uomo conduce da secoli contro se stesso (“datemi un motore più forte del cuore di un uomo / datemi un cervello di macchina che possa essere trafitto senza dolore / datemi un corpo di metallo fuori e dentro un altro corpo di metallo / come quello del soldato di piombo che non muore”).

Come commenta Cohen “il combattimento, l’ufficio della morte, è – per il poeta – il sintomo più terribile della degenerazione umana, un precursore del giudizio finale, la prova inconfutabile che l’uomo è il suo peggior nemico”. Disperati sono i versi del Canto, laddove l’uomo ha perso la propria umanità e la vita resta evocazione di un tempo imperfetto.

Ma non c’è niente.
Non ci sono pesci, né onde, non stelle, né uccelli.
Signor Capitano, dove stiamo andando?
Lo scopriremo dopo.
Quando saremo arrivati”

“L’uomo ha dichiarato guerra a se stesso, scatenando la vendetta delle cose. Il mondo è stato lasciato pura desolazione e vuoto, scheletro di ciò che era, anelito tra le macerie” (G.Bellini): un crescendo porta il lettore tra queste macerie, in questa palude corrotta che fa bolle di farfalle e arcobaleni / dove sorge il tuo guscio sono le nostre ossa piangenti, dove i frutti non maturano in quest’aria addormentata / se non lentamente, tanto da sembrare appassiti.“Il poeta crea e interpreta un mondo morto, spento, senza futuro, di cui si sente parte”, un mondo dove la morte collettiva e quella individuale finiscono per convergere.Qui di seguito i versi finali, che non hanno bisogno di commento.

Tutti i rumori del mondo formano un grande silenzio.
Tutti gli uomini del mondo formano un unico spettro.
In mezzo a questo dolore, soldato, è il tuo posto
vuoto o pieno.
Bucate sono le vite di quelli che restano,
hanno vuoti completi,
come se avessero morso la carne dai loro corpi.
Affacciati su questo vuoto, questo che ho nel petto,
per vedere cieli e inferni.
Guarda la mia testa spaccata da migliaia di buchi:
attraverso ci brilla un sole bianco, una stella nera.
Tocca la mia mano, questa mano che ieri ha tenuto un acciaio:
puoi passarci nell’aria, in mezzo, le tue dita!
Ecco l’assenza dell’uomo, fuga della carne, di paura,
giorni, cose, anime, fuoco.
Tutto è rimasto nel tempo. Tutto è bruciato lì in fondo.

Oscar Hahn, poeta, saggista e critico letterario cileno, che ha scritto il prologo dell’edizione Joaquin Pasos Poesia completa (ed. Sibila e Fundaciòn BBVA, 2010) racconta di aver incontrato sul finire degli anni Settanta il poeta nicaraguense Ernesto Mejìa Sànchez, che fu amico di Pasos e per il quale scrisse una composizione che riportava i seguenti versi: “Joaquin Pasos se muriò. / Dios lo haya perdonado. / Nosotros no”.

Antiniska Pozzi

Per scaricare alcuni testi, in traduzione di A. Pozzi – J.Pasos – da Poemas de un joven que no ha amado nunca


Antiniska Pozzi, Joaquin Pasos, nicaragua, poesia contemporanea, avanguardia, traduzione, poesia dell'altrove, proposta di lettura, poesia contemporanea, novecento, letteratura straniera, letteratura latina

Antiniska Pozzi nasce a Milano nel 1978. Dopo la maturità classica, lavora per diversi anni come traduttrice di incunaboli dal latino e si laurea in Lettere nel 2003. Redattrice e giornalista per varie testate, dal 2008 cura il notiziario dell’associazione culturale ChiamaMilano. Ha pubblicato il romanzo Dove vanno le iguane quando piove (Cabila, 2009) e il monologo teatrale L’insalata di pomodori in “Per voce sola”(Nerosubianco, 2008). Amavo (una volta) un comunista (Lietocolle) è la sua prima raccolta poetica e ha vinto la prima edizione del Premio Beppe Salvia.

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Joaquin Pasos: Canto di guerra delle cose

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[…] In omaggio al grande poeta nicaraguense proponiamo oggi alcune sue poesie nella traduzione di Antiniska Pozzi. La fonte dei testi qui tradotti è il volume Joaquin Pasos Poesia completa, ed. Sibila e Fundaciòn BBVA. Su Medium Poesia.com è possibile leggere il Canto di guerra delle cose, sempre nella traduzione di Antiniska Pozzi (http://www.mediumpoesia.com/joaquin-pasos-canto-di-guerra-delle-cose/) e un approfondimento sulla sua opera (http://www.mediumpoesia.com/joaquin-pasos-e-la-guerra-delle-cose/) […]