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Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini – da “Dei poeti” (2019)

Pubblicato da qualche settimana per Carteggi Letterari, "Dei poeti" è una raccolta degli interventi critici di Cristiano Poletti, usciti tra il 2013 e il 2019 sul LitBlog Poetarum Silva. L'articolo qui pubblicato (il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini) si trova a pagina 14.

Pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti è una raccolta degli interventi critici di Cristiano Poletti , usciti tra il 2013 e il 2019 sul LitBlog Poetarum Silva. L’opera si costruisce in quattro sezioni (In una poesia – In una figura –  In una parola – In un libro). L’articolo qui pubblicato (il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini) si trova a pagina 14.

La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.


  Voci Serali 

Adesso il mondo non è più remoto.
Sta tutto addosso a noi,
tutto pigiato nelle
stanze sgomente delle nostre case.

Ma ci sono giù in strada dei bambini
che si gridano «ciao».
Una volta, due volte – mentre l’uno
dall’altro si allontana – tre volte, quattro volte,
senza voltarsi indietro.
E le voci si librano nell’aria
finché l’azzurro della sera è solo
loro esclusiva eco.

Cinque volte, sei volte, sette volte.
Forse perché si accordano
ai battiti del tempo, ne scandiscono
la diastole e la sistole.
O forse il loro modo di contare
somiglia un poco al mio
quando conto le sillabe dei versi

stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.

Di Fernando Bandini, della sua officina poetica, colpisce soprattutto la “messa in posa” dei versi. Il suo è stato un insegnamento prezioso, oggi più che mai attuale. Voci serali è il titolo di questa poesia, tratta da Dietro i cancelli e altrove , l’ultima raccolta del poeta vicentino (1931-2013), edita da Garzanti nel 2007.
La prima strofa si apre e si chiude con un endecasillabo, entrambi a minore. Il primo è un verso-frase, che concentra in sé tutto il senso della poesia. L’accento secondario cade sull’ottava sillaba, su quel «più» che è il cuore del verso. Al centro, due settenari, incastonati in una quartina che, non curandosi della rima, è costruita essenzialmente per preparare al meglio la contraddizione e la meraviglia che andranno a sprigionarsi successivamente. In questi primi quattro versi il poeta è assertivo, perentorio. Ci dice che il mondo («tutto», «tutto», ripetuto nei due settenari) si addossa a noi, è in noi, ha ormai assunto il peso degli anni e dell’esperienza, è uno sgomento che si è stipato dentro le nostre case. L’enjambement tra terzo e quarto verso evidenzia potentemente questo interno, quest’interiorità: tutto il significato s’impunta in quel termine-chiave, “nelle”, sospeso a fine verso, che consente uno spostamento di ritmo nel secondo endecasillabo a minore, con accento dominante sulla prima sillaba.
Poi ecco l’apertura, un misto di contraddizione e meraviglia, si diceva. Quanto prima dichiarato dal poeta viene ora avversato (non a caso spicca il “Ma” avversativo all’inizio della seconda strofa) da un semplice «ciao» che viene da fuori, dalla strada, ripetuto tra bambini che si salutano.
È l’inizio di una musica, una progressione musicale, un crescendo: «le voci si librano nell’aria» infatti, come in un coro («Forse perché si accordano» appunto); un coro della vita, potremmo dire, che viene da sotto, come dal nostro strato geologico più profondo, il fondo di noi stessi, l’infanzia.
«Una volta, due volte – mentre l’uno / dall’altro si allontana – tre volte, quattro volte»: a un endecasillabo segue un doppio settenario, ed ecco che ancora un enjambement detta la traiettoria del senso e del ritmo, distanziando «l’uno» «dall’altro», quasi fossero note che si distanziano le une dalle altre («senza voltarsi indietro», come a dire: ciascuna nota va per conto suo per poi armonizzarsi con le altre).
Bandini qui è maestro nel “far suonare” il parlato. Si noti, in particolare, l’endecasillabo con cui comincia la terza strofa, come amplia il crescendo musicale: «Cinque volte, sei volte, sette volte».
Viene in mente uno Short di Auden: «Benedette tutte le leggi metriche che vietano / risposte automatiche: / ci costringono a una riflessione, liberando / dalle pastoie dell’Io» (traduzione di Gilberto Forti).
È davvero universale l’Io che si manifesta in questa poesia, un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.

Cristiano Poletti


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Cristiano Poletti (1976) lavora all’Università di Bergamo. È autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia.  Di prossima uscita, la silloge Temporali (settembre 2019) per la casa editrice Marcos y Marcos. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva. I suoi interventi critici sono stati pubblicati nel libro “Dei poeti” (Carteggi letterari edizioni, 2019).

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